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Tristan Hope – Ricordi Violati

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Marzo 2067. Tristan Hope è un lussureggiante stato insulare situato al largo del Marocco, simbolo dell’ecosostenibilità e del progresso tecnologico nel mondo. Il suo fiore all’occhiello è il Memory Checking Bureau: l’organo investiga sui crimini più efferati mediante l’acquisizione dei ricordi di chi – reo, vittima o testimone – vi ha preso parte.

Ma si può davvero tollerare la violazione della mente umana per perseguire l’ideale di una giustizia certa? Chi può decidere quando è legittimo infrangere i limiti della morale? E quanto sono attendibili i test eseguiti a Linar Palace?

L’avvocato Cliff Sullivan solleva questi interrogativi sui media locali. Tre clienti offrono a lui e al collega Adam Fishburne l’occasione per scavare nell’operato dei memory checkers. In un vortice di attentati sanguinari, Cliff e Adam vengono chiamati a sacrificare sull’altare della verità la loro amicizia, la propria integrità e l’incolumità dei propri cari. Saranno disposti ad accettare una simile sfida?

Perché ho scritto questo libro?

Ogni quesito di natura etica, a seconda della angolazione prospettica da cui lo si osserva, può ricevere risposte differenti. Gli eventi narrati in “Ricordi violati” sono un pretesto per affidare a ciascun suo personaggio una diversa voce, al contempo donandogli la facoltà di essere incoerente e contraddittorio, insomma: umano. La profondità degli argomenti trattati è volutamente alleggerita da una scrittura agile e asciutta, in sottrazione, finalizzata a far scomparire la presenza dell’autore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il miracolo Tristan Hope

Cartridge Island fu per cinque secoli un possedimento britannico. Il nome le derivò da William Cartridge, il primo navigatore europeo che vi mise piede, nel Sedicesimo secolo.

Sul finire degli anni Trenta l’isola divenne l’oggetto del desiderio di un multimiliardario americano, Tristan Urban. Ciò che la rendeva allettante era la sua posizione strategica: il piccolo territorio di 1100 kmq è situato nell’Oceano Atlantico, a nord di Lanzarote, 300 chilometri a ovest di Agadir; per cui è vicinissima all’Europa e – con le isole Azzorre, Canarie e Madeira – ne costituisce la barriera naturale verso chi proviene dall’America.

Urban fu definito uno sciacallo profittatore, piombato sulla morente Corona inglese per cibarsi della sua carcassa: così avrebbe scritto di lui il politologo tedesco Hans Leitmann in un suo celebre saggio del 2056, Tristan Hope: Eden o fine della democrazia?.
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Qualcun altro lo dipinse come il salvatore delle esangui casse londinesi: con queste parole lo descrisse nel 2051 l’economista statunitense David Philmore. A prescindere dagli schieramenti, tutti gli osservatori furono concordi nel ritenere Urban un grandissimo visionario. Il suo piano era semplicemente perfetto: creare dal nulla un polo finanziario di caratura mondiale, capace di attrarre capitali da ogni dove attraverso l’azzeramento del prelievo fiscale sui depositi bancari.

In tale ottica, però, Cartridge Island necessitava di un requisito indispensabile: lo status di nazione sovrana. Per perseguire lo scopo, il magnate fondò la Cartridge Bank; essa foraggiò con ragguardevoli sovvenzioni i conti della famiglia reale inglese, impedendone l’imminente bancarotta. In parallelo, Urban sostenne ingentissimi investimenti per rimodernare le fatiscenti infrastrutture locali, tra cui il porto e l’aeroporto, e realizzò quattro ospedali dotati di attrezzature all’avanguardia. La mossa gli garantì un evidente ritorno a livello economico e di immagine.

Nel 2046, quando era ormai chiaro che i cartridgers avevano imparato ad apprezzare il benefattore venuto da lontano, egli si fece promotore di un referendum per l’indipendenza. A fronte del disinteresse mostrato nei secoli dal Regno Unito verso di loro, gli isolani si espressero a favore del sì e, di più, proclamarono il banchiere loro Governatore. Westminster Palace e Downing Street contestarono la legittimità del risultato referendario. Tuttavia, Buckingham Palace colse l’occasione per sdebitarsi con Urban: assumendo il ruolo gravoso di mediatore, Re Giorgio VI facilitò i negoziati per concretizzare la transizione di Cartridge Island da fazzoletto di terra dimenticato da Dio e dagli inglesi a stato autonomo.

Gli ambienti politici europei non videro di buon occhio il progetto secessionista isolano, ma le lobby finanziarie ebbero la meglio: nel 2049 la bandiera di Cartridge Island fu accettata dalla comunità internazionale. Il suo colore verde fu scelto per ricordare la lussureggiante vegetazione locale. Molti ironizzarono sottolineando che il verde fosse anche il colore delle banconote americane: infatti, nei mesi seguenti i maggiori operatori economici del globo spostarono cospicui patrimoni sui conti della Cartridge Bank.

Nel 2050, si svolse un secondo referendum e il neonato paese fu ribattezzato Tristan Hope. L’ego ipertrofico del tycoon era stato finalmente soddisfatto.

Quattro anni più tardi, il Governatorato divenne una repubblica presidenziale alla francese e fu istituito un Parlamento unicamerale composto da quarantanove membri eletti dal popolo.

Tristan Hope registrò una crescita di gran lunga superiore alle aspettative. Al volgere del Ventunesimo secolo Cartridge Island contava appena ottomila residenti e mischiava in pari misura elementi della cultura portoghese, per la prossimità a Madeira, e di quella britannica, per via della Union Jack dispiegata negli uffici amministrativi locali. Orbene, nei primi anni Cinquanta furono raggiunti i trecentomila abitanti; in larga parte, la forza lavoro trovava impiego negli istituti di credito – che proliferavano come il batterio dell’acne sul viso di un adolescente –, nonché nel settore dell’edilizia pubblica e privata, in vertiginosa espansione: in pochissimo tempo furono costruiti numerosissimi edifici residenziali, commerciali e governativi, e vennero aperti un Bioparco e un’oasi acquatica. I resorts a cinque stelle, le spiagge incontaminate e le norme stringenti che disciplinano ancor oggi l’ingresso dei turisti contribuirono a donare all’isola il fascino di una meta esclusiva.

La città propriamente detta, Tristan Hope, fu disegnata con forma circolare e pianta ortogonale e si sviluppò per sei chilometri di raggio attorno al suo ombelico, Cartridge Square, punto d’incontro dell’ascissa Lisboa Avenue e dell’ordinata Columbus Street. Invero, a differenza di quanto accade a New York, le strade disposte in senso longitudinale vennero chiamate Streets, mentre quelle disposte in senso latitudinale Avenues. Nel 2059 fu vietata la circolazione dei mezzi privati a motore sino al confine esterno dell’Area 2. Il livello -1 fu riservato al traffico dei veicoli commerciali. Da allora, per spostarsi i cittadini utilizzano la bicicletta, l’air-taxi e gli onnipresenti tapis roulant; oppure ricorrono ai servizi pubblici gratuiti, i quali hanno una particolarità: i treni della metropolitana sfrecciano al livello -2 in corrispondenza delle principali Streets, mentre i vagoni dell’overground transitano a venti metri da terra lungo le Avenues. Pertanto, ogni convoglio, sotterraneo oppure sospeso, segue un percorso perfettamente rettilineo. I nodi di interscambio sono le stazioni-torretta: esse sono disseminate in tutta la città e nel tempo ne sono divenute il simbolo. Chiunque visiti Tristan Hope rientra a casa con un magnete da frigo che le raffigura.

Nel 2061 i residenti toccarono quota cinquecentomila. Inoltre, da quell’anno il reddito nazionale pro capite si classificò stabilmente tra i più elevati del pianeta, anche se in effetti il ceto più agiato costituiva solo una minoranza.

Tristan Hope era diventato il luogo dei miracoli dove, come recita il motto, ogni angolo di strada nasconde una nuova possibilità.

Parte prima

8–13 MARZO 2067

1.1

Martedì, 8 marzo 2067.

Grenstow, Area 2, Tristan Hope.

Jody e Kate hanno appena fatto colazione. Lui si stende sul divano color crema dell’open space, accende il maxi-display a parete e, come ogni mattina, si dedica alla rassegna stampa. Lei si sfiora le labbra con due dita, gli accenna un bacio ed esce.

Oltre lo steccato del praticello privato c’è Athens Avenue East.

Kate sale sul tapis roulant al centro del viale alberato e si lascia trasportare, accarezzata da un piacevole venticello caldo. Dopo quasi un chilometro scende dal nastro, dalla borsetta estrae la smartband e, senza indossarla, la rivolge verso di sé; dà un colpetto sul vetro zaffiro che ricopre il quadrante.

«Videocamera.»

Il suo primo piano appare sul dispositivo.

«Ciao, cucciolo. Sono alla torretta… Invia a Jo.»

Il braccialetto elettronico viene di nuovo relegato sul fondo della borsetta. Al polso destro resta il Rolex d’oro vintage, regalo di Jody.

Un ascensore conduce Kate alla piattaforma trasparente dell’overground. Tutt’intorno, i villini a schiera immersi nel verde emanano una profonda sensazione di pace.

Sono le otto. Un pannello pubblicitario riproduce una clip di un bimbo con le efelidi che accarezza il muso di un delfino; la giovane si intenerisce. Scorre una scritta in sovrimpressione: lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord ha innalzato le temperature delle acque marine. Molte specie animali sono a rischio estinzione.

Appeso alla sua monorotaia, il treno si arresta con un leggero sibilo metallico dinanzi ai pendolari in attesa. Le porte automatiche si aprono.

Kate sale a bordo e occupa un sedile. In periferia è facile trovarne di liberi, perché i vagoni non sono mai affollati. Poco più in là, due coniugi settantenni bisticciano scherzosamente in un portoghese infarcito di inflessioni dialettali. La ragazza è incuriosita dal simpatico confronto, di cui riesce a comprendere solo frammenti di frasi; al suo orecchio, esse suonano come una cantilena che infonde serenità.

Per incanto, Kate vede se stessa e Jody invecchiati e rugosi, intenti a discutere. Il suo gioioso stupore dura un battito di ciglia. Torna a osservare l’anziana coppia. “Jo, chissà se proverò mai per te un amore simile al loro…”

Il treno lambisce le chiome delle palme di Athens Avenue, fino a che gli edifici bassi dell’Area 2 cedono il passo ai mille boschi verticali dell’Area 1, il cuore pulsante di Tristan Hope. Sulla sommità dei grattacieli ecosostenibili campeggiano gli enormi schermi di Cloud One e Cloud Two, che trasmettono notizie h.24; di notte, le loro immagini luminosissime si stagliano nell’oscurità e sembrano fluttuare nel vuoto.

Di fermata in fermata il numero dei passeggeri aumenta.

Talvolta, dal finestrino Kate scorge in strada capannelli di persone che gesticolano animatamente e  si diverte a ipotizzare i litigi più improbabili. Ma non oggi. Oggi la felicità dei due nonnetti le fa pesare ciò che le manca.

“Hai trent’anni, Katherine. È tempo che accetti la tua esistenza senza sognare qualcosa di inarrivabile.”

L’overground oltrepassa uno dei tanti ponticelli in calce bianca che arredano la città. Kate ama passeggiare per le vie del centro; quando non è di fretta, si concede una breve sosta su un cavalcavia e, ammirando la fiumana di passanti assiepati sui sottostanti tapis roulant, fantastica di specchiarsi nelle acque di un canale veneziano.

Il convoglio giunge alla stazione-torretta 1 di Athens Avenue East. Gli anziani coniugi portoghesi rimangono seduti sui loro seggiolini: il loro viaggio prosegue, e così pure il loro affettuoso battibecco. Kate vorrebbe salutarli ma, temendo di rovinare il bel quadretto, abbandona la vettura senza disturbarli.

L’overground riparte con il suo caratteristico rombo elettrico ovattato. La sua coda si allontana all’orizzonte, mentre Kate comincia la sua soffice discesa in ascensore.

Una suadente voce femminile annuncia: «Piano Terra, uscita Columbus Street North 9».

Alcuni viaggiatori fuoriescono dalla cabina. Molto di più sono coloro che si accalcano per salirvi.

L’ascensore raggiunge il limite della capienza. Adesso sembra davvero angusto. Si avverte un acre odore di sudore.

“Ora prendi un bel respiro e trattieni il fiato. Tra dieci secondi quest’incubo sarà finito…”

La discesa termina al livello -2, sulla banchina del metrò diretto in centro.

“Anche stavolta sono sopravvissuta…”

Un treno è in sosta sul binario. Le sue porte si stanno richiudendo.

Con uno scatto felino, Kate vi sale a bordo.

“Cavolo, è stipatissimo! Ma almeno non dovrò aspettare il prossimo.”

La ragazza copre l’ultimo tratto di strada in piedi, aggrappata ai sostegni metallici.

Pochi giri di lancetta più tardi, Kate si lascia alle spalle le scale mobili di London Avenue Station e s’immerge in una Cartridge Square assolata.

Dagger Palace proietta la sua ombra maestosa sull’asfalto. Al centro della piazza troneggia la statua equestre di William Cartridge.

Di fianco al monumento c’è il Wiener Bar: una tappa fissa per Kate. Lei accede alla saletta interna, si accomoda a un tavolino e ordina un macchiato; è conscia di consumare troppi caffè: nelle ventiquattr’ore, sono sei o anche sette. Jody le ripete con insistenza di ridurne il numero; ma lei fa spallucce e se ne prepara un altro. «Tanto prendo soltanto innocui bibitoni all’americana.»

Sorseggiando la bevanda calda, controlla le e-mail.

«Caspita! Sono già le nove meno un quarto.»

Posa la tazza di ceramica vuota nel piattino e si reca alla cassa. Uscendo dal bar, incrocia qualcuno in cui non pensava di potersi imbattere.

“Speriamo che non mi abbia riconosciuta!”

Affretta il passo, supera lo Shakespeare Theatre e si ritrova ai piedi della grande scalinata di marmo della Cartridge Tower. Puntuale come sempre. Ma decisamente più confusa del solito.

1.2

Martedì, 8 marzo 2067.

Cartridge District, Area 1, Tristan Hope.

Cartridge Tower è uno dei luoghi più sorvegliati dell’isola. La hall al piano terra e l’ingresso merci al livello -1 sono interamente scannerizzati; nessuna arma può essere introdotta da malintenzionati senza essere rilevata. Tre sistemi di sicurezza agiscono in simultanea. Le guardie giurate, dislocate a ogni angolo, fanno il resto.

Nei venticinque piani del Cono Bianco tutte le finestre sono sigillate e l’aria fresca è garantita da un sofisticatissimo impianto di condizionamento.

La Cartridge Bank occupa i piani dal sesto al dodicesimo.

Kate è un’analista del credito del Settore Mutui e Prestiti, ed è stata inserita nel team del Salone Azzurro, al decimo piano. La sua smart key le consente di accedere anche all’amministrazione, all’undicesimo, ma non alla direzione, ubicata al dodicesimo.

La giovane adagia la borsetta sul pianale della propria postazione; poi, bussa alla porta del suo superiore, Tim Howard, e dà inizio a un siparietto che da un anno si ripete tutte le mattine identico.

Il cinquantenne allampanato usualmente la accoglie sulla soglia dell’ufficio con l’immancabile cappuccino alla vaniglia in mano e un sorriso stanco sulle labbra. «Buondì, mia cara.»

La ragazza ricambia il saluto, ma il suo sorriso è stereotipato. “Dio mio,” pensa, “come vorrei riannodarti quel papillon. Ogni giorno è più storto…” Quindi, si schiarisce la voce con un colpetto di tosse e declama la sua prima battuta. «A quale pratica dobbiamo dare la precedenza, Tim?»

Al che, Howard fissa la propria smartband. «Bix, fammi ascoltare le note che ho registrato in agenda per stamani.»

L’assistente vocale le riproduce in ordine cronologico.

«Tutto chiaro, Kate?» chiede infine Howard.

«Sì, capo!»

Con quest’ultima esclamazione, la giovane analista conclude il teatrino e torna alla propria postazione.

Il saluto di stamani non fa eccezione. Però, la walkie-cup di Howard è appoggiata sulla scrivania.

Nel Salone Azzurro, a uno a uno, si stanno radunando gli altri colleghi; a breve comincerà il quotidiano scambio di battute banali sui figli, sui costi proibitivi per iscriverli a calcio alle juniores delle Tristan Hawks, e su come la sera sia faticoso aiutarli a ripassare la lezione scolastica dopo aver trascorso una spossante giornata in trincea. Le chiacchiere si concluderanno con la consueta sottolineatura su come sia fortunata Kate a non essere mamma. Concetti ripetuti alla nausea con minime varianti, che hanno l’unico obiettivo di riscaldare l’ambiente e rimettere in moto la macchina lavorativa.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Dan Meola
Dan (all’anagrafe Danilo) Meola nasce il 7.9.69 a Genova e qui esercita la professione di avvocato dal 1999. Nel 2019 idea l’isola chiamata Tristan Hope e vi ambienta “Ricordi Violati”, romanzo che – pur essendo autoconclusivo – fa parte di una saga comprendente altre due opere inedite, “Tristan Hope – Anima” e “Tristan Hope – Possesso”. Il quarto capitolo è attualmente in fase di concepimento.

In precedenza è stato cantante-bassista di una band alt/rock, Secret Journey, che negli anni 2009-2012 si è esibita dal vivo in Italia e più spesso nel Regno Unito. Dopo quella esperienza ha intrapreso la carriera musicale da solista con il nome Dan e ha pubblicato due album di musica pop/rock: “Amazing” (2018) e “Stubborn” (2019), entrambi distribuiti attraverso i maggiori e-stores sino al 2023.
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