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Storie straordinarie d'uomini e d'ombra

Storie straordinarie d'uomini e d'ombra
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Consegna prevista Novembre 2022
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Una città rapita in un sogno perpetuo e mortale, un uomo bramoso di conoscenza braccato dalla morte nelle sembianze di Cerbero, uno studioso che cerca di sconfiggere l’inesorabile scorrere del tempo, verità e mondi paralleli, dèi simbionti, oracoli, l’origine di una antica Chiesa universale, gli ultimi spasmi di un universo morente, un oggetto che racchiude le regole della Creazione, un fiume dai ciottoli antropocefalomorfi, uno scontro tra giganti, l’origine della vita nella materia inerte, un ragazzo travolto dalla scoperta di un golem…
Storie straordinarie, d’uomini e d’ombra.

Perché ho scritto questo libro?

Un amico morto mi apparve in sogno per rivolgermi parole, insensate pensai; ma al risveglio il senso della rivelazione mi pervadeva e da allora non mi ha più abbandonato. Ci sono sogni così, che odorano di rivelazione, ci sono idee violente che mugghiano nelle volte del cranio fino ad aprirne brecce, o apparentemente miti ma che lentamente cristallizzano fino a costituirsi in solidi perfetti, terribili e incontenibili. Pensieri che non concedono riposo finché non se ne fa testimonianza. Questa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Narrerò cose difficili a credersi, impossibili per i più, certo di passare per pazzo; ma narrerò proprio per non cadere in tale deplorevole condizione, rimettendo il siero che da lungo tempo sta offuscandomi la mente; eventi incredibili e inenarrabili possono instillare atrabili mortifere in animi non temprati: allora io ero solo un ragazzo, pieno di sé e curioso quanto inesperto e disarmato, e cosa accadde allora mi ha ottenebrato fino ad oggi, in cui ho deciso di farne parola. Che siano queste pagine credute vera testimonianza o intese quale diario di un folle nulla importa: qui riverso il fiele che sta consumandomi sperando di ritrovare, per una notte almeno prima della fine, un sonno ristoratore.

Abbia Dio pietà di me. Abbi tu, sfortunato lettore, pietà di me.

Quando tutto ebbe inizio ero studente in scultura all’Accademia di Belle Arti di Šllóga Abanográšz. A quel tempo mi trovavo svogliatamente invischiato nella stesura della tesi di laurea: nel tentativo di celare una vergognosa pigrizia millantai amor patrio e senso di appartenenza scegliendo di trattare vita e opere degli scultori provenienti dalle mie terre d’origine, le montagne settentrionali del Pjy Pánnen. Con soddisfazione avevo constatato che il loro numero, seppure calcolato nell’estensione degli ultimi mille anni, si riduceva a poche decine di nomi, di cui buona parte vissuti nell’ultimo secolo o ancor meglio viventi; e questa accessibilità documentale rendeva terribilmente appetibile l’argomento per l’indolente mostro di cui ero ostaggio.
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A tale registro di sciatte astuzie mi ero ridotto a quel tempo; ma a cavallo dei ventidue anni è raro stare in sella con portamento, bensì più usuale ciondolarsene come cavalieri ubriachi, in una apparentemente casuale e annoiata – seppure inconsciamente bramosa – ricerca di novità. Mi crogiolai a lungo all’idea di aver dabbenato tutti con tale astuzia e, come monete frutto d’inaspettata vincita al gioco che il disgraziato mascalzone conta e riconta incredulo della sorte finalmente favorevole, così sgranavo uno ad uno, inanellati in bella fila nel rosario del tempo, i nomi dei Ventitré: Alephyir, Betenov, Gimelyann, Daledayn, Heimann, Bavorov, Zaynewtsky, Khethorov, Teteryjn, Yoden, Kaffen, Lamedan, Memerov, Nuncayev, Samechor, Ayin-Davera, Tzadikaj, Qufjerov, Reshmann, Shinira, Taumann e Yudahlev. Ventidue appartenevano alla terra ormai, dall’Alephyr del mito al colossale e fragoroso Sigmund Taumann che aveva scosso gli ultimi quarant’anni di storia con opere di irresistibile e violenta verità. L’unico superstite vivente di quella cerchia di maestri era Robert Yudahlev, RYL nel suo acronimo d’arte. Era forse anche il minore di tutti: in un famoso dipinto come ‘La scuola di Atene’ di Raffaello in cui i Ventitré avessero figurato al posto dei legittimi grandi, Yudahlev sarebbe stato ritratto rannicchiato e semicelato dal blocco di pietra atterrato su cui medita il Buonarroti-Eraclito; così era il suo animo, così era la sua arte, chiusa in una ricerca personale, rivolta ad un universo della cui chiave solo lui era padrone; era come un silenzioso marinaio di lungo corso che desse ad intendere della propria esperienza non per spacconeria a parole ma per l’aspetto incartapecorito e calloso della pelle: così si percepiva nella sua ricerca artistica l’esistenza di una tratta studiata e combattuta ma non di dove partisse e portasse; e ogni opera compiuta lo segnava di cicatrici e rughe come un vecchio capodoglio sfuggito troppe volte alla morte delle lance dei balenieri. Yudahlev era schivo e silenzioso e non si sapeva nemmeno con esattezza quale evento o chi l’avesse rivelato al pubblico per la prima volta. Ma il totale disinteresse di Yudahlev per la notorietà unito all’attenzione parziale della critica nei suoi confronti e quindi alle saltuarie apparizioni su riviste cartacee o televisive in qualche modo fecero diventare quello che credevo sarebbe stato il soggetto più accessibile e comodo della mia ricerca in una specie di introvabile Leucrocota, Catoblepa o altro rinomato membro dei bestiari dell’antichità: trovarne tracce sufficienti a stenderne un ritratto minimamente accettabile per una tesi fu quasi impossibile; ed i moderni mezzi tecnologici, che già a quel tempo iniziavano ad illuderci dell’onniscienza a portata di poltrona, non ribaltarono le sorti della mia caccia. La prima apparizione pubblica documentata di Yudahlev era una mostra collettiva del 1961 nella piccola ma rinomata galleria d’arte G.A.M Gorej, poi apparizioni irregolari e sempre più rade all’annuale Fiera dell’Arte in città fino a scomparire del tutto dalla scena. Mi fu più facile raccogliere notizie di un anno di esistenza di Betenov, sebbene vissuto nel dodicesimo secolo, che degli ultimi quarant’anni di vita di Yudahlev. Dapprima, stizzito per l’ostacolo che si frapponeva inaspettato tra me e l’agognata conclusione della tesi, me ne adombrai; poi, lentamente, il senso di impotenza svanì e sentii risvegliarsi un antico istinto predatorio, dissepolto, credo, proprio da quella sfuggente preda. Inaspettatamente fui pervaso da una certa euforia, come uno smanioso cane da muta pronto a braccare volpi al richiamo dei corni da caccia: mi ritrovai a cercare nervosamente e poco lucidamente vestiti, borse, taccuini, registratori a cassette, mappe e stradari per la caccia, la mia caccia; come caldo umore il senso di inquieta noia di cui ero pregno da tempo svanì in pochi attimi, lasciandomene un solo vago ricordo. Mi resi conto che proprio quell’inatteso ostacolo mi aveva salvato dall’ignominiosa morte cerebrale per noia a cui mi ero autonomamente condannato. Presi la vecchia automobile che spartivo combattivamente da anni con mio fratello Tomáš e mi diressi al paese di Oyanol dove, grazie alla memoria più che ai rinsecchiti frutti delle mie precedenti ricerche, sapevo essere la residenza di Yudahlev. Oyanol, Gohrodj-Mno e Oznu-Mno formano una triade di piccoli e tristi villaggi che, arroccati sulle creste dei monti, sornioni paiono montare guardia alla scura valle del torrente Anavešz: quelli ed una costellazione di antiche borgate costituivano i luoghi della mia infanzia. Ricordavo dunque abbastanza chiaramente di avere fiancheggiato più volte la casa di Yudahlev scendendo in città con la vecchia corriera locale della linea 169, unica speranza di contatto con l’Empireo urbano per giovani inquieti, vecchi o poco abbienti non motorizzati abitanti di quella valle che, agli occhi di qualsivoglia spirito morso da una seppur minima inquietudine, pareva dimenticata non solo dal nostro Dio ma da tutti gli eserciti del Cielo. Come capii molto più tardi quei luoghi vivevano tre epoche dello spirito di ogni loro figlio: l’amore immaginifico del fanciullo, l’odio nell’adolescenza inquieta e l’amore nostalgico del vecchio rimpatriato: le brumose sponde alberate  della valle nutrivano la fervida immaginazione dei piccoli sognatori mentre soffocavano la voglia di evasione dei fratelli maggiori scatenandone un odio repulsivo; ed io, a quel tempo, nell’odio vedevo la forza che potenzialmente avrebbe potuto salvarmi dalle soffocanti frescure della valle dell’Anavešz. Ma torniamo alla caccia… Lungo la strada per Oyanol riconobbi la casa di Yudahlev, non era difficile: la piccola collina erbosa su cui si ergeva e che incombeva sulla strada mostrando il fianco meridionale era disseminata di sculture in tecnica mista, unione di terracotta, legno lavorato e grezzo, utensili consunti di ogni tipo, di ogni luogo e di ogni tempo, resti di automobili o altri congegni meccanici di recupero, accoppiati a stoffe e vestiario sdrucito, tutto composto in figure vagamente o chiaramente antropomorfe, rivolte coi loro assurdi, indecifrabili e ieratici volti a sud-ovest e irrorate ogni sera dal sole morente. Ricordai che spesso soffermavo lo sguardo su quelle figure, in una specie di bonaria derisione frammista a simpatia, che col tempo sublimò in ben altro sentimento: i volti nati da quell’accozzaglia di parti erano maschere di un vero spettacolo del ridicolo, spettacolo che tuttavia, con la repentinità propria dei sogni, in cui ogni cosa può capovolgersi nel proprio opposto nel tempo di un battito di ciglia, agli occhi dell’osservatore mutava in quella che si sarebbe detta la scena di un rito arcaico, di una migrazione di popoli dei tempi che precedettero la storia scritta, di un rito ancestrale di adorazione degli astri, tutto nel momento stesso in cui si scorgeva lo sguardo anche solo di una di quelle figure. Lo sguardo, ecco cos’era. Me ne accorsi per la prima volta in una sera di ottobre, dopo un euforico pomeriggio di scorribande urbane tra amici al termine del quale tornavo, esausto, scomodamente seduto e schiacciato contro il finestrino dell’ultima corriera serale per Gohrodj-Mno. La spossatezza e la lieve nausea causata più dal rancido odore delle esauste tappezzerie che dalle infinite curve della strada di montagna mi avevano portato ad una condizione di passiva e malinconica contemplazione dell’umido paesaggio autunnale della valle dell’Anavešz. La luce di quella sera, uniformemente flebile, grigia e piatta grazie al basso cielo incombente, ebbe un sussulto con lo squarciarsi di un brano di nuvole ad occidente ed un fiotto luminoso dorato inquadrò il popolo della collina di Yudahlev: sul fondo grigio-bluastro del cielo e delle frondose coste, come sotto la luce ad occhio di bue di un palcoscenico, ecco che splendevano gli abitanti di un altro mondo, dagli sguardi persi nell’orizzonte vasto di una nuova terra, promessa di meraviglie e ricchezza. Sentii che quella scena era già accaduta molte volte, nei cicli infiniti del tempo, che quello stesso momento l’avevano già vissuto Attila, Annibale, Celti, Goti e Longobardi che, varcati i bastioni delle Alpi, persero lo sguardo sulle valli e sulle pianure di un mondo sconosciuto e ricco che stavano per conquistare nel fuoco e nel sangue della spada.

Tutto questo rividi nel tempo appena di percorrere il tornante che fiancheggiava la rotondità della collina. Tutto questo avevo sepolto, chissà perché, nel profondo, ed era riemerso solo in quel momento. Com’era possibile?

Arrivai al cancello della proprietà ancora assorto in questi pensieri quando due anziani, biascicando parole per la metà incomprensibili, si prodigarono nell’informarmi che Yudahlev non si faceva vedere più da molto tempo, che sapevano avere un capanno nel bosco sull’altro lato della valle, sulle ripide coste di Sarotsašz – piccolo borgo aggrappato al fianco del monte Reneev come un pauroso fanciullo alla gonna della madre – che non ne conoscevano l’esatta ubicazione ma che avrei saputo tutto dal mercante di lana di Staedlell-Lapjc, Ole Mainard-Ontell, immigrato fiammingo abile nel trafficare in tessuti quanto in informazioni.

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Carlos Pambianchi
Carlos Pambianchi
Bologna, 17 giugno 1979
Vive l'infanzia sulle montagne dell'Appennino bolognese. Di formazione artistica, laureato in Architettura, pratica la libera professione occupandosi di progettazione, design e letteratura per ragazzi e dal 2017 inizia la collaborazione con aziende di arredamento luxury. Oggi lavora come tecnico progettista d'arredo.
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