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The last book

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Consegna prevista Settembre 2024
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Anno 2027: una legge stabilisce che non si possono più stampare libri. Così, il Biondo, proprietario di una libreria, vive travolto dai cambiamenti del suo tempo: il clima è impazzito, il libro cartaceo è diventato digitale, lo scrittore è sostituito da ChatGPT… e lui deve cambiare lavoro! Vagando sconsolato per i vicoli di un centro storico del barese, il protagonista incontra una singolare dottoressa che gli propone di curare la sua anima con la poesia. Comincia, allora, un percorso di crescita interiore, tra pillole di saggezza e pittoresche esperienze nei versi italiani più belli: il Biondo si ritrova davanti al melograno del Carducci, passeggia nel pineto sotto la pioggia, parla con la luna di Leopardi… La fantasia, però, lascerà presto il posto all’inesorabile presente e il Biondo si troverà faccia a faccia con il suo dilemma: rimanere povero per salvare la tradizione del libro oppure diventare ricco e lasciare che l’Intelligenza Artificiale vinca sulla creatività umana.

Perché ho scritto questo libro?

Questa storia, ambientata in un futuro imminente, nasce dalla riflessione sull’impiego dell’Intelligenza Artificiale nella quotidianità. Per aiutarci a gestire i cambiamenti del mondo, ci viene in soccorso la poesia, che ci fa leggere dentro di noi per scoprire la nostra essenza più vera che è fatta di osservazione, memoria, sogno, emozione, libertà. La poesia ci fa osservare tutto con meraviglia e ci insegna che la vita di ognuno è originale e irripetibile.

ANTEPRIMA NON EDITATA

2

La libreria del Biondo aveva una sola entrata, con una porta in vetro dalla quale si palesava l’interno. Gli occhi dei curiosi erano facilmente attirati dall’ambiente colorato di Classic Blue, corrispondente al Pantone 19-4052.

Le pareti erano lapalissianamente adorne di scaffali di libri, e, negli spazi vuoti, erano state affisse, in maniera sparsa, delle scritte adesive di scrittori classici, antichi e moderni.

Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni (Ennio Flaiano)

Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà (Italo Calvino)

I libri sono una magia unicamente portatile (Stephen King)

Continua a leggere

Continua a leggere

Sulla sinistra si poteva scorgere il bancone del venditore, con numerosi segnalibri e oggetti curiosi, che nascondevano la cassa degli scontrini.

Dall’esterno, dunque, non c’erano segreti.

In cima all’ingresso, ancor prima di entrare, era collocata l’insegna luminosa che salutava i passanti e dava il nome al negozio

Wonderful world

Un mondo meraviglioso. Ogni libro era un posto dove vivere, un ecosistema perfetto dove sognare, scoprire, sperare.

Il libraio, dopo essere entrato quella mattina, si mise a perlustrare tutti gli scaffali, come un medico durante la visita in reparto.

I suoi amici di carta erano tutti lì, e forse non lo avrebbero mai abbandonato. Aveva tanti amici, tutti diversi, timidi e silenziosi, nonostante fossero pieni di parole. Alcuni di loro indossavano vestiti dai colori lucidi, altri opachi. C’erano quelli dal carattere morbido e quelli cartonati… che avevano proprio la testa dura!

I libri erano come api laboriose che nell’alveare producevano un buon miele.

Con occhio vigile li scrutava e li accarezzava uno a uno. Ventuno per ventinovevirgolasette, diciassette per ventiquattro, dodici per diciannove, quindici per quindici. Tante dimensioni diverse ma tutti con lo stesso profumo che dava di una fragranza legnosa con una nota tipica di inchiostro.

Il libraio non aveva pregiudizi, anzi, amava averne di tutti i tipi e per tutti i gusti. Fra i suoi prediletti c’erano quelli con la copertina olandese e le alette: lui li riteneva i più fortunati perché un giorno avrebbero potuto volare. E volare era sempre sinonimo di libertà.

Poi, si perse in una riflessione: erano più astuti gli uomini che sapevano volare o quelli che scalavano le montagne a forza di scarponi e mani nude?

Ognuno aveva una propria storia da raccontare.

E, come le persone, c’erano i libri buoni e quelli meno buoni. Quelli che lo trasportavano lontano, in galassie stellari, per condurlo fino all’intimità di se stesso, e quelli che sapevano fare giusto il giretto intorno al quartiere.

Il libraio conosceva ciascuno di loro, e non si faceva facilmente abbindolare dalle copertine dei nuovi arrivati.

Sapeva che un libro andava letto, qui e là. Andava annusata la storia e, se di buon gusto, bastava solo saperlo accogliere nel cuore. Senza pregiudizi.

Il Biondo passava molto tempo in quell’orfanotrofio di carta, in attesa che qualcuno adottasse un volume.

Leggeva, guardava, pensava, rifletteva.

Il verbo leggere aveva una etimologia molto interessante per lui. Veniva dal greco e nel suo intimo significato voleva dire, raccogliere e legare insieme tutte le storie per imparare a conoscere la vita.

Ci voleva una tac che radiografasse le emozioni, per spiegare cosa teneva nella sua mente e per analizzare dove fossero finiti tutti quei pensieri arrugginiti che facevano bloccare i suoi sogni.

All’età di cinquant’anni, non avendo figli (e neanche mai una compagna), era come se fosse un vecchio bambino cresciuto, uno di quelli che pensavano ancora che, per una strana compassione della speranza, all’improvviso tutto potesse cambiare in meglio.

Ma in quel momento non c’era nulla che sembrava potesse diventare migliore di come era, e il Biondo, di fatti, appariva anche agli occhi di se stesso una persona fallita.

A tutto quel mucchio di carta, a tutte quelle storie in potenza, doveva trovare il coraggio di dire addio.

Lui sapeva benissimo cosa significasse essere abbandonato e non riusciva ad accettare l’idea di lasciare tutto. Lasciare le sue abitudini. Lasciare tutto ciò che in cui aveva creduto. E soprattutto lasciare i suoi libri.

Nella sua libreria aveva istituito anche lo scaffale dei libri speciali. Erano i libri che raccattava per strada, che trovava spesso depositati vicino ai cassonetti della carta. Lasciati lì, perché inutili. E quei libri uccisi non poteva metterli in vendita, ma li regalava, perché lui, prima di tutto sognava di divulgare la cultura. Ma i libri consumati, anche se gratuiti, non piacevano a nessuno.

Anche lui, in quei giorni, si sentiva come un libro usato e dimenticato.

Avvilito, soliloquiava con la carta e spiegava loro perché stava chiudendo l’attività. Parlava per accettarsi più che per essere accettato.

A volte, aveva l’impressione che i libri addirittura gli rispondessero. Come se, a un certo punto, le parole si staccassero dai fogli e fluttuassero per tutta la libreria. Centinaia, migliaia di vocaboli, tutti di font diversi, che svolazzavano nell’aria per salutarlo.

Presto il libraio avrebbe congelato quella attività nel cloud storage dei suoi ricordi. Del resto, era abile nel rimacinare le macerie del vissuto e modellarle alla prossima forma, grazie a quel suo istinto darwiniano di sopravvivenza. Ormai, sapeva che non era più possibile procrastinare: doveva dare sùbito una svolta alla sua vita!

Mago Biondo

Prevedo il presente.

7

Il pomeriggio si dileguò velocemente, mentre la notte sembrò perenne. I pensieri e i problemi non erano pochi, e stavano tutti ammassati uno sull’altro, come nella cesta dei panni sporchi del bagno.

Il Biondo sapeva che la vita era capace di cose incredibili, ma sperimentò con i suoi occhi come anche la magia non era da meno, tanto che era non sapeva discernere quanto ci fosse di reale in quella sua esperienza irreale. Forse, era vittima di un sortilegio, dove i versi livorosi si stavano vendicando di lui perché non era stato capace di vendere libri di poesia!

Però, quanto era distante la poesia dai debiti da pagare! E quella donna, che usava l’arte come breccia per entrare nel significato della vita, chi era? E perché era lì per lui?

Dopo che il cervello rugliò miriadi di domande di tal fattezza, arrivò il mattino seguente insieme alla voglia di tornare a vivere altre avventure poetiche.

Si recò in tutta velocità in libreria, abile nel scansare le buche che si aprivano fra le gloriose chianche sconnesse. Sollevò la serranda con mezzo giro di chiave, aprì la porta d’ingresso e girò il cartello dal lato opportuno.

torno subito!

«Nullafacente, nullafacente» parlò una voce gracchiante.

L’uomo, aggrottando la fronte, guardò stupìto verso l’emittente di quei fonemi e vide con stupore un nuovo arrivato, ovvero un pappagallo cinerino sapientemente istruito dal suo padrone. Il volatile ripetente si trovava in una gabbia posta su una catasta di cassette vuote della frutta nei pressi delle casse dei barattieri, dove vi era un cartello in cartone appena fresco di scrittura.

Cachi alla cassa: 3 euro

Il Biondo non riuscì a trattenere il sogghigno. Anche il pappagallo lo imitò.

Poi, memore della prima regola della dottoressa, chiuse il negozio e si avviò verso il suo tragitto per raggiungere il centro terapico. Percorse via Piazza fino a incrociare via San Girolamo, che era sulla sinistra. Arrivò all’incrocio con via Chiesa Vecchia e chiuse gli occhi per scaramanzia. Una volta aperti e fece un sospiro di sollievo perché vide la vecchia ambulanza proprio lì dove doveva essere.

Il profumo delle zucchine fritte della signora Lina si mescolava all’aria fresca del mare.

L’uomo si fiondò verso la vettura. Dopo aver bussato per tre volte, il portellone si aprì, cigolando. Entrato, lo richiuse delicatamente.

«Dove mi porterai oggi?» chiese con la confidenza di chi si conosceva da tempo.

«Sei venuto proprio nel momento giusto: ho appena finito di dipingerlo!» esclamò lei, dando l’ultima pennellata. «Sono sicura che è la tua poesia preferita!».

Lui si avvicinò per scrutare bene il quadro. Cercava di capire la bella ma incomprensibile raffigurazione astratta, frutto di una sapiente ricetta di ambra, oro, giallo limone e giallo pastello. Si segnò nella mente l’appunto di scartare la carriera di critico d’arte. Però, volle ugualmente provare a dare un senso all’opera e si avvicinò alla tela così tanto che ci finì dentro. Cadde, cioè, nuovamente, nella trappola magica della poesia.

Il Biondo entrò in una scena notturna. Anche il silenzio dormiva. La luna parlava raminga nel buio e le stelle indisturbate sussurravano i desideri della gente. C’era solo un fioco lampione accanto a una panchina, vuota, dove cuori mesti avrebbero potuto sostare in cerca di ristoro. Ma la seduta in legno era interamente circondata da una siepe che ostruiva la vista e non lasciava via d’uscita. Il Biondo si ritrovò nuovamente imprigionato nel quadro, questa volta per colpa di un labirinto vegetale. Volendo spiare cosa ci fosse oltre la vegetazione, cercò uno spiraglio fra le foglie per guardarci attraverso. Però, come per magia, i suoi rami erano animati e si muovevano a loro volta per ostruirgli lo sguardo. Quando lui si spostava a sinistra, le foglie andavano a sinistra, e quando lui andava a destra, le foglie facevano altrettanto.

Intorno a lui si poteva udire solo un’atmosfera sospesa, come in attesa della domenica. Sentì, poi, un passero solitario cinguettare dalla vetta della torre antica. Forse la maga, per la fretta, aveva fatto un po’ di confusione… c’erano un mix di poesie… doveva farglielo notare… ma la donna non c’era. 

Chiuso nella sua personalità ombrosa, l’uomo rifletteva su come sarebbe dovuta andare la sua vita, ripercorrendo nella mente tutti i moti del suo cuore, quel cuore che tanto aveva palpitato e sospirato, inutilmente.

Dall’altra parte della siepe, invece, si udivano alcuni fanciulli gridare e saltellare felici, mentre il vento trasportava alle sue orecchie anche il fischiettio dello zappatore e il martello e la sega del falegname… c’era vita, insomma, oltre quella prigione naturale.

Il Biondo, solo, in compagnia dell’amarezza e della noia, si citò tra sé e sé le parole di un famoso poeta: “Che fa questa aria infinita e questo profondo e infinito sereno? Ed io che sono?”. 

toch! La maga atterrò d’urgenza dietro di lui.

«Dobbiamo trovare sùbito una via d’uscita!» disse, preoccupata per il suo stato malinconico.

Improvvisamente, l’abbagliante fascio di luce della luna illuminò una parte della siepe, come in una scena di teatro, e quei rami sotto i riflettori cominciarono a declamare parole dolci rivolte direttamente alla signora della notte.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

(Giacomo Leopardi)

[…]

Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.

[…]

«Anch’io ammiro la luna! – esclamò il fulvo – È facile illuminare quando è giorno e c’è già la luce, mentre lei sa fare luce nell’oscurità!».

La donna non prestò molta attenzione al suo vaneggiare, perché stava escogitando il modo per tornare a casa. Quella maledetta siepe ostruiva lo sguardo e non c’era altra strada che volare. “Volare! Certo”. Allora, la maga lo prese per mano e, come Peter Pan, lo condusse per l’aria verso le stelle. Quando furono molto in alto, fu proprio la pustolosa signora del buio a bloccare il loro passaggio. La luna era a guardia della via Lattea e lasciava passare solo quelli che risolvevano il suo enigma. Così, con la voce roca e terrificante, si rivolse a loro dicendo: «Otageip Es Ehcna Azzeps Is Non Ehc / Otaleim E Ocserf Eroif Leuq È Lauq?».

«Non capisco cosa dice! Così non vale» si lamentò il Biondo.

«Tradotto in umano sta chiedendo: qual è quel fiore fresco e mielato /che non si spezza anche se piegato?».

Il Biondo aggrottò il cipiglio e scrutò nelle profondità del suo intelletto per trovare la risposta. Poi, sentenziò: «È la ginestra!».

La luna ringhiò insoddisfatta e spalancò loro, controvoglia, la via verso le stelle. Dall’alto, i due viaggiatori poterono scrutare i segreti oltre la siepe e riuscirono a vedere quel paesaggio parallelo dove vivevano i ricordi. Dal cielo individuarono anche il passaggio nascosto che gli avrebbe riportati a casa. La maga, allora, approfittò per accompagnare il Biondo nella Costellazione del Dragone.

«Questa è Al Dhibain Prior e quella Arrakis, e poi Edasic, Etamin, Giausar, Grumium…» chiamava tutte le stelle per nome, una ad una. «Kuma, Nodus I e Nodus II, Rastaban, Thuban».

I due viaggiarono in mezzo ai colori menzogneri, passando attraverso le sfumature del giallo limone e del blu cadetto.

«Questo viaggio mi dà lo spunto per enunciarti la terza regola di vita: non esistono ostacoli insormontabili, devi guardare il problema da altri punti di vista!».

A lui piaceva il modo con cui lei riusciva a lanciargli parole sagittabonde senza mai farlo sentire a disagio.    

«Mi piacerebbe vivere altre regole».

«Ogni cosa a suo tempo. Anche a me piace portarti in giro… attento però a non parlarne mai con nessuno, altrimenti sarebbe la fine dei nostri incontri!».

La pittrice, poi, prese una piccola e candida tela e disse che avrebbero dovuto salutarsi perché lei doveva continuare a dipingere. E si diedero appuntamento nel pomeriggio.

C’erano molti dipinti accatastati nel cofano e col passare del tempo aumentavano. Lui non poté fare a meno di riflettere ad alta voce.

«Queste tele sono tutte poesie illustrate?».

«Sì, sono tutte emozioni che regalo».

Il Biondo non capiva come mai, nonostante ci fossero già tante tele, la maga continuasse a dipingerne altre esclusivamente per lui. Le regole di vita non valevano le stesse per tutti? Capì, però, un’altra cosa: se c’erano tante tele in quella ambulanza, forse lui non era il solo ad avere il bisogno di ricominciare.

2023-12-15

ILoveMolfetta

C’è Molfetta nell’ultimo libro di carta! Se i libri cartacei non esistessero più, di cosa parlerebbe l’ultimo libro? Secondo “The last book”, testo narrativo inedito dell’esordiente Pantaleo Mezzina, parlerebbe proprio di una vicenda avvenuta a Molfetta! La storia, ambientata in un futuro imminente, si svolge per lo più nel centro storico del barese. Il protagonista, infatti, si muove per le stradine che portano da via Piazza a via Chiesa vecchia. Inoltre, in uno degli episodi si parla del Torrione Passari. Nel testo, frutto di fantasia, si ritrovano anche alcuni cenni alla recente cronaca locale: la morte del sindaco Giovanni Carnicella (1992), il naufragio del motopeschereccio “Francesco Padre” (1994) e l’incidente ferroviario avvenuto tra Andria e Corato (2016). La microstoria si incrocia con la grande storia. Infatti, nel racconto si narra la storia di un libraio che viene travolto dai cambiamenti imposti dal tempo: il clima è impazzito, il libro cartaceo è diventato digitale, lo scrittore è sostituito dall’Intelligenza Artificiale… e lui, frustrato dai bilanci in rosso, è costretto a cambiare lavoro. In soccorso al suo stato depressivo arriva la Poesia dei grandi poeti italiani! Il protagonista si ritrova, così, davanti al melograno del Carducci, passeggia sotto la pioggia nel pineto, parla con la luna di Leopardi… Il messaggio è che la poesia ha una funzione disvelativa della realtà, in grado cioè di spiegare il mondo intorno a noi: con la sua forza espressiva e creativa, la poesia ci fa osservare tutto con meraviglia, oltre le apparenze e oltre i pregiudizi, insegnandoci che non possiamo condurre un’esistenza anonima e superficiale ma dobbiamo vivere nella consapevolezza che la vita di ognuno è originale e irripetibile. L’autore molfettese, classe 1977, ha a cuore la propria terra, tanto che in passato ha ideato e realizzato “Il Gioco della Puglia”, un esclusivo gioco da tavolo distribuito nelle migliori librerie e in molti musei pugliesi. Il libro fisicamente non esiste ancora, per il momento è un’esperienza creativa per condividere emozioni. Infatti, il testo ha superato la selezione della casa editrice Bookabook di Milano e adesso è passato al giudizio dei lettori. Attraverso il link https://bookabook.it/libro/the-last-book/ CLICCA QUI puoi partecipare anche tu e far sì che una nuova storia arrivi sugli scaffali delle librerie entro settembre del prossimo anno. Noi dell'Associazione Oll Muvi, affermati nel mondo con il brand I Love Molfetta, abbiamo aderito alla promozione di questo testo narrativo, fallo anche tu! #thelastbook #weareinmolfetta #pantaleomezzina #ilovemolfetta #tiportoinpuglia Riproduzione riservata. La riproduzione è concessa solo citando la fonte con link alla news.

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Pantaleo Mezzina
Tutti mi conoscono come Leo. Nato nel 1977, vivo con la mia famiglia, composta da mia moglie (insegnante di Italiano e Storia) e due splendidi figli. Andria, Molfetta e Bari fanno da sfondo alla narrazione del testo e anche della mia vita. Laureato a pieni voti in Lettere classiche, ho sempre coltivato la passione per la tecnologia, tanto da lavorare nel mondo dell’informatica. Fin da ragazzo mi sono appassionato alla poesia e ai racconti brevi. Successivamente, ho scritto per un giornale locale e, poi, testi commerciali come web editor. Inoltre, mi sono dedicato alla mia terra: ho contribuito alla nascita del centro d’arte contemporanea “Torrione Passari” di Molfetta e ho ideato e realizzato “Il Gioco della Puglia”, un esclusivo gioco da tavolo. Amo i libri, amo la carta sotto le dita e amo quelle parole che, nello spiegarci il presente, possono regalarci un futuro migliore.
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