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Taaac! Storie di latin king, paninari e solitudine

Taaac! Storie di latin king, paninari e solitudine
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Consegna prevista Novembre 2022
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“SPOSERO’ SIMON LE BON” incontra “HO DODICI ANNI, FACCIO LA CUBISTA, MI CHIAMANO PRINCIPESSA” all’ INFERNO. Il NOSTRO Inferno.
Il chiasso intossicante del mondo contemporaneo.
Un giovane post-Emo cyberbullizzato incapace di trovare la sua dimensione.
Un vecchio Paninaro con un passato da nascondere e una missione da compiere.
Un Maestro involontario per un Allievo in cerca di sé, in un mondo ormai cieco, sordo e narcotizzato. Droga e Panozzi, Violenza e Dolcezza, Sorrisi amari, Azione e Nostalgia.
Un romanzo di formazione in un mondo deformato.
“Eccola qua, questa strana coppia, a ubriacarsi insieme in questa assurda, intima notte al riparo dall’umanità, uno che non vede l’ora di liberarsi dalla gioventù mentre l’altro darebbe qualsiasi cosa per poterci ritornare, anche solo per un giorno. Due naufraghi da un presente che, forse, davvero non esiste. O, più probabilmente, solo due poveri cristi.”
“…sì, ma quand’è che finisce, ‘sto futuro?…”

Perché ho scritto questo libro?

Ammettiamolo: non ci stiamo capendo più un cazzo. Ho deciso di partire da quando il delirio contemporaneo è cominciato, quegli anni Zero ancora pre-mascherine e pre-QR code, ma già col seme della confusione e della perdita di certezze e identità, e ho deciso di mostrare cosa siamo diventati attraverso la lente di un bizzarro personaggio rimasto agli anni ’80, in un confronto ora perdente ora galvanizzante, ora patetico ora costruttivo, in una storia di azione e sentimenti, in cui riconoscersi

ANTEPRIMA NON EDITATA

GENOVA, Una giornata appiccicaticcia qualsiasi di quegli anni Zero che stiamo per cominciare a rimpiangere.

Non farti illusioni: a nessuno importa che tu stia sanguinando. L’importante per loro è che non gli sporchi il tappeto.”

Marco è abbastanza soddisfatto di questa sua frase, che scrive sul suo i-pod mentre ascolta nel suo Podcast in mp3 i Fall Out Boy seduto sull’autobus che da Quezzi lo porta a scuola un’afosa e giallognola mattina di fine maggio. Ha il vago sospetto che, forse, sarebbe più corretto scrivere “…che non sporchi LORO il tappeto”, ma così è molto più musicale, ed è solo quello che conta per un poeta.

Perché lui è un poeta, sì sì. A dire il vero vorrebbe che i suoi versi confluissero nei testi delle canzoni per il gruppo che ha sempre sognato di fondare, e per cui ha pensato a svariati nomi: i Bleeding Youth, i Vasectomia, i MondoMorto, i BlackFeatherSociety, o qualcosa di simile, ma è questa “i” iniziale che stride: infatti, visto che è sideralmente solo come un cane bagnato, si dedica alla poesia. Perché è chiaro e ineluttabile: se sei popolare e in vista fondi un gruppo, se sei solo scrivi. Questa è la regola.
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E non si può trasgredire alle regole. D’altra parte, fin dalle elementari lo psicologo infantile lo definiva introverso e poco proiettato verso il prossimo, tendente a creare un suo mondo interiore come difesa dalle sfide della realtà esterna. Ma in questo mondo interiore, a  differenza di tanti altri bambini, non si è mai creato amici immaginari, anzi: il suo mondo intimo e privato era l’unico posto in cui riuscisse finalmente a gustare un po’ di meritata solitudine e di rigenerante silenzio al riparo dal frastuono e dalle rogne di sta cazzo di vita normale che ti deve piacere per forza.

Dall’i-pod twitta stralci di frasi, di dialoghi, di rime e mezze poesie buttate giù di getto, come schizzi, come urla, come sfogo nervoso di sentimenti amplificati dall’alienazione suburbana, e un giorno si deciderà a metterle insieme per un disperato, rabbioso libro di poesie e racconti brevi, così tutti se ne accorgeranno che lui non è solo un ragazzino smunto, ordinario e perdente come credono, lo chiameranno nelle librerie alternative a presentare la sua raccolta – magari mi inviteranno anche al reparto Libri del Megastore Media di via Venti Settembre, e verrà anche mia madre, e per l’ occasione tornerà anche mio padre dall’ Argentina, e verrà anche la prof di italiano e vedrà che… – , e lui entrerà, con gli occhi velati di trucco e i capelli un po’ cotonati e col ciuffo sul davanti, e dimostrerà che la sua non è solo una moda passeggera o un vezzo di un adolescente ingobbito e qualunque, ma stupirà tutti con la mostruosa sensibilità dei suoi versi, il vulnerabile e romantico grido di quello che tutti credevano essere solo un ragazzino inaffidabile e lagnoso, ed invece era –

Tu fa cassi tuoi, putana! Autobus no è tuo, autobus di tutti, Hapito? Tu sitta, stai sitta e fa cassi tuoi!

La canzone sfuma lasciando qualche secondo di silenzio prima che parta la cover di Baby One More Time di Britney Spears cantata dai Panic! At The Disco con i Dresden Dolls, Marco alza distrattamente lo sguardo dallo schermo dell’ i-pod e i pensieri che lo disarcionano così deliziosamente dal presente vengono distrattamente interrotti da una scena che lo lascia del tutto indifferente: un giovane arabo dal lucido ricciolo nero di cinabro e dagli zigomi che raccontano di porti, treni notturni, botte e galera, inveisce contro una vecchietta dall’aspetto arcigno, distinto e d’altri tempi che ha avuto l’ardire di chiedergli, con composto fare beneducato da libro Cuore, se poteva spegnere, o quantomeno abbassare, la radiolina con la quale inonda imperterrito tutto l’autobus della sua nenia rap con tappeto di esotici strumenti a corda e rime in Arabo. L’uomo, maglietta attillata tarocca Inporio Jeans e sguardo iroso e sfacciato da antico guerriero persiano, non sembra averla presa molto bene, e aggredisce la vecchia con tono di sfida alzando quella voce secca, aspirata e in levare, suscitando le risatine e l’atteggiamento alla “tanto cosa puoi farmi?” dei suoi sodali, seduti sbragati con fare indolente sulle sedie vicine, e dando luogo al tempo stesso alle gomitatine e agli sguardi complici, rassegnati e rancorosi dei vegliardi che tifano per la loro esponente senza avere però avuto il fegato di supportarla nella sua eroica reprimenda – anche il vecchietto che prima mi ha chiesto con fare borioso e languido il posto a sedere adesso si guarda in giro e bofonchia “è una vergogna…” a nessuno in particolare. – pensa Marco.

Il nostro, infatti, si limita a prendere atto apaticamente del tutto, mentre riparte la prossima canzone. La vita è un gran brutto posto dove stare.

Marco lo sa fin troppo bene, e immerge di nuovo nel suo i-pod il suo ciuffo grossolanamente impomatato (è felice del suo ciuffo spelacchiato:  è appena stato dalla parrucchiera di fiducia di sua madre portandosi dietro una foto di Faris Badwan dei The Horrors e le ha chiesto di farlo uguale. È uscita in realtà una zazzera pressoché informe, ma che tutto sommato, proprio per questo, dà alla chioma un tocco di maledettismo giovanile indie-glam che, secondo i suoi timidi, introversi disegni, non guasta), non prima di aver distrattamente rilevato che non lontano da lui, di spalle, è seduto anche Daniele Alfieri, il folkapocalittico, con i suoi capelli arruffati col ciuffo da bravo post-scapigliato e il suo foulard broccato intorno al collo. Eccolo lì, l’ex-sogno erotico di Vanessa Benedetti, la sua ex-migliore amica, che da quando è diventata una (riconosciuta!) Scene Queen Steampunk ha cambiato giro e, quando ormai si degna ancora di rispondere ai suoi Whatsapp – cosa che prima faceva sempre e con fedele puntualità (anzi, a volte, in tempi che ora sembrano remoti al punto di appartenere a un’altra vita, era addirittura lei a cercarlo di sua sponte)-, lo fa dopo almeno due giorni, con svogliati acronimi e frettolose abbreviazioni. Ora non ha più tempo per Marco, e, a dire il vero, nemmeno per boriosi cretinetti come Daniele Alfieri che prima, per lei, era il non plus ultra della virile concupiscenza: è entrata nel giro dei grandi e mostrarsi pubblicamente con uno di quarta come Marco sarebbe quantomeno sconveniente, oltretutto è anche dimagrita pressoché a vista d’occhio: Marco ha saputo qualche settimana fa che è diventata webmistress di un sito pro-ana semiclandestino, in cui ragazze anoressiche, bulimiche o che comunque hanno disturbi alimentari si scambiano consigli su come dimagrire ulteriormente, su quali cibi permettono di stare in piedi senza garantire il minimo apporto di grasso e su quanto sono fighe le loro starlette di j-pop  preferite quando in alcune foto si vedono le costole o le vene bluastre degli avambracci.

Eppure, gli ultimi tempi prima di sparire completamente dalla sua esistenza, finendo inesorabilmente inglobata in “altri giri” nei quali tutti sembrano sempre più grandi, sicuri, baldanzosi, entusiasmanti e felici di lui, Vanessa non faceva che parlare a Marco di questo Daniele Alfieri , che è già al primo anno di università, che è un dandy decadente, che beve assenzio anche la mattina al bar davanti a Via Balbi 4 okkupata e che passa le giornate ad ascoltare strani gruppi ricercati e bizzarri che parlano di guerre, simboli esoterici e olocausti, ad uploadare su YouTube video di un tale vecchio trombone che si chiamava Carmelo Bene e di cui imita ogni mossa e atteggiamento, e a sputare sentenze tratte dai Bignamini di questo o quel pensatore del novecento (Vanessa cercava invano di dimostrare di essere alla sua altezza perché su certi filosofi, che lui decantava con voce impastata nel sole del primo pomeriggio nel cortile della Facoltà di Lettere, lei era già stata interrogata con risultati nemmeno troppo vergognosi, anche se sto fantomatico Julius Evola davvero non l’ha mai sentito nominare e alla fine, per dirla tutta, non gliene fregava assolutamente un cazzo).

Poi, dopo essere diventata ufficialmente vice-reginetta (seconda classificata) al raduno dedicato agli Scene Kings e alle Scene Queens che si è tenuto quattro mesi prima al PalaDurex di Trescorre Balneario, ha mollato lì anche il suo fumantino terrorista estetico ( “che se ne resti lì ad ascoltarsi il suo neofolk da sfigati, a farti vedere in giro con certa gente ci perdi troppo la faccia!” ) e ha iniziato a centellinare le sue apparizioni in pubblico limitandole ai flyers di qualche serata indie-electroclash-Visual K (per cui fa da modella) che spamma su Facebook, Snapchat e Instagram e giusto un po’, suo malgrado, alla scuola, perché, si sa: più dai l’impressione di avere ben altro da fare, più la gente si chiederà come si fa ad entrare a far parte del tuo fantastico ed esclusivo mondo, a prescindere dal fatto che detto mondo esista o meno.

In questo umido e fangoso autobus, Daniele Alfieri  osserva il giovane uomo randagio del medio oriente prendersi con la forza il suo ruolo di incontrastato ed incontrastabile re dell’autobus con buona pace della vecchietta inerme la quale, le gambe che sembrano modellate nel gorgonzola da quanto sono informi, bianchicce e irrorate da venuzze azzurro-verdognole che si ramificano varicose da quelle che un tempo erano caviglie, vede sgretolarsi il suo antico mondo di certezze, camicette ben abbottonate , caramelline al rosolio e giovani che lasciano il posto alle signore, e abbozza, lui consapevole del collasso del mondo occidentale, un sorrisetto amaro tipico di chi sa che  l’Armageddon si approssima per il Sistema come noi lo conosciamo, meritevole del tilt politico ed esistenziale che sta vivendo, credendo sciocchinamente di esserne pronto.

Marco si limita a godersi gli ultimi attimi di solitudine e musica in mp3 prima dell’ennesima giornata, nella quale sa benissimo cosa lo aspetta. Quella di greco interroga e lui non ha ancora il voto, Vanessa Benedetti andrà al cesso due o tre volte e tornerà allucinatamente sorridente e macabramente raggiante, il supplente di francese come al solito sorriderà squadernando il suo ciuffo color Bailey’s e la sua nuova dentiera pimpata e cromata ad uso e consumo delle adolescenti del primo banco e lo chiamerà bonarianente “Juliette Gréco” per via del suo trucco leggero, della croce che porta al collo e dei guantini neri di rete che indossa con nonchalance; quello di fisica si beccherà la consueta dose di pernacchie, rutti, scorregge, sputi e lattine vuote tirate sulla testa e replicherà con le solite deboli minaccine di note sul registro che non verranno nemmeno udite dai suoi compagni tanto sarà il casino, a ricreazione se ne starà nel suo solito angolino a fumare…e poi ci sarà lui. Lui. LUI.

Lorenzo Castellone.

Appena l’immagine, l’idea, il concetto di Lorenzo Castellone fa capolino, per la prima volta nella giornata (la prima di una lunga serie), nei pensieri assonnati e pesanti di Marco, le nubi si fanno color piombo ed il riverbero inghiotte le strade, i palazzi, le anonime comparse che aspettano l’autobus alla Stazione Brignole, il suo stomaco, e tutto appare sfocato e opaco come in una vecchia fotografia venuta mossa, i suoni si fanno ovattati e ogni altra tragedia – l’interrogazione di greco, la guerra in Iraq, la crisi economica, gli armamenti nucleari Nordcorerani – appare in secondo piano, e sarebbe tutto sicuramente più accettabile, più razionalizzabile, più sopportabile non ci fosse, Cristo, se solo non ci fosse Lorenzo Castellone. LORENZO CASTELLONE.

Come quando ti scappa da cagare e, ok, in quel momento hai tutta una serie di problemi anche urgenti da risolvere, ma in testa, in quel momento, ne hai uno solo, il primo, l’unico, che si mette in fila davanti a tutti gli altri e li deprioritarizza rendendoli lontani, sfocati e meno mordaci. LUI. La Nemesi. La Merda. LORENZO CASTELLONE.

Ma Marco rimanda questo pensiero, lo mette in standby ancora per qualche minuto, per assaporare con fare quasi clandestino gli ultimi attimi di pace e libertà (gli ultimi attimi di pace e libertà concessigli da Lorenzo Castellone). È una questione di sopravvivenza.

L’autobus sferraglia e sgomma annoiato nella pozzanghera calda di passato acquazzone quasi estivo, il cielo si sta aprendo squarciato da un inutile, cianotico sole che suda pallido sulla città allucinata. Marco acchiappa il suo tascapane nero con i libri, l’i-pod e il nuovo numero del suo manga shojo ai preferito appena comprato in edicola e inforca due occhialoni femminili grossi e dalle lenti sfumate (la Signora Persichetti, vicina di casa, ogni mattina che Dio manda in terra, non appena lo vede uscire per andare a scuola, o lo incontra nel portone mentre torna dalla latteria di primo mattino, gli ripete sempre, immancabilmente, con lo stesso identico tono di voce, le stesse inflessioni, gli stessi accenti e la stessa cadenza, credendo di essere simpatica e adottando l’assetto da Nonnina Sprint “Uh ma che occhiali che ti sei messo! Sai chi mi ricordi conciato così? –lo so, Dio se lo so…Dio, o il Diavolo, chiunque, non importa, ma venga a salvarmi – quella della TV, la buonanima, come si chiama?…la Sandra Mondaini! Eh? Eh eh. E come va, come va la scuola? Eh ma tu sei bravo, lo so che sei bravo, da piccolo facevi dei temi così belli…Saluta la mamma eh….”)

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Davide Scovazzo
Genova, 1980.
Sceneggiatore e regista, laureato DAMS, autodidatta.
Regista di numerosi cortometraggi e film premiati in numerosi festival ("Pink Film", "Bla Bla Bla Bla", "Durante La Morte", "Tutto Il Bene Del Mondo" realizzato per il reality "Tutto In 48 Ore" di Rai5, "Tutto Il Male Del Mondo" per il film corale "17 a Mezzanotte", "Rigorosamente Dissanguati da Vivi" realizzato per il film a episodi "Sangue Misto" da lui ideato e coordinato distribuito in DVD e Blu Ray dalla etichetta Home Movies), è autore della raccolta di Poesie “Spazzatura, Rossetto e Un Po' di Dio Qua e Là”, pubblicata dalla Casa Editrice ZONA Contemporanea, 2017.
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