Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Storie speciali di donne normali

Storie speciali di donne normali
31%
139 copie
all´obiettivo
46
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Luglio 2023
Bozze disponibili

Quante volte ci siamo sentiti dire: “Con la tua storia si potrebbe scrivere un libro”? Ecco un libro scritto con le storie di tante donne, di caratteri e di età diverse, accomunate dalla convinzione di stare vivendo una vita “normale” e dalla non consapevolezza che in ogni vita c’è qualcosa di speciale, qualcosa che ci ha trascinato in un turbine di vissuti, che ci ha fatto crescere e credere nel nostro grande potere di trasformazione. Qualcosa che magari ricordiamo con rimpianto, oppure ancora con dolore, ma che ci ha rese quelle che siamo ora, più forti e più creative che mai.
Da Ester a Rebecca, da Nives ad Anna e a tutte le altre (naturalmente si tratta di nomi di fantasia), mi hanno voluto raccontare le loro storie, durante incontri nei quali le emozioni, mie e loro, l’hanno fatta da padrone, tenendoci legate con fili sottili di sorellanza e risuonando dentro di noi in una melodia condivisa.

Perché ho scritto questo libro?

Avendo lavorato molto sulla Crescita Personale tenendo Corsi e incontri individuali con persone (soprattutto donne) che avevano vari tipi di difficoltà, tra cui problemi di relazione, di mobbing, di solitudine e di scarsa autostima, ho sentito raccontare tante storie, alcune a lieto fine, altre meno, che mi hanno coinvolta e affascinata. In ognuna di esse ho trovato un po’ di me e questa condivisione mi ha convinta a valorizzare queste storie, raccogliendole in un libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ester

Fu sulle pagine sdrucite di una rivista trovata sul tavolino della parrucchiera, durante una delle due visite annuali per tagliarmi i capelli, che trovai quella foto choccante: un moderno Cristo del Mantegna giaceva come se dormisse su di un tavolaccio improvvisato, sotto gli occhi di un gruppetto di soldati, da cui traspariva fierezza per la bella impresa compiuta. Quel Cristo stava su quel tavolaccio proprio per merito loro. E sembrava dormire. Solo gli occhi semi aperti, vitrei, indicavano che il suo corpo era privo di vita.

Il terzo mondo piange,

ognuno adesso sa

che “Che” Guevara è morto,

forse non tornerà,

ma voi reazionari tremate,

non sono finite le rivoluzioni

e voi, a decine, che usate

parole diverse, le stesse prigioni,

da qualche parte un giorno,

dove non si saprà,

dove non l’aspettate,

il “Che” ritornerà.

Francesco Guccini, “Canzone per il Che”

Qualche settimana prima dell’inizio della seconda liceo, a Parma c’era un gran fermento, come quando si aspetta un avvenimento importante, che non arriva mai. “Che cosa avete addosso, tutti?” Chiesi ad Annamaria un giorno che oziavamo alla solita latteria di Borgo Riccio, ormai sazie di estate ma con nessuna voglia di autunno (e di scuola). “Taci!” mi intimò Annamaria con il dito sulle labbra “C’è roba grossa in vista, ma non ti posso dire cosa. Domani vedrai!” Feci spallucce. Avranno avuto in mente una manifestazione di quelle pesanti e con decine di bandiere rosse e pugni alzati, di quelle che avrebbero fatto tremare la polizia intera, con i suoi scudi e i fumogeni innescati. Leggi che domani era meglio se stavo a casa.
Continua a leggere

Continua a leggere


Annamaria era un po’ esaltata, ma a me gli eccessi non piacevano tanto. Così, mi diressi verso casa con una scusa e lì rimasi alla sera e per tutto il giorno seguente, a leggere uno dei volumi degli Oscar Mondadori che avevano appena iniziato a uscire e si compravano in edicola per trecentocinquanta lire. A forza di Oscar penso di essermi letta parecchia roba non tanto adatta alla mia età, ma confesso di non averla neanche capita, quindi un gran male non può avermelo fatto. Comunque, il giorno ancora seguente mio padre mi mandò a comprare la “Gazzetta” perché aveva sentito dire che c’era dello spesso in giro e voleva sapere di che cosa si trattasse. Salendo le scale, più che altro non sapendo cosa fare di meglio, apersi il rotolo che l’edicolante mi aveva messo in mano… E fu stupore raggelante. Sulla copertina c’era una foto sfocata, come erano spesso allora quelle dei quotidiani, di alcuni ragazzi che venivano trascinati sul pavè da carabinieri in divisa, trascinati con le gambe stese, come un peso morto. Tra di essi riconobbi subito Annamaria. Il titolo citava: “Provocazione inutile e vergognosa; occupato il Duomo di Parma”. Seppi così che cosa mi nascondevano i miei compagni più coraggiosi di me. Leggendo, seppi di un prete che aveva organizzato il tutto. Non lo conoscevo di persona, ma solo per fama. Fama, peraltro, piuttosto controversa. Il commento di mio padre fu drastico: “Begli amici, che hai! E bei preti che circolano per Parma!”. Quel prete, in particolare, circolò per Parma ancora per poco perché dopo pochi giorni fu promosso a una parrocchia di montagna, montagna dalla quale scese solo dopo diverso tempo, peraltro solo per fare altri danni. La buriana dell’occupazione del Duomo passò in poco tempo, tutti assolti, ma condannati ad un nuovo inizio della scuola, che avvenne di lì a poco…

Ester

Sotto i sampietrini c’è la spiaggia”

Slogan sessantottino

Spero non quella di Senigallia”

Aggiunta mia

I giorni passavano lenti nello studio della “Divina Commedia”, iniziato svogliatamente con una supplente millenaria, che dopo quell’incarico andò finalmente in pensione (finalmente per lei, ma anche per tutti noi alunni). Fino al giorno in cui in classe nostra arrivò come una meteora la nuova prof di italiano. Mariangela Bartezzaghi era il suo nome ed arrivò poco prima di Natale, a svegliarci dal nostro sonno dantesco.

Il primo giorno entrò in classe carica di volumi, che naturalmente nessuno si sognò di aiutarla ad appoggiare sulla cattedra, così che la pila le cadde rovinosamente a terra e solo allora Salvatore Cataldo, da Messina, si peritò di aiutarla a raccoglierli. La prof si produsse in scuse e saluti confusi, finché finalmente non fu sistemata e alzò gli occhi puntandoli nei nostri. Era alta e magrissima, quindi fu subito invidiata da tutte noi. Da me in particolare, perché aveva proprio i capelli che avrei voluto io, chiari e mossi come una piccola nuvola intorno al viso. Si scostò una ciocca che nella confusione le era scivolata sul naso, scoprendo gli occhi più incredibili che avessimo mai visto: nocciola chiaro con tantissime pagliuzze dorate. Un mezzo sorriso le si accese sul viso, rivelando piccole grinze ai lati del naso, che giudicai subito incantevoli. Ma se Bartezzaghi Mariangela colpì me, non vi dico l’effetto che fece su Nives, che se ne innamorò pazzamente a prima vista. La vidi infatti sbiancare e abbattersi sul banco, in un principio di svenimento che da lì in avanti avrebbe accompagnato ogni suo minimo contatto con la prof.

Lettera a una professoressa

Cara prof Bartezzaghi, io non sapevo chi fosse Che Guevara prima che morisse, non sapevo neppure chi fosse Don Milani prima che morisse anche lui, più o meno negli stessi mesi: ora so che hanno lasciato buoni ricordi e buone cose, ma è possibile che questo sia avvenuto solo dopo che sono morti? C’è qualcuno vivo, qui, per noi? L’altro giorno ci ha fatto leggere qualche passo di “Lettera a una professoressa” e io mi sono trovata ad invidiare quei ragazzi che, per andare a scuola, “si aprirono la strada in mezzo al bosco con la falce e il pennato (che credo sia una sorta di ascia)”. Io, al massimo, la strada me la apro ogni mattina tra i cappotti umidi di pioggia degli altri viaggiatori della linea 9, da quando i miei genitori hanno deciso di trasferirsi nell’odiata periferia, diventata improvvisamente auspicabile da quando hanno avuto la fortuna di aggiudicarsi un appartamento al quarto piano di un palazzone, con pagamento a riscatto. A me piaceva di più il nostro strano alloggio di via Tommasini, proprio sopra la drogheria Pelosi, con i suoi due ingressi, due specie di bagni e la grande sala a “elle”, il tutto affacciato su di un giardinetto interno che in primavera si riempiva di grida di rondini e di tubare di colombi. Ma i miei genitori hanno scelto quel palazzone, allontanandomi così da Nives e da Rebecca, che hanno continuato a vivere in centro. Cioè, la domanda è: che diritto ho io di lamentarmi? Lei ci ha raccontato di avere visitato la Scuola di Barbiana durante l’Università, di avere visto la piscina, ridicola per noi, larga due metri e lunga lunga, perché la piscina non serve per sollazzarsi, ma per imparare a nuotare, che questo può salvare la vita! Ci ha descritto il barattolo contenente i “fogliolini”, che è un semplice barattolo da cucina con dentro dei foglietti sui quali i ragazzi, appena gli viene un’idea, scrivono pochi appunti, da condividere poi con gli altri e da prendere come pretesto per un tema, per un articolo sul loro giornalino scolastico o per una discussione. E allora la domanda diventa: perché noi no? Perché noi dobbiamo ancora lavorare sulla peste manzoniana, adesso che la peste è estinta, e leggere i commenti di Vincenzo Monti senza avere diritto di fare i nostri, di commenti? Non ne ho già abbastanza, a casa, di mio padre che decide tutto lui, non gli importa di come la penso e di mia madre, men che meno, dal momento che lei non desiderava me, ma una bambina tutta diversa, possibilmente fatta proprio come lei?

Prof. Bartezzaghi, lo so che lei ha già discusso con il Preside, la settimana scorsa, quando invece de “La pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio, noto fascista inveterato e pure sporco maschilista, voleva farci leggere Anna Acmatova, che neanche a farlo apposta è morta da poco pure lei, ma dobbiamo lottare ancora e ancora, perché adesso il motto è: “Non comprare la tua felicità. Rubala!”

Nel 1912 nacque Lev, l’unico figlio dell’Achmatova. Fin dalla prima infanzia il figlio era stato affidato alla nonna paterna. Come madre l’Achmatova si rimproverò sempre questa scelta che le era stata fatta apparire come obbligata e che sarà la rovina dei rapporti con il figlio e della propria salute. Lev fu imprigionato diverse volte nel periodo delle grandi purghe staliniane, fino alla condanna nel 1949 a 15 anni di lavori forzati. Fu liberato nel 1956. La colpa di Lev era di essere figlio di suo padre. Lev faceva sentire in colpa la madre con il continuo sospetto di non fare mai abbastanza per lui. Invece lei, per salvare la vita a suo figlio, arrivò a scrivere versi di ossequio al regime nel 1950, salvo poi non farli più inserire nelle riedizioni delle sue opere. Lev non immaginava il dolore di sua madre, rinchiuso in prigione come dentro la propria sofferenza. L’Achmatova faceva lunghe code per lasciargli pacchi di viveri e vestiti, in fila con altre donne che aspettavano di poter fare lo stesso. Se il pacco era accettato, era segno che il prigioniero era vivo. In caso contrario era sicuramente deceduto. “Ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado.”

(Questa era la lezione di ieri, per la quale lei ha rischiato il licenziamento, e che ci ha consegnata scritta su uno stropicciato foglio di ciclostile. Ma io amo tanto anche questa poesia e l’ho scritta sul diario, quello dell’Upim, anche se adorerei avere il Diario Vitt, come tutte le altre, dove dalle pagine spuntano i salami semi-interrati disegnati da Benito Jacovitti, ma mia madre dice che costa troppo ed è “volgare”):

Ho stretto le mani sotto il velo scuro“Perché sei pallida oggi?”

Perché l’ho fatto ubriacare d’aspra malinconia.

Come potrò dimenticare?

È uscito, barcollando, con una smorfia penosa sulla faccia.

Sono scesa di corsa, senza sfiorare il corrimano,

l’ho raggiunto in un balzo, giù alla porta.

In affanno, ho gridato: “Scherzavo, dai!

È stato tutto uno scherzo. Morirò, se te ne vai!”

Con un sorriso freddo, mi ha risposto, tranquillo:

Non stare nel vento”.

Nives

Nel piccolo giardino circondato da muri che confina con il negozio dei miei nonni e precede una vecchia casa abbandonata, sono fioriti alcuni ciliegi, come è giusto in questa stagione. Hanno piccoli fiori bianchi, che ad ogni folata di vento cadono per terra come neve. Per fortuna, di vento non ce n’è tanto, in questi borghi. Ma il bello è che è fiorito anche un ciliegio dal tronco spezzato, schiantatosi rovinosamente a terra l’anno scorso, durante un temporale. Il tronco è rimasto accattato a terra solo per mezzo di un piccolo pezzo di legno, attraverso il quale evidentemente passa la linfa. E’ commovente vedere che anche lui fiorisce come gli altri, vuole fare a tutti costi un dono alla vita che lo tiene attaccato a sé per un piccolissimo peduncolo. Spesso appoggio la fronte alla rete e sto lì a guardarlo, a prendere da lui la forza che serve anche a me. Se non fosse che le formiche mi salgono sul naso starei lì tutto il pomeriggio, quando sono malinconica. Ma presto faccio scendere le formiche e vado su a studiare.

Anima mia, ieri ero pronta su Pia Dè Tolomei, ma non mi hai interrogata. In verità, non è stata colpa tua. Ho visto benissimo che ti eri accorta che volevo venire alla cattedra e so che mi avresti chiamata, o chiesto se c’era qualche volontario. Ma poi hanno bussato alla porta e era il bidello Canuti con una circolare del Preside sulle vacanze pasquali, che ti è toccato leggere subito ad alta voce e poi firmare. Così, sono volati i pochi minuti rimasti della lezione ed è suonata la campana. Pia Dè Tolomei la sapevo bene, perché mi aveva colpito che non serbasse rancore verso il marito che l’aveva uccisa, ma il suo ricordo di lui fosse un momento bello, quello del matrimonio.

 “Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via”,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
“Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma”. 

A volte mi vengono pensieri strani su di te, come ad esempio se potremo mai sposarci, tu e io. Se un giorno verrà che saranno capiti anche i modi di amare più strani, come quello che provo io per te. Più che altro, per sposarsi bisogna essere in due e non so se tu avrai mai voglia di sposarmi. Io, pensandoti, sento una grande tenerezza che dal cuore mi va nella pancia e mi viene voglia di piangere. Perché, anima mia? Forse perché il mio amore è senza speranza? O tutti gli amori sono senza speranza, che tanto nessuno ci capirà mai veramente? Che forse amarsi è prendersi in giro, come ha fatto Gabriele Taddei con la Corato della nostra classe, che sembrava innamorato cotto e poi l’hanno visto con una tipa dell’Università, che oltretutto è già sposata e ha un bambino piccolo?

Anima mia, domani mi faccio interrogare su Leopardi; lui sì, che è depressivo, con tutto quell’Infinito che ha attorno! E se mi viene da piangere, mi aiuti a non farlo, che sennò mi prendono in giro?”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Storie speciali di donne normali”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Patrizia Vetri
Mi chiamo Patrizia Vetri e sono nata il 24 giugno 1951 a Biella. Mi sono poi trasferita a Parma dove ho frequentato il Liceo Classico, diplomandomi nel giugno del 1969. Mi sono iscritta alla facoltà di Scienze Biologiche (che non ho terminato) e poi a quella di Psicologia (Idem). Nel 1980 ho conosciuto il compagno della mia vita, insieme al quale abbiamo fondato una Scuola di Naturopatia Umanistica piuttosto conosciuta a Parma. Nel 1987 è nato nostro figlio, gioia della mia vita. Ho continuato ad insegnare nella Scuola, fino alla dolorosa scomparsa del mio compagno (2018), momento in cui ho scelto di abbandonare la Scuola e la città e di trasferirmi in un piccolo paese della Liguria, dove vivo ora, da pensionata, non lontano da mio figlio e dalla sua famiglia (la sua compagna e suo figlio Elia che ora ha tre anni e mezzo e che rappresenta l'altra mia ragione di vita).
Patrizia Vetri on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie