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Tale of Stones

Tale of Stones
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Consegna prevista Agosto 2023
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Sono passati quasi cinquecento anni da quando, nel continente del Mir, Un re avido volle intrappolare la magia creando due pietre dall’enorme potere, una bianca e una nera.

Il potere della pietra nera attrasse un demone che voleva impossessarsene ma venne fermato da cinque eroi grazie all’aiuto di una dea, questi cinque eroi fondarono i regni del continente: Dracia, Kier, Sybaris, Tiria e Valesia che da allora vivono in pace anche se non era destinata a durare in eterno.

Nell’oscurità, qualcuno trama per riportare la guerra nel continente, ma con quale scopo? Che fine hanno fatto i discendenti degli eroi? Riusciranno a sventare questa nuova minaccia? Non vi resta che scoprirlo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho cercato spesso un libro che mi appassionasse e coinvolgesse ma senza troppo successo, quindi decisi di scriverne uno mio, anche solo per puro divertimento. Dopo aver finito di scriverlo e aver messo l’ultimo punto mi sono detto “che bella avventura, forse potrebbe piacere a qualcuno” ed eccomi qui. Vi porterò nella mia personale avventura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

                               Prologo

Nel continente del Mir, la magia era sempre stata presente sotto diverse forme: era presente nello scorrere dell’acqua, nel soffiare del vento, nell’ardere del fuoco.

Solo in pochi erano in grado di vedere ed utilizzare tale potere: gli Elementali.

Gli Elementali usavano la magia per migliorare la vita delle persone, ed in rari casi, come arma contro i nemici: questa magia così potente doveva essere usata con grande saggezza poiché se usata per scopi malvagi avrebbe potuto decretare la fine dello stesso continente.

Un giorno, un re vide all’opera gli Elementali e restò stupito dalla loro innata capacità, così tanto che chiese ad alcuni di loro di entrare a fare parte della sua corte mettendo i loro poteri al servizio del regno promettendo di ricoprirli di oro e potere: alcuni Elementali attratti più dalla prospettiva di accumulare ricchezza che dall’aiutare il prossimo, decisero di accettare l’invito del re.

Con il passare del tempo, l’iniziale stupore provato dal re si trasformò in rabbia e risentimento verso coloro che erano in grado di utilizzare la magia: l’invidia lo consumò giorno dopo giorno, fino a quando decise che anche lui doveva essere in grado di utilizzare tale potere.

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Ordinò quindi agli Elementali di intrappolare la magia e renderla utilizzabile anche a chi non era in grado di dominarla: gli Elementali, oramai inebriati dalla ricchezza e dal potere che il re aveva dato loro, obbedirono senza pensare alle conseguenze che il loro gesto avrebbe causato.

L’unico modo che trovarono per imbrigliare la magia fu creare due pietre: una pietra bianca che donava al suo possessore il potere della vita, rinvigorendo i deboli, guarendo i malati, salvando persino una persona da morte certa.

L’altra pietra, nera come la notte era invece il suo opposto: grazie ad essa chi la utilizzava acquisiva la capacità di indebolire qualsiasi nemico, procurare atroci sofferenze e se utilizzata al pieno del suo potere poteva anche togliere la vita.

Gli Elementali capirono subito le potenzialità di queste pietre e provarono a nasconderle al Re ma, prima di riuscire a portarle via dal castello, furono trucidati dalle guardie reali: fu così che il Re si impossessò di entrambe le pietre, acquisendo un potere che andava oltre ogni immaginazione.

Esattamente tre giorni dopo la creazione delle pietre al nord del continente, tra i ghiacciai più oscuri e remoti, una lingua di fuoco nero che sembrava provenire dagli abissi squarciò in due un intero ghiacciaio portando alla luce una terribile entità: il demone Adamas.

Il demone aveva un aspetto longilineo e muscoloso, sulla sua schiena spuntavano ali nere come la pece e i suoi occhi gialli come il brillare dell’oro e la carnagione violacea completavano un aspetto mostruoso.

Egli possedeva forza e velocità demoniache ma il suo più grande potere consisteva nella possibilità di creare altri demoni chiamati Abomini.

Gli Abomini erano demoni con quattro braccia, completamente cechi ma percepivano la paura e l’odore della stessa e chiunque venisse ucciso si trasformava a sua volta in un Abominio.

Adamas percepiva il potere della pietra nera a sud del continente, così si diresse verso un piccolo villaggio vicino al cratere che lo aveva appena portato alla luce e non appena gli abitanti videro il demone, furono colti dal panico e cominciarono a scappare.

Adamas afferrò per il collo un uomo che gli passò davanti e cominciò a fissarlo dritto negli occhi, l’uomo tremò e gridò dal terrore ma non aveva via di scampo, «Le tue urla sono un piacere per il mio udito, grida uomo, grida fino alla disperazione» e strinse sempre più forte la presa sul collo finendo quasi per spezzarlo.

Lo lasciò cadere in ginocchio davanti a lui, «La distruzione di questo villaggio sarà solo la prima di molte altre e voi umani mi darete una mano a porre fine alla vostra stessa esistenza» così dicendo colpì con la propria ascia l’addome dell’uomo che urlò dal dolore e morì.

Qualche istante dalla schiena dello stesso, spuntarono altre due braccia ossute, la completa cecità e dei denti aguzzi in grado di squarciare una gola completarono la trasformazione dell’uomo in un Abominio che subito, si lanciò contro un passante. Quella stessa sera nell’intero villaggio nessuno rimase vivo.

Adamas distrusse ogni cosa sul suo cammino, sterminando interi villaggi e creando poco alla volta la sua personale armata di Abomini.

Quando il primo regno capii che c’era qualcosa di strano dietro la distruzione dei propri villaggi fu troppo tardi, il demone aveva quasi distrutto l’intero esercito che non poteva porre alcuna resistenza, così bene presto sia il primo regno e che la prima corona caddero.

Adamas non trovò quello che cercava e promise di mettere a ferro e fuoco tutti gli altri regni degli uomini fino a quando la pietra nera non sarebbe stata nelle sue mani.

La sorte che attendeva gli altri regni non fu diversa, furono egoisti nell’affrontare la minaccia che incombeva su di loro: combatterono separatamente, evitando ogni reciproco aiuto.

Fu così che, uno dopo l’altro, i regni caddero.

La pietra nera fu portata segretamente nell’ultima fortezza della razza umana ancora in piedi, dove quel poco che restava degli eserciti dei regni sconfitti si unirono per dar battaglia al demone nel tentativo di sconfiggerlo o morendo provandoci.

Non passò molto tempo che il demone arrivò a reclamare la pietra «Umani! Non avete scampo! Tutti i vostri sovrani e condottieri sono caduti, la vostra razza è giunta al termine della sua esistenza. Se mi consegnerete la pietra nera, vi permetterò di unirvi al mio esercito oppure, vi darò una morte lenta e dolorosa, facendovi pentire di avermi ostacolato!»

Nell’udire tali parole alcuni soldati presero la via della fuga, altri, nonostante la paura che attanagliava il loro cuore, decisero di battersi, in questa battaglia che sembrava non poter esser vinta.

Dopo giorni di scontri, la guerra sembrava perduta, ogni soldato caduto rimpolpava le file nemiche e il demone brandendo la sua ascia bipenne era un nemico imbattibile ben al di sopra delle possibilità di ogni uomo o donna dell’esercito.

Proprio quando sembrava tutto perduto, un lampo bianco ed accecante si stagliò in mezzo al campo di battaglia.

Un’ombra si intravedeva a malapena e quando il fascio di luce svanì, i soldati videro una donna dai capelli lunghi e biondi simili ai raggi del sole e occhi verdi come smeraldo.

«Io sono Astarte e Sono stata richiamata dalla pietra bianca, e tu demone, non riuscirai ad impossessarti delle pietre», la donna si avventò sul demone costringendolo ad arretrare.

Questo suo gesto portò nei cuori dei difensori nuova speranza e coraggio, unendosi a lei in questa ultima battaglia.

Questa donna era in possesso di due spade sacre capaci di competere con la potente ascia di Adamas, i due si combatterono strenuamente per molto tempo, i loro poteri si eguagliavano, nessuno dei due riusciva ad avere la meglio sull’altro.

Intuendo che, se Astarte avesse perso tutte le speranze degli umani sarebbero sparite con essa, dei prodi guerrieri presero coraggio ed affrontarono il demone: i loro nomi erano Harpè, Cay Riu, Durlindana ed Eurito.

«Benedirò le vostre armi per renderle sacre, aiutami con la vostra forza a sconfiggere il demone» una luce di colore blu avvolse le armi dei quattro guerrieri: un arco, un’ascia, una lancia e una spada, trasformandole in armi sacre.

Astarte si guardò intorno, la battaglia infuriava, uomini e donne stavano combattendo contro gli Abomini, spade contro zanne, scudi contro scaglie, gli eroi contro il demone, sembrava essere una battaglia infinita.

Adamas la vide distratta e lanciò una palla di fuoco che la dea non poté evitare ma una donna coraggiosa si mise tra lei e una sicura morte e fu sbalzata di qualche metro cadendo rovinosamente a terra.

Astarte corse in suo soccorso ma la donna era in fin di vita «come ti chiami?» chiese e con le ultime forze che aveva ancora in corpo la donna rispose di chiamarsi Tarakona  «Bene Tarakona, per ricompensare il tuo coraggio ti donerò il potere immenso», la dea toccò il cuore della donna, Tarakona cominciò a sentire una grande colore dentro di sé e fu avvolta da una polvere bianca, tramutandosi in una maestosa draghessa bianca e si scagliò contro Adamas in un ultimo attacco collettivo insieme agli altri eroi.

I quattro eroi insieme al draghessa misero finalmente alle corde il demone che decise di ritirarsi «Oggi mi avete sconfitto, ma finché la pietra sarà in questo mondo, io tornerò per reclamarla ed annientare ogni forma di vita» sentenziò.

Un vortice di fiamme avvolse il demone che sparì nel nulla ed in quel preciso momento gli Abomini si pietrificarono sgretolandosi in granelli di sabbia al vento.

Hathora, esausta, volle intorno a sé gli eroi e la donna dragone e chiese loro di sigillare il potere delle pietre affinché nessuno potesse mai usarle e riportare nuovamente Adamas sulla terra. Poi, così come era arrivata nello stesso fascio di luce lascio la terra.

Esaudendo l’ultima volontà della dea, gli eroi chiesero ai pochi elementali sopravvissuti di trovare una soluzione per sigillare le pietre.

I quattro più potenti tra gli elementali sigillarono il potere delle pietre con un potente incantesimo, da quel momento furono chiamati i Grandi Saggi e decisero di sparpagliassi sul continente e nessuno li rivide più.

Al termine di questa strenua battaglia gli eroi decisero di fondare dei nuovi regni sulle ceneri di quelli precedenti e così nacquero Valesia, Tiria, Dracia, Kier e Sybaris, e le pietre furono nascoste in angoli remoti affinché tutto il continente del Mir potesse restare in pace per sempre e non rivivere più gli orrori della guerra che passò alla storia come la Grande Guerra.

Questa pace che oramai regnava da quasi cinquecento anni non era destinata a durare per sempre.

Capitolo 1 La Richiesta del Re

Nel Regno di Dracia vi erano molte campagne sempre verdi, ottime per le colture e i pascoli, dove molte persone vi erano intente nei loro doveri e il sole risplendeva alto nel cielo, in una fattoria un uomo era impegnato a seminare il proprio orto con le colture di stagione, era felice di quel poco che aveva, una piccola dimora, un piccolo terreno da coltivare e una famiglia che lo amava.

Quel giorno dei cavalieri Draciani, giunsero alla sua fattoria, «Come posso esservi utili, Signori?» l’uomo provò un po’ di timore vedendoli piombare sul proprio terreno.

«Mostraci la schiena e se non hai quello che vogliamo, ce ne andremo subito» rispose il soldato in malo modo.

Un brivido freddo cominciò a scorrere sulla schiena del fattore, «Andate via!» gridò egli e delle lame di vento apparvero nella mano dell’uomo, le scagliò contro uno dei cavalieri facendolo cadere da cavallo, gli altri soldati scesero da cavallo cercando e lo atterrano strappandoli le vesti sulla schiena.

L’uomo aveva una piuma sulla spalla sinistra «è lui l’abbiamo trovato, portiamolo di corsa al re» e mentre veniva legato l’uomo continuò ad urlare senza sosta «cosa volete da me?? Io sono solo un semplice contadino! Non ho fatto nulla!», un soldato si avvicinò all’uomo con un bastone in mano «tu non sei un semplice contadino, né un semplice uomo. Tu sei un discendete di una dei quattro Grandi Saggi e ora sei nostro prigioniero» alzò il bastone colpendo violentemente l’uomo che svenì «Bene ora possiamo tornare alla base, con questo ne abbiamo due, ne mancano due».

Ogni anno un regno ospita i festeggiamenti per la Fine della Grande Guerra e quest’anno, in onore dei cinquecento anni dalla sconfitta del demone toccherà a Valesia ospitare i festeggiamenti, tutta la popolazione era in subbuglio per i preparativi, essendo un’occasione speciale il Re non aveva badato a spese, adornando l’intera capitale, Faranas, a festa con banchetti e spettacoli che sarebbero durati una settimana.

In quella occasione il Re era solito premiare i soldati e cittadini comuni di tutti i regni, che si erano prodigati per il mantenimento della pace e per la prosperità di tutto il continente.

Il re convocò il capitano Gerard per potergli affidare la gestione della sicurezza durante tutto l’evento inviando due suoi emissari.

Il capitano Gerard del Terzo battaglione Milites era distaccato presso la città di Godin, lontana circa un paio di giorni dalla capitale, era un veterano dell’esercito che, nonostante le cinque decadi di età, non aveva nulla da invidiare ai giovani soldati del suo battaglione, forte nel fisico quanto nell’animo, occhi marroni e i capelli corti brizzolati che li conferivano un’aria autorevole, conosciuto per la sua gentilezza rivolta sia agli amici che ai nemici.

Quella mattina Gerard si svelò di buono umore, fuori la giornata era piacevole, il sole splendeva con qualche nuvola di passaggio che attenuava il calore, quella era la sua giornata libera e decise di trascorrerla sistemando il suo armamentario che necessitava di qualche piccolo ritocco.

Egli viveva in un umile casa vicino alla piazza principale, un alloggio non certo degno del capitano della guardia cittadina di Godin, ma per lui era più che sufficiente.

Dopo aver fatto la lista delle compere, si diresse al mercato principale dove era solito fare i suoi acquisti, era assorto nei suoi pensieri quando dalle porte delle città i due emissari del re entrarono di fretta e furia fermandosi in mezzo al mercato «Gente, stiamo cercando il capitano Gerard, abbiamo un messaggio urgente dal re» la gente cominciò a mormorare chiedendosi come mai il re voleva parlare con il loro capitano.

«Sono il capitano Gerard, scusate gli abiti civili ma oggi sono di riposo» rispose

«Ci spiace disturbarla nel suo giorno libero ma abbiamo un messaggio importante dal re, possiamo andare nella sua dimora?» chiese un emissario

«Certamente, vi faccio strada».

I due emissari entrarono nella casa di Gerard e videro dove viveva cominciarono a dubitare dell’uomo che avevano difronte «Mi scusi, lei è davvero il capitano Gerard? Posso vedere lo stemma Reale?» ad ogni capitano veniva fornito uno stemma di riconoscimento che provava la sua identità e la sua autorità.

«Certamente» il capitano si avvicinò ad un mucchio di vestiti riposti su una secchia, frugando in uno di esse trovò lo stemma «Eccolo» disse porgendolo agli emissari.

«Molto bene capitano, il re richiede la sua presenza a palazzo per discutere di una questione molto urgente»

Gerard perplesso chiese cosa volesse il re da un capitano di periferia «Sarà il re in persone a spiegarle il motivo della sua convocazione», congedandosi i due emissari, uscirono dalla casa e si diressero nuovamente al castello.

Il giorno seguente, il capitano radunò i suoi uomini nell’armeria della città e salì sul piccolo palco allestito per l’occasione, schiarendosi la voce comunico ai suoi uomini la notizia: «Signori, siamo stati convocati dal re per una questione urgente, non so dirvi di cosa si tratta ma verrò sostituito da un capitano provvisorio che gestirà la guardia di Godin in mia assenza, porterò con me pochi uomini. Dolner! Vincent! Scegliete cinque soldati a testa e preparateli per ogni evenienza, domani mattina partiamo per la capitale, rompete le righe».

Dolner era chiamato anche Quercia, un uomo grande, grosso e barbuto con una notevole forza fisica, grazie al suo aspetto veniva spesso paragonato ad una quercia dai suoi compagni, la sua arma preferita era un’ascia.

Vincent era un giovane dai capelli scuri e carnagione olivastra, abile con la spada a due mani, aveva seguito il capitano fin dalla sua prima missione, sopranominato per scherno ‘Bacco’ poiché partecipava sempre alle bevute con i compagni ma finiva ubriaco al primo giro di alcool.

Scendendo dal palco il capitano si diresse direttamente a casa per preparare anche egli i propri bagagli, giunta la sera il capitano consumò un pasto modesto e si preparò per la notte, tutto era pronto per il suo prossimo incarico.

Al primo canto del gallo che, come ogni mattina, svegliava il capitano, egli era già pronto ad incamminarsi verso la capitale, caricò tutto quella che aveva sul proprio destriero, mentre i suoi soldati a cavallo lo attendevano nella piazza del mercato ancora spoglio dalle solite bancarelle.

«Signori, buongiorno, se siamo pronti direi di recarci verso Faranas» attraversarono le porte della città inoltrandosi nella foresta galoppando in direzione della capitale.

All’arrivo nella capitale Gerard rimane esterrefatto di fronte allo sfarzo che la stessa ostentava, lasciandosi scappare sottovoce «Questa volta il re ha esagerato», c’era un tale caos di persone e rumori che non si riusciva parlare con la persona accanto.

Il battaglione entrò a cavallo dall’ingresso principale dal castello, Vincent il secondo in comando pose una domanda al capitano, «capitano cosa crede che vuole chiederle il re?»

Il primo a rispondere fu Dolner «Una promozione di sicuro»

«Non credo che sia per un promozione Dolner, di solito quando si è convocati dal re non sono notizie piacevoli» sentenziò il capitano, «Staremo a vedere Vincent».

Scesero da cavallo poco prima della porta d’ingresso del castello, alzarono lo sguardo sopra di loro, notando i drappi appesi lungo le torri di difesa, recanti il simbolo del regno, una enorme torre con un sole splendete, essa simboleggiava la solidità e la floridità del paese.

Entrati nel castello vennero fermati per un controllo, esibiti i documenti il battaglione viene portato nelle armerie per la vestizione, non si poteva presenziare al cospetto del re in abiti civili o con l’armatura da combattimento, bisognava presentarsi con l’armatura da parata.

L’armatura per i soldati semplici era una armatura bianca con delle lunghe bande dorate orizzontali lungo il busto, mentre l’armatura del capitano era anche essa bianca ma il simbolo del regno in mezzo al petto.

All’incontro con il re avrebbero presenziato soltanto tre persone, così il capitano Gerard scelse il suo secondo Vincent e Dolner, soldati in cui riponeva la massima fidacia.

Furono condotti davanti alla porta della sala del trono, gli furono date indicazioni su come presentarsi dinnanzi al re «Bisogna inginocchiarsi davanti a sua maestà fino a quando non sarà lui a dirvi di alzarvi, quando il re riterrà la vostra riunione finita, inginocchiatevi ed uscite porgendo i vostri omaggi», poche istruzioni ma chiare.

La porta della sala del trono cigolò fortemente durante l’apertura e davanti agli occhi dei nostri eroi si presentò un magnifico spettacolo, la stanza è ornata di dipinti maestosi sia sulle pareti che sul soffitto dal quale pendeva un enorme candelabro, vetrate enormi per far entrare più luce naturale possibile, ed in fondo alla stanza vi era il re seduto sul trono che attendeva il nostro capitano.

Il re era un uomo oramai anziano ma possedeva ancora una grande lucidità mentale, con un vestito di seta verde e portava una corona forse troppo pensate per il capo segnato dall’età.

Arrivati davanti al trono, Gerard e i suoi sottoposti si inginocchiarono davanti al re «Maestà Sono Gerard capitano del Terzo Battaglione Milites, come posso servivi?»

Il re si voltò verso il capitano «Oh, Capitano Gerard, sì è vero vi ho fatto chiamare, per favore alzatevi tutti» «Vi ho fatto chiamare su consiglio di mio figlio Dreyfus» rivolgendo lo sguardo al principe, un uomo sulla trentina con qualche leggera cicatrice in volto, segno di una giovinezza sconsiderata, capelli neri e occhi verdi, con un naso aquilino, lo stesso principe fece un cenno col capo verso il capitano.

«Avrei bisogno delle sue competenze e quelle dei suoi uomini per organizzare la sicurezza durante i festeggiamenti, posso contare su di lei?»

«Certamente, io e miei uomini siamo a suo disposizione» disse il capitano seguito da un piccolo inchino

«Molto bene, allora lascio a lei tutti i dettagli ma vorrei darle una mano, vorrei che portasse con lei la nostra elementale di corte, Fiamma entra pure».

Da una porta da lato della stanza, entrò una donna scura di carnagione e castana di capelli, con due occhi rosso fuoco, era vestita con camicia e pantaloni neri, la sua specialità era mischiare la abilità nel corpo a corpo con la magia del fuoco, inginocchiandosi davanti al re «mi avete fatta chiamare?»

«Cara Fiamma, vorrei che aiutaste il nostro capitano nell’orchestrare la sicurezza, mi farebbe queste cortesia?» «Certamente mio re» rispose lei

Con un battito di mani il re dichiarò conclusa la riunione «Capitano, conto su di lei», i guerrieri fecero in un inchino e uscirono dalla stanza accompagnati da Fiamma.

«Così lei è la elementale di corte, in che tipo di magia è specializzata?» «Fuoco… ovviamente» una risposta glaciale per una donna del fuoco.

Il gruppetto torno nell’armeria per riprendere il proprio vestiario e il proprio equipaggiamento prima di iniziare tutti i preparativi, una serie di domande frullavano nella mente del capitano “Come mai il re vuole affidare a me la sicurezza e non a un generale? Il principe Dreyfus come conosce il mio nome? E perché aggiungere la elementale di corte alle nostre fila?” domande che per il momento non potevano avere una risposta, la sicurezza per i festeggiamenti aveva la priorità.

Il capitano radunò la sua compagnia per impartire gli ordini «Dolner tu sarai responsabile della sicurezza lungo le vie della città, istruisci le guardie su come pattugliare e gestisci i turni»

Dolner rispose con voce annoiata «Ah! Ma dai capitano! Proprio a me toccano le vie? Con tutti i borseggiatori che ci saranno? Non posso restare a palazzo? Qui sarà più tranquillo!»

«niente lamentele, se ti affido le strade e perché mi fido di te, ora andare! Ci troviamo alla locanda più tardi» con rassegnazione Dolner prese un paio di uomini e si dileguò.

«Vincent porta con te Fiamma, assicuratevi che le guardie del castello conoscano il protocollo, assegna loro le postazioni di guardia cruciali, non lasciare niente al caso, intesi?»

«Si signore!» rispose Vincent che tono sicuro

«D’accordo Fiamma?» di tutta risposta Fiamma fece apparire un pollice di fuoco in segno di approvazione.

Dolner si diresse verso la guarnigione organizzare la ronda cittadina, quando arrivò spalanco la porta con forza eccessiva spaventando i presenti intenti.

«Bene Bene, siete tutti qui?» un mormorio di si arrivò dai presenti «Non ho sentito, e alla fine di ogni frase dovete aggiungere Si Signore!» disse afferrando la sua ascia e sbattendone il pomolo verso terra, facendoli sobbalzare nuovamente.

«Si Signore!» rispose le guardie

«Bene ora ragioniamo, noi siamo stati assegnati alla controllo delle strade cittadine durante i festeggiamenti, che dovranno rimanere sicure per tutto l’evento: niente borseggiatori, niente furti, niente caos, so perfettamente che tutti voi siate stati addestrati per questo e pretendo da ognuno di voi il meglio!»  il breve discorso di Dolner scosse l’orgoglio dei soldati presenti, pronti a tenere al sicuro l’intera città.

Fiamma e Vincent cominciarono la loro ispezione seguiti dai soldati del castello, il gruppetto era guidato da Fiamma che si muoveva agilmente all’interno del castello che pareva conoscere da tempo.

«È molto tempo che frequenti la corte del re?» Domandò Vincent, «Da quando ero bambina, conosco molto bene il castello» rispose Fiamma mentre dava indicazioni gli uomini su dove restare durante la cerimonia di premiazione.

Vincent era sempre più incuriosito da Fiamma e continuò con le sue domande «E come ci sei arrivata?»

«E’ una lunga storia, Spadaccino, non c’è tempo di raccontarti tutto, abbiamo un compito da svolgere» chiudendo il discorso in modo sbrigativo.

«Ero solo curioso, potremmo scambiarci qualche storia sul nostro passato, giusto per conosci meglio»

Fiamma guardò Vincent «Dopo aver finito, mi racconterai la tua storia e poi vedrò se raccontarti la mia», i due continuarono il loro giro per l’organizzazione della sicurezza.

Una volta finita l’assegnazione, i due decisero di fare una passeggiata presso il mercato della capitale «Sei stata molto brava ad organizzare la guardia, ti faccio i miei complimenti» «come ti dicevo, conosco il castello fin da piccola»

«Giusto, ti andrebbe di raccontarmi la tua storia? Di come sei arrivata al castello?»

Fiamma si fermò ad una bancarella di frutta, comprò una mela e la lanciò verso Vincent che l’afferrò al volo «Raccontami prima la tua di storia, Spadaccino»

Vincent fissò la mela «Andiamo a passeggiare il quel parco laggiù» le diede un morso e la rilanciò a Fiamma «e comunque il nome è Vincent, non spadaccino».

Arrivati al parco, cominciarono a passeggiare lungo un viale alberato «così vuoi sapere la mia storia?» chiese Vincent

«sì, Dimmi come sei arrivato ad entrare nel battaglione di Gerard» chiese Fiamma incuriosita «bene purtroppo non è una storia molto piacevole. Vedi quella casa diroccata poco fuori dal Parco?» Vincent alzò il braccio indicando una baracca «Io sono nato lì» così cominciò a raccontare del suo passato e le parole uscirono come un fiume in piena.

Vincent era originario della capitale Faranas, nacque in una famiglia molto povera del regno ed era il più piccolo di cinque fratelli, tre femmine e due maschi compreso lui. I genitori, che lavoravano entrambi come camerieri presso una casa nobiliare, erano sempre impegnati e spesso era la sorella maggiore ad occuparsi dei fratelli.

Allo scoppio della guerra contro il regno di Tiria, suo fratello venne chiamato alle armi ma non fece più ritorno dal campo di battaglia.

Quando la madre ricevette la notizia della sua morte cadde in una forte depressione che ogni giorno diventò sempre più grave, fino a quando, sotto gli occhi del piccolo Vincent, si gettò dalla finestra.

Il padre di Vincent, rimasto solo ad occuparsi dei figli, trovò un nuovo posto di lavoro nella vicina Godin, così l’intera famiglia si trasferì.

Qualche tempo dopo fu emesso un bando dell’esercito che ricercava nuovi soldati per ampliare la guardia cittadina e Vincent, conoscendo la situazione economica della propria famiglia, decise di iscriversi per provare ad ottenere un posto come soldato.

La notizia non fece per niente piacere al padre avendo perso già un altro figlio «Non sono disposto a sacrificare un altro figlio sull’altare della guerra!», ma il giovane ragazzo fece di testa sua.

Il capitano della guardia cittadina volle assistere in prima persona alle selezioni: i candidati si dovevano sfidare a duello e solo i migliori dieci sarebbero entrati a far parte della guardia.

Quando toccò a lui, Vincent si rese conto che non aveva mai preso un’arma in mano e scelse una delle poche rimaste, una spada lunga da impugnare con entrambe le mani, la fece roteare in maniera goffa e si preparò al duello: il suo avversario pensava di avere vita facile contro un novellino, ma contro ogni pronostico e con qualche ferita, il giovane spadaccino vinse l’incontro attirando la curiosità del capitano.

Vincent sicuro di sé per la vittoria appena riportata, si presentò baldanzoso al secondo incontro ma tutta la sua sicurezza svanì quando dovette soccombere al proprio avversario e sbattendo la spada con violenza per terra decise di andarsene.

Il capitano gli si parò davanti «Che fai? Scappi perché hai perso un duello?»

«Non sto scappando! Ho perso quindi sono stato eliminato, me ne torno a casa», rispose Vincent con rabbia.

Gerard guardò Vincent «Era la prima volta che impugnavi la spada vero? Torna domani per l’addestramento, non sarai un soldato ma il tuo talento non verrà sprecato»

Da quel giorno si addestrò ed entrò a fare parte delle guardie sino a diventare il vice del capitano Gerard.

«Ora conosci la mia storia» concluse Vincent e in quel momento la campana suonò l’ora di cena «Accidenti ma è tardissimo! devo trovarmi alla locanda con il capitano e Dolner» alzandosi, prese la mano di Fiamma e disse «quando sarai pronta, mi racconterai la tua storia» e congedandosi cominciò a correre verso la locanda.

Nel frattempo, il capitano cominciò a ragionare sui punti deboli della fortezza dalla quale potenziali spie, o ancor peggio assassini, potevano introdursi.

Doveva occuparsi della sicurezza degli ambasciatori ospiti, compito non da poco, perché se mai fosse accaduto qualcosa ad un ambasciatore «beh meglio non pensarci» disse tra sé e sé e si incamminò verso la locanda.

La locanda si trovava lungo una via molto frequentata della città, all’esterno appariva molto austera e spoglia e avvicinandosi il capitano si chiese come mai una locanda nel pieno della capitale avesse un aspetto tanto semplice.

Dalla porta d’ingresso proveniva un gran baccano di voci di persone che cantavano e urlavano e aprendo la porta il capitano si trovò davanti i peggiori ubriaconi della città.

Erano tutti radunati lì a bere fino a svenire e così Gerard capì perché il locale era tanto semplice anche all’interno: perché sprecare denaro negli arrendamenti o negli esterni quando i tuoi clienti abituali vogliono solo del buon alcool?

Guardandosi intorno, vide seduti ad un tavolo in angolo Dolner e Vincent in attesa del suo arrivo «Buona sera Capitano, come sono andati i preparativi?»

Prendendosi la testa tra le mani il capitano rispose «Sarebbe stato più semplice prepararsi alla guerra che allestire la sicurezza per gli ambasciatori, sono persone pretenziose e lascive, per fortuna non mi tocca farli da balia. E tu Dolner, come precede con la ronda nelle strade?» f «Benissimo! Questa città è praticamente in piano quindi non ho dovuto affrontare il mio peggior nemico, le scale!» tutti e tre risero davvero di gusto.

Dolner continuò «le guardie sanno il fatto loro ma con la festa in arrivo ho paura che abbassino la guardia intenti a godersi anche loro qualche piccolo passatempo, ma dovrebbe filare tutto liscio» Il capitano annui «e tu Vincent? Come è andata con Fiamma?»

«Quella donna potrebbe tranquillamente essere un generale di un esercito, con la sua magia e il suo carattere tutti sarebbero ai suoi comandi, praticamente le ho fatto da secondo quindi, tutto bene» rincuorato dalle belle notizie dei suoi uomini il capitano si sentì subito più leggero.

«Beh comunque non vedo ancora della birra davanti a noi, quando cominciamo a bere?» fece notare Vincent.

La battuta di Dolner non si fece attendere «Non vedi l’ora di essere messo al tappeto dall’alcool?» i due scoppiarono a ridere mentre il capitano andò al bancone per ordinare tre birre «le migliori».

Pagò tre monete, a suo dire un po’ care, e tornò al tavolo, dove Dolner e Vincent stavano già giocando a dadi scommettendo la propria paga.

Il capitano infastidito dal frastuono chiese «Come mai ci siamo ritrovati in questa locanda? Potevamo sceglierne una più tranquilla»

«perché agli ubriaconi non devi estorcere le informazioni, basta aspettare che siano abbastanza ubriachi e ci diranno tutto in completa allegria!» Rispose Dolner preparandosi a lanciare i dadi «quindi nel frattempo giochiamo da dadi… Maledizione! Ho Perso ancora!» disse infuriato al suo compagno di gioco per l’ennesima vittoria.

«Dai Dolner, non fare così, è solo la decima partita che perdi! Ti sono rimasti i soldi per un letto stanotte?» lo schernì Vincent ridendo a crepapelle.

«Lurido bastardo! Mi hai lasciato senza un soldo, non hai nemmeno un po’ di compassione per un tuo compagno d’armi?» disse Dolner sbraitando «ma certo, non ti lascerei mai dormire per strada… Ehi Oste, hai posto nella stalla?» L’oste fece un segno di approvazione verso Vincent «Visto? Stasera hai posto dove dormire, tranquillo offro io» ridacchiando conclusero i giochi.

I tre presero in mano le birre, fecero un sontuoso urlo di brindisi e sbattendo i calici contro il tavolo fecero una lunga bevuta.

«Capitano, pare che anche quest’anno il regno di Sybaris non sarà presente ai festeggiamenti»

«non ha mai partecipato in quasi cinquecento anni ai festeggiamenti, Dolner, perché mai dovrebbe partecipare quest’anno?»

«Perché quest’anno sono esattamente cinquecento anni, è un evento importante» Replicò Vincent con voce leggermente brilla «è vero, ma non credo farà eccezione e guardando il lato positivo, sono persone in meno da controllare quindi, meglio per noi» disse Gerard finendo la sua birra.

Notò che come al solito che Vincent era già brillo «ne vuoi un’altra?» chiese a Dolner «Inoltre avrei anche un certo languorino, ordiniamo qualcosa?»

«Birraaaaa» urlo l’oramai ubriaco Vincent «anche voi qualucosa da mansciare» sbiascicò.

Il capitano ordinò tre piatti del giorno così da poter accompagnare al meglio la birra e provare a far riprendere Vincent, sempre ammesso che non si fosse addormentato prima sul tavolo.

Alcuni dubbi attanagliavano Gerard da quando era arrivato nella capitale, e il primo pensiero su tutti era come diamine facesse il principe Dreyfus a conoscerlo.

Proprio non si capacitava della cosa, e poi Fiamma, una elementale finita alla corte del re? ma a quale scopo lavorava per la corona?  Questi dubbi afflissero il capitano fino all’arrivo del cibo e a quel punto decise di parlarne con i suoi uomini.

«Ci sono molte cose che non mi sono chiare da quando siamo arrivati a Faranas, Secondo voi come fa il principe Dreyfus a conoscermi?»

«È vero, non credo di aver mai visto il principe prima d’ora, come va a conoscerla?» disse Dolner accarezzandosi il pizzetto in modo riflessivo «Forse di nome? Eppure, siamo un battaglione di Provincia, non abbiamo servito spesso nella capitale»

«Io el principi ho scia visto!» rinvenendo per un secondo il povero Vincent provò a biascicare qualche frase «ha sciervito inscieme a noi, in qualche missione… credo… quando stamnammo i sbandriti nella regione di Slava» continuò picchiettandosi il dito nella tempia, come se stesse cercando di scuotere il suo cervello alla ricerca di qualche ricordo vago e confuso «shi, avevi un arco! Era nella nostra scompagnia!» grido prima di svenire, sbattendo violentemente la testa e addormentandosi sul tavolo.

«Ma cosa ti ricordi?? Smettila di bere! Ti fa male!» Dolner allora sollevò il suo piedone e spinse sul fianco Vincent facendolo cadere rovinosamente per terra.

Qualche ricordo cominciò a riaffiorare nella mente del capitano «un arciere? Si, abbiamo avuto arcieri nella nostra compagnia, ma non mi ricordo proprio di lui»

«Lo sbarbato» grido il corpulento Dolner «Lo Sbarbato capitano! Si ricorda del ragazzo che preso dalla foga, si lanciò conto i banditi? “vi farò vedere chi sono io” aveva gridato e lei ha dovuto portarlo in salvo facendone fuori un paio».

Circa dieci anni prima un giovane arciere si era unito alla loro compagnia, si intuiva subito che non era un soldato qualunque ma più un ragazzo scalmanato a cui il padre voleva insegnare un po’ di disciplina.

Aveva abiti intonsi, arco e frecce nuove di zecca e un invidiabile pettorina in acciaio molto robusta: il capitano non ci fece caso, non era il primo nobile e non sarebbe nemmeno stato l’ultimo ad unirsi alle loro fila.

Tutti gli uomini erano concentrati sulla missione, un gruppo di banditi stava imperversando nella regione di Slava saccheggiando villaggi e uccidendo persone innocenti e andavano assolutamente fermati. 

Il capitano diresse i suoi uomini verso la regione e lì trovarono i banditi presso una casa di piccolo villaggio appena saccheggiato, intendi a godersi il loro bottino conquistato.

Il capitano fece circondare la casa dai suoi uomini, volle dare una possibilità ai banditi di uscirne vivi intimandoli di arrendersi e che non avrebbero avuto scampo in caso di combattimento, ma i banditi di tutta risposta lanciarono fuori dalla finestra della casa la testa di un uomo appena mozzata.

Il capitano ordinò agli arcieri di prepararsi a lanciare le frecce infuocate così da costringerli ad uscire grazie al fumo, ed il piano funzionò, i banditi uscirono di corsa tossendo.

Fu lì che il giovane arciere si lanciò alla carica «vi farò vedere chi sono» ma due banditi lo assalirono: il capitano si precipitò, grazie al suo scudo fermò le loro asce e con due colpi di spada fece fuori entrambi i banditi.

«Quindi sapeva chi eravamo… furbo il nostro principe» ridacchiò il capitano.

Nel frattempo, Vincent riuscì a riprendersi e sedersi nuovamente sullo sgabello «bravo il nostro secondo! Non reggi l’alcool ma almeno hai buona memoria» e con una sonora pacca sulla spalla Dolner si complimentò con Vincent.

I tre continuarono a chiacchierare cercando di carpire qualche informazione utile ai poveri ubriaconi ma con scarso successo, così continuarono a mangiare, chiacchierare e bere, tutti a parte Vincent steso sul tavolo al secondo giro di bevute.

Ma qualcuno aveva altri piani per questi festeggiamenti, piani che prevedano la distruzione della stessa Valesia.

Quella stessa sera presso una corte di un altro regno, un re era intendo a godersi una tavola imbandita insieme ai suoi generali «Quindi Generale Lesha, il piano per la distruzione di Valesia è pronto?»

«Si Maestà, dobbiamo solo attendere i festeggiamenti in Valesia e quei festeggiamenti saranno la loro rovina»

«e il nostro volontario?»

«l’abbiamo trovato Maestà, il duca di Oles si è offerto volontario» «Molto bene» sentenziò il re, prendendo un calice straripante di vino.

«Vorrei fare un brindisi al nostro duca per il suo sacrificio e alla caduta di tutti i regni!!!» I generali si unirono al brindisi.

Il re appoggiando il calice e con voce seria disse «Ake, Lesha, Lanciere… non voglio che vi siano errori, voglio che Valesia venga distrutta sino alle fondamenta! Questa è la richiesta del Vostro re!»

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Vincenzo Iacopetta
Mi chiamo Vincenzo, ho 34 anni e mi sono diplomato come Tecnico della Gestione Aziendale, un bel modo per dire che lavoro come Contabile.
Sono un appassionato di Anime e Videogiochi, prediligendo giochi di strategia ai classici sparatutto.
Trovo che una bella storia e dei personaggi appassionanti siano meglio di una grafica pazzesca!
Faccio parte di un’associazione di rievocazione storica medievale, dove pratico scherma storica ed ho partecipato a vari tornei, vincendone anche alcuni.
Perché fare mi piace fare rievocazione? Trovo la storia davvero affascinate, soprattutto le tattiche militari usate nel passato, con astuzia e conoscenza del terreno, si potevano fermare interi eserciti e riportare alcuni di queste tattiche nei libri, lo trovo molto intrigante.
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