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Truther

Truther
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Consegna prevista Agosto 2023
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Confessa, lettore. Cosa faresti se trovassi uno smartphone in grado di rivelarti qualsiasi tipo di verità inerente a fatti giudiziari, situazioni, avvenimenti o persone?
Se con un semplice ed insignificante messaggio avessi la possibilità di accedere ai segreti più torbidi e intimi di qualunque persona, quale sarebbe la tua prima curiosità?
Ma soprattutto, come sfrutteresti uno strumento del genere?
La stessa domanda se la sono posta i protagonisti di questa storia, Lance Riblo e Nyaile Rioverde, scaltri giornalisti d’inchiesta sulle tracce dei trafficanti di terre rare che, dopo essersi ritrovati per puro caso l’inquietante dispositivo tra le mani, tenteranno di dare il via a una scia di giustizia senza precedenti.

Perché ho scritto questo libro?

Perché l’idea di integrare uno strumento così potente, in grado di accedere a qualsiasi verità, nella vita di due persone normali, con abitudini normali, mi affascinava.
L’idea del libro è proprio questa: lasciar crescere e degenerare nel modo più autentico possibile, il rapporto tra queste due persone comuni con un dispositivo incredibile. Non a caso, questo è solo il primo volume di una saga, una saga che si sviluppa volutamente sullo stile delle serie televisive.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Voi conoscerete la verità, e la verità vi renderà folli.

Aldous Huxley

Prologo.

Londra, Febbraio 2019

Quattro uomini attendono in macchina al confine col villaggio di case popolari oltre Fleming Road, nel cuore della notte. Sono i fratelli Lazlo e Jay Tumbleray, Nicholas Hult e Philipe Stephenson.

La foschia rimaneva sospesa a mezz’aria tra il cielo nero e l’asfalto, cancellando i profili dei palazzoni mentre l’odore del gas di scarico e di pollo fritto si alternavano nell’abitacolo a intense zaffate.

Tutti con il passamontagna in testa. Sui sedili posteriori, Jay e Hult imbracciavano due fucili Winchester.

«Ho fatto il giro dell’isolato. Al suo piano hanno tutti le luci spente», disse Lazlo, distogliendo lo sguardo dal palazzo.

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«Non sappiamo niente del tipo», osservò Stephenson.

«Si ma è schifosamente fornito», replicò il socio. «Là dentro ci sarà almeno mezzo milione di materiale».

«Allarmi?», domandò Hult.

«Case popolari. Niente allarmi».

«Certo che poteva allestirlo in un quartiere più decente», commentò Stephenson guardandosi intorno. «Che schifo, cazzo».

Jay non aveva ancora parlato. Se ne stava col fucile in braccio, a fissare i parallelepipedi tappezzati di parabole da dietro il finestrino.

«Meglio così», rispose Lazlo. «C’è meno polizia».

«Come intendi muoverti?»

«Io e te ci occuperemo del laboratorio», continuò Lazlo, sbirciando suo fratello nel retrovisore. «Stephenson, tu ti occuperai del bagno. Li avrà nascosti ovunque. Jay…»

Il ragazzo si ridestò appena in tempo.

«…tu controllerai il soggiorno».

«Perfetto».

«Il grosso del materiale è nel laboratorio», spiegò Lazlo, «ma può darsi che lo conservi anche da altre parti. Dai anche un occhio se arriva qualcuno. Non si sa mai».

Cinque minuti più tardi la berlina si fermò in una via chiusa. I quattro scesero e si addentrarono nel complesso.

Le torri del Brandon Estate di Walworth svettavano su di loro come monoliti, mentre fendevano svelti i trasandati vialetti che si snodavano tra le case. Case popolari costruite negli anni cinquanta e mai ristrutturate. Una serie di torri di sedici piani nel cuore della città, dove disagiati, relitti umani e la violenza domestica convivevano in una costante armonia nevrotica.

In tre attendevano impazienti davanti alla porta, mentre Stephenson era intento a scassinare la serratura.

L’aria era tesa.

Ci riprovò, ma lo spadino si fermò a metà profondità, inclinandosi a sinistra. Provò a dare un giro, poi un altro più forte, ma niente da fare.

«Muoviti», gli ringhiò da dietro Lazlo.

«Fallo tu se sei così bravo».

«Spostati».

Lazlo fece due passi indietro, dunque caricò con tutta la forza che aveva in corpo e sferrò un calcio violentissimo.

SBAM!

La porta si spalancò di botto, e i corpi in corsa si dispersero nel buio.

Jay si precipitò in soggiorno, dove iniziò a rovistare sul sofà schiacciato in un angolo. Prese a frugare tra scatoloni, schede elettroniche, sugli scaffali, negli armadi…

«Trovato niente?», gridò Lazlo dal corridoio.

«Un cazzo», replicò Jay nervoso, che adesso si era buttato due scatole di plexiglass colme di materiale per saldare.

Continuò a rovistare.

Solo allora notò il piccolo palmare riverso sul cuscino. Lo prese, e fece per metterselo in tasca, ma il display si illuminò distogliendolo dal suo intento.

C’era un messaggio.

«SE TI BECCA IL PADRONE DI CASA SEI UN UOMO MORTO».

Jay fissò il display, incredulo.

Com’era possibile? Forse qualcuno li stava spiando da un altro appartamento? Lanciò uno sguardo fuori dalla finestra, indugiando sui balconi di fronte. Tutto spento.

Nel frattempo, l’ansia stava soppiantando l’effetto della cocaina.

Nella stanza in fondo al corridoio, Lazlo e Hult trafugavano a colpi di braccia il materiale che affollava i banchi e gli scaffali di quello che aveva tutta l’aria di essere un laboratorio home made.

«È una montagna di roba».

«Muoviti, cazzo».

Gli ululati delle sirene echeggiarono in lontananza come un richiamo primordiale.

«La polizia, cazzo!».

In soggiorno, Jay era ancora fermo sul telefono, quando l’urlo di suo fratello lo raggiunse.

«La polizia!», prese a strillare correndo fuori. «Via! Via!»

Jay si ficcò il telefono in tasca e li seguì a ruota.

Fecero appena in tempo a sedersi che Hult avviò il mezzo e lo lanciò sopra il marciapiede, tagliando attraverso la corte di case sull’altro lato della strada. Jay e gli altri due dovettero aggrapparsi, chi alle maniglie chi al sedile, mentre la berlina slittava imboccando il marciapiede di Cooks Road, evitando all’ultimo i birilli di granito che delimitavano la zona pedonale.

Mentre l’auto correva a est, Jay si levò il passamontagna, liberando una folta criniera di ricci color miele appollaiati su due grandi occhi verde cobalto dal taglio mediterraneo.

«Lo sapevo, cazzo», protestò Hult, battendo i pugni sul volante.

«Fanculo. Tanto valeva provare», ribatté Lazlo, che si accese l’avanzo di canna. «Intanto abbiamo preso un bel po’ di roba».

Il battibecco continuò in sottofondo, e Jay ne approfittò per sfilarsi dalla tasca lo smartphone e studiarlo meglio. Notò quasi subito che era un po’ più piccolo dei comuni telefoni in commercio, ma forse leggermente più cicciotto. La luce del display si illuminava a intermittenza, salendo e scendendo d’intensità.

Con le mani che gli tremavano scrisse il messaggio. C’era il rischio che qualcuno potesse averli visti. Ma non erano tanto le eventuali ritorsioni da parte dei gangster locali a preoccupare Jay, quanto gli sbirri. Il gangster nutriva un terrore incondizionato nei confronti dei tutori della legge tale da averlo portato, nel corso del tempo, a sviluppare un principio di disturbo paranoide.

Quando si trovava nella casa psichiatrica di Vance, a scontare una condanna per violenza sessuale di gruppo – un errore di gioventù a dir poco madornale, avrebbe riconosciuto in seguito – le visite delle guardie erano piuttosto frequenti; le donne, chiaramente, erano le più cattive. Lo avevano preso di mira e si divertivano a spogliarlo e a deriderlo, a sodomizzarlo con manganelli e altri oggetti, mentre lui piangeva come un vitello, paralizzato nella camicia di forza.

A forza ricacciò indietro quei pensieri nei meandri più bui della memoria, e si mise a scrivere: «Chi sei?»

Il messaggio sparì di colpo, e la risposta emerse dal bagliore dello schermo.

«TUTTO QUELLO CHE

HAI SEMPRE VOLUTO SAPERE».

1.

Nonostante l’euforia dettata soprattutto da quell’ultima serie di rapporti sessuali, il pulsare della vena era tornato a farsi vivo, scomodo, bruciante. Lo aveva catapultato nuovamente nella realtà.

Orazio Sceznyk strappò il cuscino da sotto la testa della ragazza e lo sprimacciò, mettendosi sul fianco. La stanza di un hotel risalente agli anni ottanta. Il tanfo di fumo stantio. Il pulsare della vena non gli dava pace.

Si tirò sui gomiti e stette alcuni secondi ad osservare la giovane donna stesa al suo fianco, nel tentativo di distrarre momentaneamente la mente da quel fastidio lacerante che lo tormentava come un aguzzino. Osservò il suo corpo nudo, atletico, le mutandine di pizzo e le cosce toniche depilate.

L’aveva abbordata al Club Leclercke di Shoreditch. Sceznyk era sempre stato affascinato dalle sportive, perché si illudevano di scartare a priori un panzone come lui, con l’alito che puzzava di caffè e sigaro cubano. E invece poi ci andavano, se non tutte, quasi tutte, e non riuscivano mai a capacitarsi del perché. C’era come un alone di follia che balenava nei suoi occhi scuri egizi. Perfino Yolanda, poche ore prima, gli aveva confessato che vederlo di profilo le aveva ricordato uno squalo.

La telefonata sopraggiunse squarciando il silenzio nella stanza. Sceznyk sbuffò, ma quando notò con la coda dell’occhio il numero non si fece attendere.

«Come mai a quest’ora?», domandò.

L’interlocutore dall’altra parte era qualcuno di poche parole e con molta fretta. Ma soprattutto, qualcuno che poteva permettersi il lusso di disturbarlo a quell’ora.

«Stasera? Non esiste», aveva replicato secco il militare.

Ma quando aveva sentito nominare quel nome, si era proteso in avanti, per essere sicuro di aver capito bene.

«Si, esatto. Alle tre e mezza? Ma è tra neanche un’ora», sbuffò ancora «Va bè, ok. Per le tre e mezza spaccate però, eh? Ok».

Chiuse il telefono e si mise a sedere a bordo letto, meditando su quanto gli era appena stato comunicato.

2.

Lasciò l’hotel uscendo dal retro. Nel cielo abisso, una luna giallastra si nascondeva dietro i grovigli di nuvole. Uscì dal centro città puntando verso l’East End, e una volta superato il confine della metropoli imboccò l’autostrada, diretto a nord, verso le campagne gelide.

Era stata una bella nottata, nulla da dire. L’unico dettaglio che lo tormentava era di non essere riuscito a farsi un giro in più con Yolanda.

La base operativa era una struttura cubica di inizio novecento, incastonata nella rientranza di una curva che portava a Hatfield Broad Oak. Dentro, l’atrio era semivuoto e vi aleggiava un forte odore di detergente.

All’ultimo piano, le porte scorrevoli si aprirono e Sceznyk varcò la soglia del colossale ufficio. Avanzò con passo deciso attraversando la prima sala. Sfoggiava una coppola grigio fumo – che si intonava alla perfezione con la sua carnagione caffè latte –, impermeabile e anfibi militari color canna di fucile, numero 45.

«…capisco perfettamente…», nel suo ufficio, l’ufficiale Erick Themford era intento in una concitata conversazione telefonica. La sua voce giungeva lontana. «Ma non c’è modo di pensare male, glielo assicuro. Ora mi deve scusare, ma ho un ospite. Mi farò vivo io».

Themford riattaccò e prese a tamburellare nervosamente le dita sottili sul bracciolo di acciaio della poltrona. Studiò per alcuni secondi Sceznyk, in piedi davanti a lui. Il funzionario non considerò lo sguardo del suo superiore come iracondo; ricordava più il riflesso anonimo di uno schermo.

«Era il comandante della centrale di Walworth. C’è stata una rapina alle torri popolari», Themford parlava dalla sua scrivania perfettamente composto, le dita congiunte sotto il mento a formare una cupola. «Davano già per scontato che i ladri si fossero intrufolati là dentro per rubare degli stupefacenti dal magazzino di qualcuno, e invece poi hanno capito».

«Neodimio», asserì Sceznyk.

Il neodimio è un metallo appartenente alla famiglia delle terre rare. Viene per lo più impiegato nella produzione di componenti magnetici per telefoni, microfoni professionali e altoparlanti. Il suo processo di separazione dalle altre terre è assai difficoltoso, aspetto che ne ha sempre limitato l’utilizzo in commercio, ma non quello. Dopo anni di ricerche e fallimenti, Sceznyk e il suo team di collaboratori erano riusciti a scovare un contatto in Sud Africa in grado di fornirgli una versione di gran lunga più pura e facile da separare per i loro esperimenti.

«Già», Themford spostò lo sguardo sullo schermo del laptop, che gli illuminava una parte del viso. «Tre settimane fa due scienziati e un secondino sono stati brutalmente uccisi in una struttura del governo. Un quarto si trova in coma. E l’artefice di tutto questo è un solo uomo, che per giunta è scappato con il prototipo»,  poi tornò su Sceznyk. «Lo stesso che aveva messo su quel laboratorio in città senza che nessuno se ne accorgesse. È riuscito ad allestirlo in meno di un mese. Mi chiedo solo cosa stia tramando», sospirò togliendosi gli occhiali e lanciandoli sul tavolo. «Esigo esaustive delucidazioni su come intenderete procedere nei laboratori Godpledge».

“Già bella domanda”, si chiese Sceznyk. Non lo sapeva nemmeno lui. Era in piedi, davanti a Themford, con le mani dietro la schiena.

«Temo che Lorain fosse arrivato a uno sviluppo del Truther tale da permettergli di disattivare tutti quanti i sistemi di allarme con una semplice domanda».

«Ha una vaga idea delle conseguenze che potrebbero verificarsi se non lo trovate? O peggio, se un civile dovesse entrare in possesso di quel aggeggio?».

«Più o meno», asserì Sceznyk.

«Che significa più o meno?», Themford iniziava a spazientirsi.

In tutta risposta, Sceznyk inarcò un sopracciglio. «Il dispositivo è dotato di tre sistemi diversi di allarme», prese a gironzolare lentamente per la stanza, sempre con le mani dietro la schiena. «Ma né a me, né tanto meno ai miei collaboratori sono mai stati comunicati gli input che li facessero scattare».

«Magari si tratta di semplici domande comuni, roba che qualunque persona chiederebbe. Eravate voi a supervisionare i movimenti di quegli psicopatici, non io».

Sceznyk sentì la vena pulsare.

«Lorain è un soggetto imprevedibile, credevo lo sapesse», replicò il funzionario indugiando sulle statuette nepalesi che languivano lungo le mensole in palissandro. «Sappiamo che avrebbe allestito un nuovo laboratorio, ma non sapevamo dove. Ed ecco svelato l’arcano».

«Mi parli di lui», propose l’ufficiale.

Sceznyk, che aveva intuito, andò dritto al sodo. «Vuole sapere se è pericoloso?»

Themford non rispose.

«Bé, sì, abbastanza», proseguì Sceznyk. «Dipende poi in relazione a cosa».

«È passato già un mese, Sceznyk. Deve trovarlo. Quello psicopatico ha con sé il prototipo, e con ogni probabilità tenterà di venderlo a qualche organizzazione».

«Lo escluderei».

«Cosa le dà tutta questa certezza?»

Sceznyk lasciò cadere le parole dell’ufficiale nel vuoto. «Come le ho già detto, lei non lo conosce. Ha presente quando un uomo dà troppo ascolto ai propri pensieri?».

Themford rimase in attesa.

«È la sua creatura», spiegò Sceznyk, «Ha trascorso una vita intera a progettarla».

«Lei che lo conosce, dovrebbe avere quanto meno un’idea di dove possa trovarsi adesso», insistette l’ufficiale.

«Non è così semplice. Non abbiamo nulla sul suo passato. Quando lo abbiamo arrestato aveva ventidue anni e nessun documento con sé. Nessuno denunciò mai la sua scomparsa. E lui non confessò mai niente».

«Se non erro fu proprio lei ad includerlo nel progetto Godpledge», il tono aveva una sfumatura accusatoria.

«Lorain è dotato di una mente fuori dal comune», proseguì Sceznyk, schermando quella provocazione. «Prima o poi qualcuno se ne sarebbe accorto. Il caso vuole che sia toccato a me».

«A me invece sembra un tentativo piuttosto goffo di sviare la faccenda», replicò Themford con un leggero tono di sfida.

L’espressione di Sceznyk non mutò di un millimetro, ma la vena tornò a pulsare.

«Inoltre», continuò l’ufficiale, «lei era l’unico ponte tra il laboratorio ed il governo. Ed era anche l’unico al corrente degli ultimi sviluppi del dispositivo».

«Che non mi sono stati comunicati», rispose Sceznyk gelido «Forse per paura che ne intuissi l’effettivo potenziale. Inoltre, le ricordo ancora una volta che sono in congedo».

«Un congedo non significa un ritiro dall’arma», replicò l’ufficiale, più calmo che mai. «E lei dovrebbe saperlo bene. È stato lei a proporre di includere quei criminali al progetto anni fa, e ora se ne assume le piene responsabilità».

Un tempo, dopo un commento del genere, Sceznyk lo avrebbe attaccato al muro per strappargli il cuore con le sue mani. «Le ho già detto qual è la mia posizione. Sono in congedo e non intendo rinunciarvi per nessun motivo. Se ne faccia una ragione».

«Trovi quello psicopatico, Sceznyk», disse alla fine Themford. «E il dispositivo. Oppure la venderò ai giornali, alle televisioni e a qualsiasi altro speculatore disposto a rovinarle ulteriormente la vita pur di racimolare quattro sterline».

Sceznyk sentì la mascella serrarsi. E poi il calore. La vena.

«Occupo questa posizione da neanche un anno», continuò l’ufficiale. «E non intendo più promuovere le vostre iniziative da quattro soldi, specie se si tratta di progetti top secret dei quali vengo informato solo in parte».

Ma era proprio quello il problema, pensò Sceznyk. Themford si preoccupava, ma non aveva la minima idea di cosa fosse in grado di fare il Truther. </p

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Malcolm Marv
Malcolm Marv (pseudonimo di Valerio Tucci - Milano, 21/08/1991), è un ghostwriter freelance milanese. Da sempre appassionato di narrativa, nel 2018 comincia a frequentare il corso di Digital Copywriting presso l’Agenzia Formativa Dante Alighieri di Milano.
Nel 2020 arriva il suo primo ingaggio come ghostwriter, fino al 2021, anno in cui collabora alla stesura di 11 libri e 3 siti web.
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