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Triplice colpo

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Consegna prevista Ottobre 2024

Un cascinale a picco sul mare è teatro di un fatto inaspettato. Un anziano sta preparandosi a uscire di mattina presto per raggiungere la solita edicola di giornali e iniziare la sua giornata.
Improvvisamente, intravede qualcuno in fondo alle scale che portano al piano terra e poi fuori casa.
Ma è troppo tardi…
Un colpo di pistola e il vecchio si accascia. Lentamente, con enorme fatica, riesce a raggiungere il proprio letto e a sdraiarcisi sopra, come a voler ricominciare daccapo quella giornata maledetta.
L’ombra, intanto, lo ha raggiunto e, presa una sedia, si è seduta ai suoi piedi senza che l’uomo sia riuscito a capire chi sia e cosa voglia.
A volte, se sei sfortunato, quello che hai fatto in passato e il verso che ha preso la tua vita, tornano a chiederti il conto quando meno te lo aspetti.
Questo sembra proprio uno di quei casi.

Perché ho scritto questo libro?

Vengo dalla periferia di Milano, dove la città e l’asfalto si perdono tra i campi. Mia madre era convinta che il riscatto sociale passasse attraverso lo studio, così ho scelto il liceo classico, simbolo di Cultura.
Come mai ci hai messo tanto a scrivere? Ovvio, ero convinto di non saperlo fare! Poi ho voluto raccontare a mio figlio di me e di quello che ho fatto e, dopo aver condiviso alcuni racconti, ho ascoltato chi chiedeva di farne un libro. Ecco così La mela stregata e Triplice colpo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Prologo

Sdraiato supino nel letto, al piano rialzato di un vecchio  cascinale mezzo diroccato, osservava il soffitto, un tempo  bianco, ormai alonato di giallo. Alcuni punti erano più scuri  a causa della muffa che, regolarmente, si presentava nei  mesi invernali. Aveva da tempo smesso di intervenire e di  fare pulizia. Si limitava a guardare la propria casa  invecchiare e restava a contemplare il suo lento  deteriorarsi. Le finestre cigolavano e il vento, che in quella  zona soffiava di continuo, entrava fischiando dagli infissi  ormai logori. Le pareti dell’appartamento avevano bisogno  urgente di una rinfrescata e i mobili erano consunti e  segnati dai giorni che si erano trasformati in mesi e che,  lentamente, erano diventati anni. Il letto in ferro battuto,  la rete e il materasso erano pronti per finire in discarica.  Sul comò in mogano a sinistra c'erano impronte di bicchieri  e di bottiglie di cognac scadente. Le ante dell’armadio ai  piedi del letto non si chiudevano più del tutto. 

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La sala del suo piccolo bilocale non era molto diversa.  Credenza, tavolo e sedie erano degne di un rigattiere. Un  piccolo vano nell’angolo a destra dell’ingresso, con la  cucina economica e la bombola a gas, lo stipetto con lo  scolapiatti e il piccolo frigorifero con ghiacciaia, non era  meglio.

Non aveva più voglia di mettere a posto le cose. Lo  scocciava il pensiero che tutto si può cambiare e sistemare  tranne l’età. Se doveva invecchiare lui, allora era giusto  che anche il resto facesse la stessa fine. 

Tutta quella roba aveva visto anni migliori. 

Anche lui.

Peccato, perché stava per sorgere il sole. Lo intuiva  attraverso le persiane. Riusciva a stento a girarsi verso  destra per guardare la luce filtrare dalla finestra. 

Stava morendo. 

Settantadue anni sono un sacco di tempo. Erano  passati uno dopo l'altro senza quasi che se ne accorgesse.  A volte, se non si guardava nello specchio, dimenticava  persino di essere ormai vecchio e ragionava del futuro  come se avesse ancora vent'anni. Era intrappolato in quel  corpo che stava piano piano cedendo da tutte le parti,  proprio come casa sua. Il tempo e le fatiche della vita lo  avevano piegato e ora si trovava in quel letto senza  nemmeno riuscire a gridare per chiedere aiuto. Ma a cosa  sarebbe servito? Non c'era più niente da fare, lo sapeva  bene, come sapeva che nessuno avrebbe sentito le sue  urla. Era solo. Lo era sempre stato.

Con uno sforzo sovrumano alzò la testa e guardò la  chiazza rossa sul fianco sinistro. Il sangue aveva  impregnato la camicia e le lenzuola del letto. Un'ombra si  mosse ai suoi piedi. Cercò di mettere a fuoco chi fosse, ma  non gli riuscì. Improvvisamente si ricordò tutto e fu preso  da un terrore profondo. Poi si rilassò, perché si rese conto  che ormai era tardi per avere paura. Tra poco sarebbe  morto e questo, se non gli dava serenità, gli impediva di  essere spaventato da quella situazione assurda. Si rivide  prepararsi come ogni mattina per andare a lavorare in  quella maledetta edicola di giornali e, come ogni mattina,  uscire poco prima del sorgere del sole per prendere la  corriera che lo avrebbe portato in paese. Era vecchio e  stanco e questo lo aveva fregato. Si era distratto e, negli  anni, aveva abbassato la guardia. “Maledizione!” pensò,  “cosa diavolo è successo?!”. Poco prima stava uscendo di  casa e un'ombra nascosta in fondo alle scale, nel buio  dell'atrio, lo aveva insospettito. Si era girato  immediatamente per rientrare, ma poi aveva sentito lo  sparo. Il proiettile lo aveva colpito alle spalle, sul fianco  sinistro e lo aveva spinto dentro al suo appartamento  facendolo girare come una trottola. Era caduto guardando  il soffitto e respirando a fatica, come dopo una corsa a  perdifiato. Mentre lo sentiva avvicinarsi sulle scale, si era  trascinato fino al letto dove, per pochi minuti, aveva perso  i sensi, sdraiato di traverso.

Cercò di chiedere qualcosa, anche solo una  spiegazione. Voleva almeno sapere chi si era dato tanto  daffare per ridurlo a quel modo. Le parole furono soffocate da un colpo di tosse. Il sangue che sentiva in bocca gli  impedì di parlare e si rese conto che era troppo tardi anche  solo per capire. Le ultime cose che sentì, un attimo prima  di scivolare nell'incoscienza, furono un lieve respiro e il  rombo del mare fuori dalla finestra.

Capitolo 1

1982

Mark Patel scese dal taxi e si lanciò nella pioggia che  cadeva forte sul vialetto alberato davanti casa. Con  naturale agilità, girò intorno all'auto, una vecchia berlina  gialla con i sedili neri in pelle un po' consunti, pagò l'uomo,  prese la sacca nera con scritto S.W.A.T. e lo zaino e  percorse il vialetto fino agli scalini che portavano al patio  con le colonne bianche ai lati. La villetta a due piani era  uguale alle altre allineate lungo la strada di quel quartiere  residenziale ai bordi della città e, come le altre, aveva un  aspetto decente senza essere in perfette condizioni. La  vernice bianca del muro esterno qua e là si scrostava e  lasciava intravedere le assi sottostanti. Le aiuole ai lati del  vialetto di accesso e quelle tra un'abitazione e l'altra  avevano erba troppo alta e incolta e alberi che avrebbero  dovuto essere potati da tempo. Ma, nel complesso, era un  quartiere dignitoso a confronto di altri lì vicino e la  delinquenza era tenuta a bada dal servizio di sorveglianza  che girava per le strade giorno e notte.

Suonò il campanello. Era un metro e ottantacinque per  ottanta chili di nervi e muscoli che i jeans neri e la camicia  bianca non potevano nascondere. Erano il risultato di un  costante allenamento e di una vita passata sotto le armi.  Con la sua mole occupava quasi tutto lo spazio  dell'ingresso. I capelli castano scuro erano tagliati corti e  la fronte era ampia sopra occhi azzurri come il cielo di  primavera. Aveva labbra larghe e naso aquilino che andava  d'accordo col viso dai lineamenti forti e decisi come la sua  espressione, quella di uno che aveva rischiato di essere  trascinato nell'abisso, ma, alla fine, ne era venuto fuori. 

All'interno si sentì un tramestio e dei passi che si  avvicinavano. Qualcuno guardò dallo spioncino, fece  scattare la serratura della porta e l'aprì di colpo. Sua  sorella gli saltò tra le braccia urlando “Ehi! Finalmente sei  arrivato! Non riesco ancora a credere che tu sia qui!” e gli  diede un lungo, affettuoso bacio sulla guancia. Lui la  strinse forte, ricambiò il bacio e si sentì finalmente a casa.  Poi si staccò e rimase a guardarla un istante mentre  rientrava per lasciare spazio a lui e ai suoi bagagli. Era alta  un metro e settanta, aveva un fisico snello da modella,  lunghi capelli rossi, occhi verdi e labbra carnose sotto un  nasino alla francese. Sorrideva sempre, mettendo in  mostra denti regolari e bianchissimi, ma il suo sguardo era  profondo e attento. Si capiva subito che non era una  stupida ed era poco interessata agli uomini che le  cadevano ai piedi per il suo aspetto. Come al solito, vestiva  abiti semplici. Una salopette di jeans blu con una cintura nera che le fasciava i fianchi e una maglietta rossa a  maniche corte. 

Ultimamente, lui era stato molto impegnato col lavoro  e si erano visti poco, ma aveva notato che da qualche  tempo lei si muoveva e camminava con una sicurezza del  tutto nuova, che la faceva sembrare molto più matura dei  suoi venticinque anni. Era diventata una donna. 

Del resto, erano cresciuti tutti e due troppo in fretta.  La malattia della madre aveva cambiato tutto e, quando  lei era morta, consumata da un tumore che non le aveva  dato scampo, il padre, Ben, era come impazzito. Era  sempre stato un uomo forte e, nonostante fosse di statura  media, un metro e settantotto, con i capelli corvini, gli  occhi castano scuro e il fisico roccioso, era il solido  sostegno della famiglia. 

Negli ultimi tempi, però, era diventato irriconoscibile,  magro e curvo su se stesso. Mark non avrebbe mai  dimenticato quella mattina di Natale. Lui aveva vent'anni  e sua sorella Silvya, che allora ne aveva solo dieci, dormiva  nel letto vicino al suo. Si era svegliato con l'impressione di  aver sentito dei rumori provenire dal piano di sotto. Era  sceso in cucina sperando che il padre stesse preparando  qualcosa per la giornata di festa, ma non ci contava poi  tanto. Sarebbero dovuti andare da zia Kate, la sorella della  madre, che da un po' di tempo si occupava di tenere

insieme come poteva quanto restava della loro famiglia. In  realtà, si aspettava di trovarlo seduto al tavolo davanti ai  fornelli, sporco e ubriaco come al solito, ma in cucina non  c'era nessuno. Aveva guardato in sala da pranzo e poi nel  piccolo locale che una volta era servito da ufficio, quando  il suo vecchio aveva ancora il lavoro di commesso  viaggiatore, prima che tutto cominciasse ad andare a  rotoli. Niente. Stava tornando nel salone quando un colpo  secco, una detonazione che proveniva dal garage lì di  fianco, l'aveva fatto tornare indietro. Aveva attraversato di  slancio la piccola porta che divideva l'abitazione dalla  rimessa e l'aveva visto. Quello che restava di suo padre  era un corpo riverso all'indietro sulla sedia davanti al  bancone degli attrezzi lì alla sua destra. Vicino, c'era il  fucile da caccia che aveva usato per mettere fine al  tormento di quegli ultimi mesi. Il sangue era dappertutto,  sull'auto alle sue spalle, sul soffitto, ovunque. Per un  attimo era rimasto paralizzato, incredulo davanti a quello  scempio e incapace anche di gridare o piangere. La sua  mente si era estraniata e rifiutava di accettare che fosse  tutto vero. Guardava il garage, l'auto e suo padre come  uno spettatore esterno, come se quella cosa non lo  riguardasse. Il colpo aveva cancellato i lineamenti del viso  e la faccia era una maschera di sangue irriconoscibile. 

Poi, dei passi lievi giù per le scale, dentro casa, lo  avevano scosso da quello stato di quasi incoscienza. Sua  sorella! Aveva cacciato indietro le lacrime, si era fatto forza  ed era tornato nella sala da pranzo. Doveva impedirle di  vedere! Le era corso incontro “Ehi! Dove vai, piccola?”.

L'aveva presa in braccio e l'aveva portata in cucina, il più  lontano possibile. 

Lei si era aggrappata a lui con la solita, totale fiducia e  aveva ricambiato il suo abbraccio stringendolo forte. 

“Che succede? Cosa ci fai sveglia?” 

“Ho sentito un rumore! E tu perché sei già alzato?  Dov'è papà?” 

Si era inventato una questione urgente, un affare  improvviso che non poteva essere rimandato nemmeno la  mattina di Natale. 

Aveva detto che era partito e che sarebbe stato via  qualche giorno. 

Lei ci era rimasta male, ma alla fine si era convinta e,  come fanno a volte i bambini, era passata oltre. Avevano  fatto colazione insieme, poi lui l'aveva aiutata a vestirsi,  l'aveva caricata sulla sua auto parcheggiata nel vialetto  davanti casa e l'aveva portata da zia Kate come da  programma.

L'albero con gli addobbi, i regali e lo zio Chase erano  serviti a distrarla mentre lui, in disparte, aveva spiegato a  Kate cos'era successo. 

Di colpo, la zia era sembrata invecchiare di dieci anni.  Aveva annaspato cercando un appiglio e lui aveva dovuto  sorreggerla. Aveva pianto in silenzio qualche minuto  abbracciata a lui, poi si erano fatti forza a vicenda.  Avevano sfoderato il sorriso migliore che potevano e  avevano tirato avanti quella pietosa commedia. 

Gli zii avevano raccontato qualcosa alla nipotina e lui  era stato libero di tornare a casa e chiamare il 911. Mark  non sarebbe riuscito a fare anche quello, le aveva già  mentito per il suo bene, ma ora i suoi nervi stavano  cedendo. 

A stento aveva affrontato la polizia, la scientifica e gli  accertamenti del caso, l'autopsia e tutto il resto. 

Solo la sua calma e la sua forza d'animo gli avevano  permesso di non perdere la testa. 

Col tempo, piano piano, avevano raccontato a Silvya  cos'era successo. Non erano scesi nei particolari, non ce  n'era stato bisogno, ma le avevano detto che papà non  c'era più, che aveva seguito la mamma perché la amava così tanto da non saper stare senza di lei. Ma non doveva  essere triste, perché adesso erano di nuovo insieme ed  erano felici. Aveva pianto ugualmente per settimane. 

Ma era acqua passata. Zia Kate e zio Chase si erano  presi cura di loro dopo quella tragedia. Non erano riusciti  ad avere figli ed erano sempre stati parte della famiglia  Patel, come dei genitori aggiunti. Così avevano aiutato  Mark a vendere la casa di Parnell Ave, perché nessuno di  loro sarebbe riuscito a tornarci con quello che era successo  là dentro e lui e Silvya si erano trasferiti da loro. 

In realtà, era stata sua sorella a trasferirsi lì. Lui si era  arruolato nell'esercito ed era partito. 

Non riusciva più a fare niente dopo essere stato in quel  garage. Frequentava economia alla California State  University perché alla UCLA, più vicina a casa sua, non era  riuscito a entrare. Se già prima non era quel che si dice un  secchione, ora non aveva più la forza di stare fermo sui  libri. Era diventato insofferente, aveva bisogno di  muoversi, di fare qualcosa che lo tenesse lontano da quella  terribile mattina di dicembre e da West Los Angeles. 

Adorava sua sorella, le voleva un bene dell'anima, ma  proprio per quello se ne era andato. Se fosse rimasto,  sarebbe letteralmente impazzito e lei lo avrebbe perso e sarebbe comunque rimasta sola con gli zii. Così, invece,  dopo qualche anno avrebbe magari potuto tornare e  riprendere da dove aveva lasciato. Sperava che fare altro,  andare via, gli avrebbe restituito un po' di pace e avrebbe  disinnescato quella bomba a orologeria che sentiva dentro. 

Grande e grosso com'era, non gli era stato difficile  essere preso come volontario e poi nel 1967 c'era bisogno  di soldati da mandare nel Sudest asiatico. Era entrato nei  Marines ed era diventato un cecchino. La sua calma  proverbiale, che aveva ritrovato dopo essersi arruolato,  era essenziale per quel mestiere. Inoltre, aveva già usato  il fucile quando era andato a caccia di anatre sul Martis  Creek Lake con suo padre. Partivano il venerdì e tornavano  la domenica. Trascorrevano tutto il week end insieme, loro  due e nessun altro. Era un bellissimo ricordo, ma era  passato e non si poteva tornare indietro. 

Aveva servito fino quasi al disimpegno statunitense nel  1970 e poi se ne era tornato a casa da sua sorella e dagli  zii. 

La “sporca guerra” lo aveva cambiato. Ne aveva viste  di tutti i colori, aveva sopportato di tutto, era stato ferito  da una granata che gli aveva lasciato cicatrici su gran parte  della schiena ed era finito in ospedale. Aveva visto donne  e bambini morire sotto il napalm, compagni cadere in  imboscate senza scampo. I suoi amici Arden, Brian, Rube non ce l'avevano fatta. Virgil gli era morto tra le braccia.  Una pallottola gli aveva passato la gola da una parte  all'altra e non era riuscito nemmeno a pregare Dio prima  di andarsene, perché le sue parole erano affogate nel  sangue. 

Dopo quello, non aveva più paura di niente e anche la  mattina di Natale di tanti anni prima non lo teneva più  sveglio di notte. 

Però, non avrebbe mai pensato di finire nella LAPD. 

Era stata la S.W.A.T. a cercarlo. Serviva un tiratore  scelto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Lo aspettiamo con trepidazione!!!

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Cristian Forni
Sono nato e cresciuto in un condominio di nove piani immerso in un grande giardino. Intorno, altri palazzi enormi e tutti uguali, con molte storie differenti. In comune avevamo la lotta quotidiana contro la povertà del secondo dopoguerra nella periferia milanese.
Mia madre era convinta che il riscatto sociale passasse attraverso la cultura, così ho scelto la scuola che più di tutte, sempre a suo dire, simboleggiava la Cultura... il liceo classico, poi la laurea in biologia.
Ci ho messo tanto a iniziare a scrivere perché ero convinto di non saperlo fare.
Poi ho sentito la necessità di raccontare ai miei figli qualcosa di quello che ero e ho fatto nel corso degli anni.
La mia vita è stata una tra le tante, ma la quotidianità può essere interessante se abbastanza lontana nel tempo, risulta strana per chi è giovane e non l'ha vissuta ed evocativa per chi, invece, c'era e se ne ricorda
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