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Storie di personaggi senza nome

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Consegna prevista Gennaio 2024
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I ragazzi e le ragazze che popolano questi brevi racconti non hanno un nome. I dettagli della loro vita, le loro gioie ed esperienze sono sconosciute, poiché si annullano nella morte, un sentiero anonimo e cinereo sul quale passeggiano spensierati. Non possono far altro che avanzare inconsapevolmente, seguendo istinti e presentimenti. Tormenti indefiniti li divorano, angosce dilanianti li torturano. La loro anima è in balia del silenzio che li circonda. Il cielo diviene un sudario e il tramonto, da splendida pennellata, muta in una scia di sangue, mentre i personaggi anonimi si inabissano in acque atre, illuminati da stelle ancora spente.

Perché ho scritto questo libro?

Le mie storie esorcizzano la sofferenza che ho provato durante la tarda adolescenza. La parola diviene un vincolo, un contratto che tiene a bada il dolore. Lo imprime sulla carta e lo intrappola tra le pagine, come se fosse un fiore appassito, pressato all’interno di un libro. L’irrealtà si confonde nella natura, la vera protagonista della raccolta, con lo scopo di mostrare al lettore ciò che è vero al di là delle apparenze.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Fantasmi

«Troppi fantasmi in giro, tra isole aggrappate a un mare di vapori» bisbigliò la vecchia con voce rauca e spezzata dal tempo. Sollevò il viso verso i petali uggiosi di un’orchidea dalla forma angosciante.

Il ragazzo seguì lo sguardo spento della signora, esplorando a scatti la stanza tetra in cui era rinchiuso. Rantolando dalla paura, chiese con tutto il coraggio residuo il nome di quel fiore dalle curve pendenti e tristi, che la vecchia fissava assorta. Sembrava sul punto di staccarsi dal gambo di un celadon pallido, desideroso di strisciare nell’aria. Era terrorizzato dal pensiero che la donna avesse tagliato il fiore per plasmarlo in quel modo.

«Quattro petali sulla schiena, ali diafane e fragili. Il gambo intento a sostenere il peso di quella minuta testa dagli occhi carmini e il corpo teso.» La signora si interruppe per tossire, come se il respiro l’avesse trafitta, tradendola. Il silenzio, rotto da quei singhiozzi di saliva e catarro, tornò ad aleggiare nel buio, suo complice. La vecchia riprese a parlare, schiarendosi la voce con qualche gorgoglio. 

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«Le braccia lungo i fianchi e le gambe divaricate, piegate e pronte a scattare. Pare che appoggi solo la punta dei piedi.» Si interruppe di nuovo, senza nessun motivo apparente. «La chiamano con troppi nomi, miserabili se paragonati alla sua vera essenza. Io preferisco “Orchidea fantasma”. Ma lei non risponde a questi umili richiami. Esce dal suo regno di ombre solo quando si pronuncia quest’elegante nome…»

Il ragazzo, che tentava di celare il tremore, deglutì sentendo la vecchia frugare nelle tasche.

I cristallini rintocchi dell’orologio lottavano contro il selvaggio strofinio delle mani intente a rimestare le pendenti tasche, rigonfie di oggetti.

Quando il brusio si acquietò, il ragazzo sussultò, come se il silenzio fosse stato più lancinante degli altri rumori. Tra le dita rugose, l’anziana teneva della carta arrotolata a sigaretta. La porse al giovane, che l’afferrò fremente. La loro pelle si sfiorò e il ragazzo si sentì sopraffare dal viscidume. Con lo sguardo, la signora lo invitò a srotolare quel foglietto ed egli eseguì senza ribattere. Il sudore delle mani imbrattò la carta e si mescolò al pungente odore della polvere che la ricopriva. Dentro vi era scritto “Dendrophylax Lindenii” con una calligrafia impeccabile. Sollevò il capo e, appena incontrò gli occhi gelidi della vecchia, puntò lo sguardo verso i propri piedi, scalzi e infreddoliti.

«Questo è il richiamo del fiore. Non serve che ci rivolga ora la sua attenzione. Quindi non nominarlo.»

Il ragazzo annuì debolmente. Quando si voltò verso la donna, la sorprese andarsene e la sentì chiudere la porta a chiave. I passi lenti della vecchia si allontanarono, inghiottiti dalla ghiaia del mondo esterno. Una scintilla d’energia attraversò il corpo del giovane, che subito si precipitò verso l’unica tenda presente nella stanza. Pensò che il tessuto fosse molto spesso: difatti, nessuno spiraglio di luce ne oltrepassava la fitta trama. L’agitazione gli fece strappare la tenda dai cardini, ma ben presto anche quell’emozione venne lacerata da un nuovo sentimento: l’angoscia.

Non vi era nulla di celato da quella pezza polverosa e sudicia. Nessuna finestra verso cui precipitarsi per fuggire. L’energia si tramutò in uno sciabordio di terrori. Il panico lo investì, raggelando il sudore.

Si sentiva nudo in guerra, impotente e misero. Le sue emozioni, però, non gli lasciavano tregua. Lo trafiggevano mille armi diverse: lance di paura, frecce striscianti di disperazione, spade possenti di ansia. Capitolò con l’arma più subdola, un pugnale di ferro arrugginito e avvelenato dalla resa. L’adrenalina lo abbandonò e, sconfitto, si lasciò cadere a terra. L’orchidea era posata sul tavolino, illuminata da una flebile candela. Gli occhi, due rubini, lo osservavano, riflettendo la debole luce della fiammella. 

«Morirò.»

Un passero, forse indifferente, cinguettò per poi continuare il suo libero volo tra le nuvole. 

Al ragazzo parve un “sì” acuto. 

Gli occhi navigavano sulle lacrime che, gonfie, tremavano come onde sulle palpebre. Prima un battito di ciglia, poi le gocce scendevano, ritornando ad alimentare il lungo viaggio per mare dei suoi occhi. Sembrava un circolo infinito. Un rassicurante ripetersi eterno. 

Un altro pigolio zittì il silenzio. Il giovane arrendevole fece scivolare lo sguardo dal fiore al biglietto che giaceva sulle assi di legno. Pensò che fosse il suo ultimo regalo. Lo riprese tra le mani e gli tornò in mente la pelle della vecchia. L’ansia si condensò nello stomaco e fuoriuscì dalla bocca, cadendo pesante sui pantaloni di seta. Nemmeno il vomito riuscì a svegliarlo da quello stato di impotenza. Rimase fermo e non si tolse i vestiti sporchi.

Lesse la scritta. Le labbra si schiusero e mentre pronunciava il richiamo, si stupì dell’ultimo rimasuglio di vita che gli rimaneva. La lasciò fluire accompagnata dalle parole “Dendrophylax Lindenii”.

Non seppe mai se la pianta si mosse oppure rimase immobile. Accadde tutto velocemente. Una voce si trasformò in un coro. Il coro nella voce.

«I fantasmi, che muovono le ombre, tendono a far compagnia

a chi non li cerca. 

Gli occhi frantumati e rivolti ad oggetti che vivono,

ma che sono più morti di Noi.

Nessun clangore, nessun sussurro,

nessuna stridula risata.

Solo presenza in questa notte di fiamme gelide.

L’attenzione rivolta a chi non li può raggiungere,

a chi è più spento di Noi.

Brucia l’anima nelle nostre tenebre d’invisibili sospiri.

Nella carne, invece, si dimena,

per poi annegare nel cruore.»

E il ragazzo soffocò nella sua vischiosa essenza.

Il sangue dilagò e scivolò in una vistosa crepa di un’asse di legno. La chiave d’oro, incastonata nel pavimento, si macchiò, mentre un nuovo gambo ramificò da quello dell’orchidea. Teneva impiccato un fiore appena sbocciato. Il petalo centrale, nella porzione in cui andava a formare due gambe, presentava una voglia color ruggine.

Palude

Quando osservava la palude da lontano, la coglieva inerme, come un cane randagio accovacciato tra due bidoni della spazzatura, in cerca d’ombra. L’unico segno di vita proveniente da quella distesa malsana era l’odore putrido che si incollava al vento e che, talvolta, aleggiava intorno alla casa sulla collina. 

Dall’alto, spesso la ragazza si affacciava alla finestra e mirava quel mare di fango e tanfo, con la mano che le sosteneva il viso candido e il gomito intento a sorreggere il peso del capo. 

Quel giorno il vento soffiava giocoso e le scompigliava i capelli corvini, che danzavano su un ululato cupo e malinconico. Si trovava in terrazzo, chinata sul mondo tetro che dominava i piedi della collina. L’amante, che la guardava da dietro le pagine di un libro, si alzò dalla panchina e scappò dal fetore emanato dalla palude. La giovane sbuffò. Sapeva di essere attraente quando il vento le cullava la chioma e in fondo sperava che l’ammiratore, non del tutto segreto, potesse coglierla impreziosita dalla genuina bellezza di quel momento. Eppure, il tanfo aveva sempre la meglio ed era riuscito ad acquietare il fuoco dell’amore di cui il ragazzo scriveva nelle lettere, solitamente posate davanti alla pesante porta di legno della casa. Delusa, distolse lo sguardo dalla corsa goffa del pretendente e continuò a fissare la distesa imbrunita dal fango e dalle piante secche ripiegate su se stesse. Mentre contemplava un uccello sfiorare le acque scure, sentì bruciare dentro di sé il desiderio di avvicinarsi alle sponde della palude. Non riusciva a capire da dove sorgesse tale brama, ma decise di assecondarla, poiché non vi era nessuno che reclamasse la sua presenza quel giorno.

Lentamente raddrizzò la schiena e portò le braccia verso il cielo per liberare il corpo dall’immobilità che l’aveva imprigionata per ore. Scese di corsa le scale e i suoi passi vennero assorbiti dalle assi di legno del pavimento. Con fatica, aprì la pesante porta tirandola verso di sé e sgattaiolò dalla casa per dirigersi verso l’inferno. 

La strada di ciottoli era deserta. Nessuno osava varcare l’uscio quando il vento smuoveva le foglie degli alberi. Il miasma dell’acquitrino, infatti, aveva la fama di aggrapparsi ai vestiti senza mai mollare la presa. Le finestre e le porte erano sbarrate, come se l’odore pungente fosse un ladro affamato, pronto a intrufolarsi. Anche la casa dell’ammiratore era serrata. Le tende erano tirate e nessuno parlava. Le tornò in mente il loro gioco d’amore segreto, lo scambio di occhiate furtive e di lettere anonime. Quel giorno il ragazzo era scappato dal fetore della palude, ma pareva che fosse fuggito anche da quella relazione illuminata dai raggi del sole che lei tanto desiderava.

Lasciandosi alle spalle quei pensieri, attraversò il paese e giunse alla recinzione che delimitava il regno divorato dall’acqua stagnante. A valle il vento soffiava con più forza e il litigio con gli sbuffi d’aria arruffava i suoi capelli. La giovane si avvicinò al cancello arrugginito e lo aprì, accompagnata dallo stridio del ferro. Alcuni corvi, lì appoggiati, spiegarono le ali tenebrose e fuggirono, lasciandosi trasportare dalla brezza impura, come ombre scacciate dalla fiamma incerta di una candela. Varcato il recinto, si sospinse fino alla riva flaccida della palude e, infine, si sedette su un tronco assopito a terra. 

Si accorse che le scarpe erano zuppe di fango e decise che nel viaggio di ritorno sarebbe andata a comprarne un nuovo paio. Se le tolse, tentando di non sporcarsi le mani, e le poggiò di fianco a sé, sul tronco.

Dopo aver liberato i piedi, i suoi occhi bruni esplorarono la palude dello stesso colore. Al centro vide l’acqua muoversi e gorgogliare. Sembrava vi fosse un vortice. Non aveva mai visto nulla del genere e, incuriosita, aguzzò la vista. I raggi del sole parevano relitti di navi naufragate, destinati a sprofondare. Le acque erano uno specchio in grado di attirare ciò che vi si rifletteva. Più guardava quel dramma senza fine, più si sentiva angosciata. Era uno spettacolo surreale. Le scaglie di luce che si posavano sulla superficie venivano azzannate come se fossero tangibili e finivano per essere divorate dalla palude. Il sole stava tramontando, ma non era sicura che fosse dovuto all’ora. Sembrava che la luce limpida venisse continuamente assorbita dalla tiepida melma della palude. Nonostante fosse in grado di catturare i raggi del sole, essa diventava sempre più scura.

Impaurita, si sollevò tremante dal tronco. Il suo viso si specchiò nell’acqua fetida. La palude iniziò ad agitarsi e ad aggrovigliarsi in minuscole onde taglienti, che spezzarono il riflesso dell’esile figura in mille schegge d’acqua. 

Il paese venne percosso da un urlo acuto e limpido nel suo orrore. I cavalli iniziarono a sgroppare nelle stalle e i cani ad abbaiare. Fu l’ultimo verso della ragazza, che non poté più raccogliere le lettere posate sull’uscio di casa.

La palude non era un cane randagio, ma un animale da caccia. Si nascondeva immobile tra i bidoni dei rifiuti per agguantare la preda, sprovveduta e inconsapevole della nefasta natura del predatore.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giorgia Carlotto
Sono Giorgia Carlotto, una ragazza di 21 anni che frequenta la Facoltà di Lettere moderne. Studio da autodidatta alcune lingue orientali e il mio sogno è quello di lavorare come traduttrice. Amo le parole, perché mi permettono di osservare ciò che mi circonda con uno sguardo più sfaccettato. Ho iniziato a scrivere all'età di 17 anni, utilizzando la scrittura come arma per affrontare una realtà travagliata e tumultuosa.
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