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Tales of a Violinist

Tales of a Violinist
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Consegna prevista Maggio 2023
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Ciao! Il mio nome è… il mio nome è… aspetta, ma come mi chiamavo?
Non credo sia importante ora come ora, credo che prima o poi mi verrà in mente, mi chiamano in talmente tanti modi che a volte mi scordo addirittura come mamma mi ha chiamata. Oh giusto sono una “lei” e finché non ricorderò il mio vero nome puoi riferirti a me come “la violinista” o la “Dea”.
Immagino sarai un pochino confuso da questo soprannome e ti starai chiedendo perfino il perché di tale appellativo, ma tranquillo sarò più che lieta di raccontarti la mia storia.

Questa non è la storia di un artista, né tanto meno di un attore o musicista, questa è la mia vita, i passi che mi hanno portata a dove mi trovo oggi.

Se penso che tutto iniziò con una giovanissima me che lavorava come coreografa in un teatro, mi viene da sorridere…

In questo libro scoprirai chi sono stata, chi sono oggi e chi sarò domani.
Queste sono le avventure di una semplice Dea legata alla musica.

Perché ho scritto questo libro?

Quest’opera nasce dall’amore platonico verso una bellissima persona. Una violinista che ammiro e rispetto per tutto ciò che riesce a trasmettere con il suo lavoro. La musica riesce spesso a trasportarci altrove, come se stessimo vivendo un sogno lontano, nostro, unico ed irripetibile.
I sogni sono alla base delle domande umane sull’ignoto. Tali proiezioni ci aiutano a capire chi siamo e cosa realmente vogliamo.
Vi voglio semplicemente raccontare un sogno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ciao! Il mio nome è…il mio nome è…aspetta, ma come mi chiamavo?

Non credo sia importante ora come ora, credo che prima o poi mi verrà in mente, mi chiamano in talmente tanti modi che a volte mi scordo addirittura come mamma mi ha chiamata. Oh giusto sono una “lei” e finché non ricorderò il mio vero nome puoi riferirti a me come “la violinista”.

Immagino sarai un pochino confuso da questo soprannome e ti starai chiedendo perfino il perché di tale appellativo, ma tranquillo sarò più che lieta di raccontarti la mia storia. Ti voglio dare anche un piccolo aiuto ad immaginare il tutto, poiché cambio aspetto molto spesso, non ricordo neppure il vero colore dei miei capelli oppure quello dei miei occhi, quindi lascerò che tu mi immagini come la tua ragazza ideale, un’immagine che ti stia a cuore che in qualche modo collegheremo alla mia storia.

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Ti voglio anticipare che narrerò tutto in differenti modi, come se tutta la mia vita non fosse altro che una serie di bizzarri e magici episodi, i quali non aspettano altro che essere raccontati. Quindi, non ti sorprendere se mi vedrai scalare montagne, o danzare con le stelle, piuttosto che diventare uno zombie o una strega, io sono sempre io, ma molto spesso, come ti ho detto prima, adoro cambiare aspetto e vivere avventure dalla discutibile razionalità.

Ricordo ancora quando…no aspetta non posso farti degli spoiler sulla mia stessa vita, non sarebbe epico, eh no! Dovrò addirittura trattenermi dallo spifferare tutto subito, cavolo che roba complicata dover raccontare le cose dall’inizio, ma vedrò di rendere il tutto un po’ più divertente. Dividerò la mia vita in quattro fasi o parti, come ti è più comodo chiamarle, ed in ognuna di esse mi sforzerò di riacquistare qualche frammento su chi sono, sperando che raccontarti tutto serva a sanare questa mia sciocca amnesia.

Mettiti comodo perché stai per ascoltare una delle narrazioni più impressionanti della tua vita, narreremo di Dee, di amori perduti, di mondi nuovi e vecchi, di futuri e passati non ancora vissuti e di tutti quei paradossi che hanno reso la mia esistenza semplicemente la stravaganza più psichedelica e magica.

Ti avverto che dalla mia prima storia, mi comporterò come se non fossi io, bensì la me del passato che in quell’istante sta fruttando il suo attimo di vita, quindi non ti preoccupare se sembrerò ancora più smemorata di adesso, fa tutto parte del gioco.

Queste sono le storie di una semplice ragazza, o Dea, o come qualsivoglia chiamare il mio essere, per tutti voi sarò una leggiadra ed energica violinista!

Parte Prima

Svegliarsi da un lungo sonno!

A Shadowy Beginning

“Brrrrr-Brrrrr” ed ecco che le vibrazioni del cellulare indicavano, insieme alla riproduzione dell’Inverno di Vivaldi, che era ora di alzarsi. Come ogni mattina il sole filtrava dalle persiane metalliche finendo per colorarmi la vista di un tenue arancione. Quel preciso istante stabiliva che dovevo alzarmi, per quanto i miei occhi ed il mio corpo mi dicessero di rimanere coricata sotto le coperte.

Lo specchio di fronte al mio letto mi mostrava per la ragazza che ero, la solita disordinata e spettinata ventenne dai capelli castani e dagli occhi verdi assonnati, con qualche accenno di occhiaie.

“Ma che ore sono?” mi chiesi guardando l’orologio sul mio comodino. «8:30! Per la miseria farò tardissimo per le prove!» esclamai saltando giù dal letto ed inciampando come quasi ogni mattina. Non devo aggiungere che sono parecchio goffa a volte.

Lavata e cambiata in fretta e furia mi precipitai, quasi rotolando, giù dalle scale del condominio dove vivevo, un vecchio edificio ristrutturato dalle tinture crema posto leggermente fuori dal centro città. La posizione, almeno per raggiungere dove mi esercitavo ogni giorno, era ottima, ma per tutto il resto era una certa seccatura, come andare a fare la spesa o altre attività di quel genere.

La mia più grande fortuna era la tavola calda sotto casa dove, conoscendo il mio perpetuo ed inesorabile ritardo, mi tenevano pronto un termos pieno di caffè fumante e alcuni sandwich dalle diverse combinazioni di ingredienti.

Entrata nel locale, mi precipitai al bancone dove Ella, per gli amici Lia, la proprietaria del posto, mi aspettava. Una donna semplice dal viso comune e dalla corporatura fin troppo esile, indistinguibile senza il suo consumato grembiule giallognolo ed il suo impeccabile rossetto scarlatto, colore che per altro risaltava molto sui toni leggermente cupi del posto. Sembrava come se lì dentro il tempo non fosse mai passato: fisso agli anni sessanta.

«Buongiorno cara, sempre di fretta immagino» mi salutò Lia.

«Purtroppo» risposi con la bocca piena, consumando la colazione il più velocemente possibile.

«Non per essere indiscreta cara, ma il tuo violino oggi non lo porti?» chiese curiosa, vedendo che oltre alla mia solita tuta scura e alla sacca per il cambio non avevo la custodia.

«Scu…sa!» dissi ingozzandomi e tossendo, probabilmente quel giorno, qualcosa finì dentro i miei polmoni.

«Il tuo violino, non dirmi che te lo sei dimenticata» disse con tono materno.

«Ehm, mi tocca correre credo!» mi mossi il più velocemente possibile. «Grazie per la colazione!» urlai uscendo. Com’era ormai abitudine, tutti i miei pasti finivano su un conto che saldavo puntualmente verso la fine del mese. Vi assicuro che è un sollievo enorme non dover cucinare. Comunque non perdiamo il filo della storia…quella mattina, dopo aver recuperato la custodia del violino ed aver corso per svariate decine di metri a piena velocità riuscii a raggiungere il teatro, dove praticavo e lavoravo, con soli cinque minuti di ritardo, cosa che non mi salvò dal beccarmi una strillata da parte del direttore. Ufficialmente non potevo neanche dirgli niente, mi pagava lo stipendio e anche se molto spesso non mi trovavo a genio con le sue idee, ciò che facevo finiva sempre per soddisfare gli standard e gli obbiettivi preposti.

Credo di essermi dimenticata di dirvi cosa faccio per vivere. Come avrete sicuramente notato dalla mia mattinata alquanto movimentata, suono il violino a livello professionale, ma non in un’orchestra o per una band, bensì per le scene di ballo. Alcuni anni fa a qualcuno venne la meravigliosa idea di unire le note del violino alla musica tecno ed elettronica, finendo per creare delle composizioni spettacolari. In questo teatro, uno dei più importanti della città in cui vivo, ci occupiamo di comporre pezzi musicali e coreografie di danza moderna con il solo scopo di far rimanere a bocca aperta e senza parole gli spettatori. Non per vantarmi, ma siamo tra i più bravi al mondo in questo campo e modestamente il mio contributo aiuta parecchio. Diciamo che fin da bambina mio padre mi ha cresciuta con tre punti fondamentali: Il violino, la danza ed i carboidrati.

Della mia infanzia ricordo davvero poco, solo qualche episodio su come m’insegnarono, per la prima volta, a coordinare una gamba, piuttosto che un piede, in una certa posizione, oppure come disporre le dita per generare una precisa nota musicale.

Devo per forza dirvi che il lavoro che faccio lo amo con tutto il cuore, è qualcosa che mi permette di esprimere appieno la mia creatività e la mia sincerità verso il mondo. Mi permette di vedere la società in maniera diversa, in modi più luminosi e ciò mi fa sempre sorridere, perfino quando sono in ritardo.

Quella mattina eseguii i soliti esercizi di riscaldamento per provare le coreografie, e le solite scale per accordare alla perfezione il violino. Le luci del palcoscenico si accesero ed i primi movimenti vennero eseguiti, una rivisitazione, in chiave elettronica e più psichedelica, dell’ormai classico britannico “Alice’s Adventures in Wonderland”, un’opera priva di qualsivoglia dialogo, ma dall’impatto emotivo più che consistente.

Dopo le prove eravamo tutti sfiniti, era ormai pomeriggio inoltrato e tutti i presenti non desideravano altro che un bagno caldo ed un pasto decente, me compresa. Mi sentivo ogni muscolo indolenzito, non per altro avevo avuto l’onore di interpretare la nuova versione di Alice, una ragazza cresciuta ed oramai adulta, che con in mano un violino ripercorreva la sua infanzia e tutti i viaggi che aveva compiuto nella sua vasta immaginazione. Tutto partiva sempre da quella dannata “tana del bianconiglio”: un passaggio tra la dimensione razionale e quella irrazionale della pura e semplice immaginazione fanciullesca. Ogni suono ripercorreva i suoi stati emotivi, dalla confusione di essere caduta in un buco pressoché infinito, a quella di timore/ curiosità per l’ambiente nebbioso del brucaliffo.

Non vi voglio annoiare oltre, dopo le prove scappai a casa, o meglio alla tavola calda, dove Lia mi aspettava con il piatto del giorno. Non era neanche più così raro che si fermasse a cenare con me, la consideravo quasi come una seconda madre, una persona con cui parlare di tutto,  compreso l’andamento della mia vita. Della mi vera madre purtroppo non ne ho memoria, credo di aver perso ogni suo riferimento o richiamo emotivo, ricordo solo un volto luminoso che mi cantava delle ninnananne per addormentarmi, ma nient’altro, di punto in bianco mi sono trovata a vivere questa vita, senza alcun ricordo del mio passato, della mia infanzia o della mia famiglia.

«Quindi questa nuova versione di Alice, come la stai metabolizzando?» mi chiese gentilmente con una certa curiosità.

«Direi bene, adoro quella ragazza, quel suo perdersi trai mondi dimenticati…»

«Mia cara si perde solo in un mondo, se non sbaglio Wonderland è un mondo solo, più o meno» disse.

«Ehm…sì giusto, un mondo solo…sarò stanca» dissi imbarazzata.

Una volta tornata a casa, lavata e cambiata, crollai sul letto, la stanchezza si era impadronita dei miei occhi. Nel preciso istante in cui la mia mente lasciò questo mondo, per entrare in quello onirico e sconfinato dei sogni, vidi scene che all’epoca non riuscivo a comprendere. Visioni di luci, di ombre, di eventi che passavano a velocità inaudite, di sguardi che s’incrociavano, mi sembrò quasi di ammirare l’infinito e il tutto fu talmente intenso, che quando mi svegliai la mattina dopo, le lacrime non smettevano di scendere.

Le dolci note del pianoforte di Chopin, avevano interrotto qualcosa che in quell’istante non ricordai, eppure avevo le ciglia umide, alcune piccole perle d’acqua cadevano dai miei occhi e quando mi vidi allo specchio, feci fatica a riconoscermi: quel viso non era il mio. “Sarà solo un’allucinazione di primo mattino” mi dissi non dando importanza alla cosa e da ciò che realizzai durante la mattinata, nessuno sembrò notare la differenza. I miei occhi, i miei capelli, la stessa forma delle mie labbra…erano diverse, ma sembrava che solo io notassi questa divergenza d’immagine.

Mi chiedo se quella mattina non fosse già stata programmata da chissà quale forza superiore, poiché non appena arrivai al teatro, cominciai a vedere delle ombre che camminavano e si muovevano come se nulla fosse, senza avere niente e nessuno che le generasse. Inizialmente pensai fosse un’allucinazione, forse dovuta alla stanchezza, o il fumo del palcoscenico, ma poi mi resi conto che queste erano reali e mi osservavano.

Come da routine andai a cambiarmi, indossando la mia solita maglia nera ed i miei consueti pantaloni, del medesimo colore, in fibra elasticizzata. Estratto il violino dalla custodia, accordato e tirato le crine dell’arco, mi misi a suonare qualche melodia per distrarmi e per riscaldarmi, poiché ogni volta che eseguivo qualche pezzo, tendevo a muovermi a ritmo, dopotutto era quello il mio lavoro.

«Hey sto per fare dei test su alcuni riflettori, non ti preoccupare se vedi tutto molto più luminoso!» mi urlarono dall’altra parte della sala. La cosa non mi disturbava più di tanto, il massimo effetto che quel riflettore mi provocava, era proiettare la mia ombra sulla parete di scena in compensato. Il che andò bene per qualche istante, finché non notai come la mia ombra sembrasse avere dei ritardi sui miei stessi movimenti. Uno, due movimenti, finché la mia ombra non si mosse con una volontà propria. Per lo spavento caddi al suolo, smettendo ovviamente di suonare, cosa che fece scomparire la suddetta ombra ribelle. Tornata in piedi e ricominciando a suonare, notai che il risultato era il medesimo, la mia proiezione tornava a muoversi da sola, come se avesse una coscienza intrinseca. Io continuai a suonare, ma presto mi accorsi che quest’ultima aveva lasciato la sua versione “ombrosa” del violino e che si era semplicemente messa a ballare al ritmo dei pezzi che suonavo.

Ad un certo punto questa si fermò, facendomi segno che si stava annoiando con le note che fuoriuscivano dal mio strumento. L’ombra si accasciò e riprese il suo violino, iniziando a suonare, come se volesse sfidarmi a chi suonava e ballava meglio. Senza pensarci mi catapultai in questa ironica quanto assurda sfida, rendendomi conto che l’ombra ballava meglio di me. Di nuovo si annoiò di come suonavo e così mi fece segno che se ne andava e presto fatto cominciò a correre per le pareti dietro al palco principale. Rimanendo leggermente confusa cominciai ad inseguirla, ma dopo un po’ che cercavo tra i diversi muri, alcuni in cemento, altri in compensato, o legno, o cartone, mi accorsi che se ne era andata, qualunque cosa fosse stata, sperai che non tornasse più a disturbare la mia quiete mentale.

Quella stessa sera, anche se sfinita dalle prove, volli riprovare a suonare davanti ad una luce, questa volta generata da una semplice lampada da comodino. La mia intera ombra venne proiettata sulla parete della stanza, completamente sincronizzata con me ad ogni

singolo movimento, come effettivamente dettava la natura. Per non disturbare utilizzai un violino elettrico, strumento moderno che potevo collegare ad un paio di auricolari così che nessuno potesse sentirmi suonare in piena notte. Provai diversi brani per almeno un’ora, ma non successe nulla, la mia ombra era semplicemente quello, una proiezione dei movimenti del mio corpo.

Il sonno di quella notte fu tranquillo e indisturbato, tanto che la mattina seguente mi svegliai completamente riposata, sensazione che non provavo da diverso tempo. Mi alzai di corsa per guardarmi allo specchio e per fortuna non vidi nulla che non andasse, il mio viso era tornato quello di sempre, il mio naso e le mie labbra erano le stesse, quanto i miei occhi ed i miei zigomi, così decisi di non dare più peso alle bizzarrie successe il  giorno  precedente.  A  volte  lo stress può causare allucinazioni, oppure compromettere la stessa salute psicofisica delle persone.

Quel giorno per la prima volta nella mia vita, arrivai in anticipo alle prove, era impossibile non sentirsi gioiosi e lieti per quella splendida e magnifica giornata. La mia vita era fantastica e non credo che in quel momento avrei desiderato altro.

Essere arrivati presto era un vantaggio, ti permetteva di fare pressoché qualunque cosa prima di chiunque altro e per mero orgoglio mi precipitai sul palco, armata di violino, per immaginare di esibirmi per un vastissimo pubblico.

Guardai avanti, respirai profondamente, e le mie mani iniziarono a produrre il suono più dolce e splendido che l’udito umano abbia mai avuto modo di ascoltare. Forse sto esagerando giusto un pochino, però mi piace ricordarmi che suonavo in maniera divina. Il mio corpo era leggerissimo, e accompagnate da degli orchestrati passi di danza, le note dello strumento tendevano a vorticare come un meraviglioso ballo. Tutto andava per il meglio, finché l’ombra del giorno precedente non fece la sua comparsa.

Un forte riflettore era stato acceso, forse per dei test o per dei controlli, dalla regia dietro i posti riservati agli spettatori. Quella luce aveva proiettato nuovamente la mia sagoma, questa volta sul tendone del palco, permettendole di burlarsi ancora di me. Dopo pochi istanti fu intenta a scappare, ma, non smettendo di suonare, la inseguii finché non la lasciai con le spalle al muro in un angolo del dietro palco. Ormai in trappola la sua fine sembrava ovvia, anche se non sapevo minimamente come andasse catturata un’ombra, sempre che questa non risultasse essere una proiezione della mia mente, ma non fu così. Non appena feci un passo per avvicinarmi ulteriormente, questa scomparve, lasciando un leggero scintillio. Non appena i miei occhi riuscirono a mettere a fuoco nuovamente l’ambiente, l’ombra era svanita, lasciando al suo posto, sempre che non ci fosse stato in precedenza, un vecchio specchio dalla cornice dorata. Vidi il mio riflesso, ma quest’ultimo aveva un’espressione differente dalla mia, esso stava sorridendo con uno strano ghigno. Rimasi confusa per qualche attimo, finché non vidi una copia di me stessa uscire dallo specchio per trascinarmici dentro…quella fu l’ultima volta che vidi quel teatro.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giorgio Oliveri
Nato a Milano agli inizi del 1999 si avvicina alla carriera di scrittore tramite la vittoria, per quattro anni consecutivi, del concorso europeo CYL, sponsorizzato da Ferrero.
Inizia la carriera attraverso il commento e la critica cinematografica per diverse testate giornalistiche private, come COLORnews o Il Vitruviano. Nel 2017 esce online, su autopubblicazione, la sua opera a carattere Fantasy Contemporaneo (The Last Seraphin). Nel 2018 è stato ospite presso i padiglioni del LUCCA Comics and Games, dove venne presentato Memento Perfectum, saggio psicologico e distopico, dal carattere post-apocalittico; nel 2019 presso Games Week a Milano, dove vennero presentate altre due opere, Harmony Project ed il prototipo di Tales of a Violinist.
Dopo una laurea in fisica, oggi è studente presso la facoltà di tecnologie informatiche di Milano Bicocca.
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