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Tutta la vita che devi dare

Tutta la vita che devi dare
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Consegna prevista Aprile 2023
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Luca Castini ha venticinque anni quando si toglie la vita in stazione.
Ad indagare sul caso, è il Commissario Roberto De Vincenzi, che grazie all’aiuto del suo Appuntato e di un giornalista free lance, riuscirà a risalire tutti i sentieri umani e cupi della vittima, fino a giungere alla macabra scoperta: quel ragazzo si è suicidato perché vittima di mobbing.
Scatterà così un’indagine sul filo dei nervi, in cui ogni secondo è un passo fra il paradiso e l’inferno nella caccia ai colpevoli.
Marco Curci ha la stessa età di Luca ed è uno dei tanti burattini precari di questa nazione in caduta libera. E’ scheletrico, lavora per tre, non sogna più e spera solo nell’indeterminato.
Quando tutto sembra finalmente compiersi però, il suo capo area si farà padrone della sua vita, ricattandolo proprio con quel contratto.
Ne scaturirà una guerra personale senza esclusione di colpi, in cui a vincere non sarà chi resterà in piedi, ma chi sarà in grado di tirare l’ultima boccata d’aria da terra.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scelto di scrivere “Tutta la vita che devi dare” per due categorie di persone: gli oppressi e gli oppressori.
I primi, spero si sentano meno soli e molto più coraggiosi di quello che pensano. I secondi, spero si facciano schifo.
E’ un disperato grido di denuncia alla società moderna ed ai poteri forti.
Per quanto sia orgoglioso di essere italiano, mi fa ribrezzo pensare di affidare la mia vita a questa nazione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Era una carezza sì, ma di quelle che raschiano, affondano le unghie nella carne e creano guardrail ai bordi delle guance di pelle morta o forse ancora viva o peggio ancora agonizzante, un dépliant promozionale a forma di barchetta scaduto solamente il giorno prima e lasciato arenarsi su una vecchia cabina telefonica, ed una distilleria abbandonata ma non chiusa, in cui perdersi e farsi del male attraverso i silenziosi e dannosi piaceri dell’alcool, il cielo di Bari, in quella mattina di fine settembre.

Una leggera foschia dava la sensazione marcata, netta e decisa, di cecità e sordità al mondo, con i luminari del mestiere a rimuginare ancora sul sonno notturno, e pertanto irreperibili ed indisposti alle richieste d’aiuto dei pazienti ipocondriaci delle ore diurne.

In quella proiezione del mondo così silenziosa e sfocata, degna dell’espressività dei pittori dell’epoca che fu, terminarono la propria corsa nel nulla, anche le parole del ballerino equilibrista magro, esile e dalla schiena curva, che scivolava i propri piedi sull’acciaio delle rotaie dei binari della vecchia sì, ma non abbandonata stazione.

Un’anima nera, ristoro invisibile, confuso fra il via vai frenetico dei frequentatori di quello stesso mondo.   

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“Allora è così che si muore, no? Si sta in bilico a vagabondare come foglia ubriaca sui binari nell’hangover del giorno dopo dei pugni presi dalla vita, a respirare l’ultima boccata d’aria fresca che sa di rugiada di prima mattina e scie di caffè che vengono dalla città coi polmoni messi alle corde nella gabbia toracica, a calpestare l’ultimo mucchio d’erba quasi come a voler lasciare ostinatamente un’impronta dopo una vita intera passata a non essere riusciti a lasciare una sola traccia, foss’anche il nome, il mio cazzo di nome, e a dare un’ultima occhiata al cielo cupo che non mi regala nemmeno il giorno in cui sto scegliendo di morire, una sua visione limpida e positiva?

E allora fanculo anche a te caro cielo che tanto, fra poco meno di un minuto, ci si vede entrambi e si fanno due conti, vecchia o nuova maniera che sia, ma si chiudono una volta per tutte.

Ah, e non esigere spiegazioni perché qui, se c’è qualcuno che deve darne, quello sei proprio tu.

Farai il vago? Beh rassegnati che potrai scappare quanto vorrai ma ormai io sarò lì e ti seguirò ovunque.

Correrai veloce? Puoi correre quanto ti pare tanto, dall’alto dei miei venticinque anni buttati nel cesso, con un paio di scarpe da ginnastica, una maglietta nera e la mia felpa grigia dei Nirvana, di fiato inutilizzato da spendere per correrti dietro, ne avrò in abbondanza.

Il fiato, proprio lui, il maledetto.

Tutto quello che non ho saputo usare per mettere fine alla violenza fisica e mentale nei miei confronti. Tutto quello che non è bastato per farmi notare, mentre mi schiacciavano giorno dopo giorno, accartocciandomi e facendomi sentire sempre più piccolo.

Tutto quello con cui ho provato a stare galla mentre quel mare di cattiveria gratuita ed ingiustificata mi tirava giù con sé nei peggiori degli abissi.

Ma il fiato caro cielo, a differenza tua, non è mica infinito e prima o poi ti stringe la gola e non la puoi allentare la pelle come fosse una cravatta per respirare meglio, ti ci raschi solo il collo, ti sanguinano le dita, la vista si fa sempre più confusa, capisci che ormai sei soffocato, e l’unica cosa che puoi fare, è quella di lasciarti andare, cadere e dire addio.

Ah, un’ultima cosa prima di andare, sono le 07.54 di questo mercoledì mattina di settembre e il treno da che io ne sappia, non è mai stato puntuale.

Oggi, guarda caso, è già qui.

Vabbè, si vede che almeno col destino avevo i conti in pari.

I ciottoli sotto i miei piedi tremano assieme alla terra per l’arrivo del treno ed io, in tutto questo frenetico e disperato moto, caro cielo mio, mi sento finalmente meno solo.

Sento freddo alle braccia ed alle gambe.

Sento la testa pesante.

Il fiato corto.

Il petto che sta per esplodere.

Ho paura caro cielo, ma devo dare.

Ho paura, e non pensavo fosse così brutto avercela.

Ho paura e giuro su Dio che potrei tenere un master in questo momento, di errata gestione del sentimento.

Ho paura!

Devo solo muovere un passo in avanti e chiudere gli occhi.

Devo solo muovere un passo in avanti e chiudere gli occhi.

Devo solo muovere un passo in avanti e chiudere gli occhi.

Devo solo muov …….

E’ finita.

Arrivo cielo”.

Capitolo 2

Alle 08.01 schioccate da una manciata di secondi, Monica Lerzi varcò la porta d’ingresso dell’azienda in cui lavorava, portandosi dietro la solita aria strafottente e maleducata che la precedeva ovunque andasse. Vestita del suo solito jeans stretto a contenerne il culo strabordante, la maglia color sabbia, un cardigan blue scuro ed un paio di occhiali da sole obsoleti tirati sulla testa a fermare i capelli castani e mossi.

Salutò con fare indifferente la segretaria alla reception, mosse i soliti e convinti passi verso il proprio ufficio, salvo poi arrestarli pochi istanti prima di raggiungerlo, quando notò che nell’ufficio che precedeva il suo, quello di Luca Castini, la sedia, così come la scrivania, erano ancora vuote.

La cosa più che insospettirla la infastidì, perché vedere quell’ufficio privo del suo frequentatore, avrebbe avuto come diretta conseguenza la mancata consegna sulla propria scrivania del quotidiano caffè al ginseng e del solito cornetto vegano.

«Che fine ha fatto Castini? Non avrà mica dimenticato di lasciarmi la colazione sulla scrivania? E’ un anno che lavora qui dentro e non può assolutamente averlo dimenticato. Qualcuno sa che fine ha fatto quel coglione?», domandò a tutti i presenti in ufficio i quali, quasi impauriti dal potere che quella donna era capace di far pesare su tutti loro, cessarono di colpo le rispettive attività per prestarle attenzione.

«Sono qui dalle 7.30 ma non l’ho visto arrivare questa mattina sig.ra Lerzi» commentò Marisa, la segretaria.

«Noi siamo qui da una decina di minuti ma del bimbo non abbiamo ancora sentito l’odore del pannolino» dissero quasi in coro e sorridendo stupidamente Valerio Romiti e Stefano Giocari, due colleghi che si occupavano di gestione clienti e fatturazione.

Monica sorrise con fare sadico, prima di farsi immediatamente seria «per cortesia chiamatelo al telefono e ditegli che se entro cinque minuti non trovo sulla mia scrivania la solita colazione, gli toccherà farsi un bel giro di surf».

Il “giro di Surf” altro non era se non una pratica umiliante che veniva inflitta al più debole dell’azienda, quello con la personalità meno marcata o, più semplicemente, quello che essendo arrivato per ultimo in un’azienda decennale e con dipendenti decennali, aveva avuto la sfortuna di non potersi integrare minimamente coi propri colleghi.

La pratica consisteva nel tenere immobilizzata la persona a terra, porgli la parte superiore in legno della cattedra utilizzata per tenere i corsi di formazione e le riunioni aziendali, e a turno, mantenersi il più a lungo possibile in equilibrio su quella tavola, mentre la persona sotto la stessa era sempre più sofferente ed implorava la fine di quel macabro rituale.

«Ho provato a contattarlo sia a casa che sul cellulare, ma a casa non risponde, ed il cellullare è staccato signorina Monica» aggiunse ancora la segretaria.

«Lo chiami ancora su entrambi i numeri, lo chiami all’ufficio postale, lo chiami dal salumiere, lo chiami dal dentista o da chi le pare, ma io fra tre minuti, visto che due sono già passati, voglio la mia colazione in ufficio» si interruppe un solo attimo per riprendere fiato «e gli dica che visto il ritardo, questa mattina, dovrà portarmela in ginocchio dall’ingresso fino alla mia scrivania. Sono stata chiara?»

Senza attendere riposta alcuna poi, entrò di foga nel suo ufficio e con altrettanta foga gettò la borsa firmata sul divanetto alla sinistra della propria scrivania.

«Oggi mi sa che ci divertiamo alla grande, forse ancora di più rispetto a tutti i giorni. Mi sa che dovremmo cominciare ad alzare il tiro anche noi con quell’idiota» disse Valerio Romiti rivolgendosi al suo amico.

«Qualche idea ce la faremo sicuramente venire, tranquillo. Con gli scemi del villaggio, da anni, non si è mai annoiato nessuno» si limitò a rispondere l’altro.

Alle 8.05 in punto fecero il proprio ingresso Antonio Sarniti, titolare e la cui azienda aveva preso il proprio cognome, Angela Pirri esperta in comunicazione e Camilla Divesa, addetta al marketing.

In rapida sequenza firmarono il proprio orario d’arrivo e si diressero ognuno nei rispettivi uffici.

«Ma quell’ebete di Castini dov’è?» domandò subito furente Antonio Sarniti, prima di entrare nel proprio ufficio ed accendere il proprio pc.

«Questa mattina non è ancora arrivato, sig. Sarniti. Ho provato a contattarlo a casa e sul cellullare, ma non sono riuscita a rintracciarlo, provo ancora una volta» rispose la segretaria.

«No, lasci stare. Questa è stata anche colpa mia. Non avrei mai dovuto fargli quel contratto a tre mesi. Era molto meglio quando lo tenevo per le palle con quei contratti a scadenza settimanale o giornaliera. Rimedieremo comunque in giornata non appena arriva» rispose poi, mentre si accendeva la prima sigaretta di giornata.

Subito dopo i telefoni aziendali presero immediatamente a squillare quasi all’unisono.

La giornata di lavoro era ufficialmente iniziata. Ognuno aveva preso pieno possesso del proprio lavoro da svolgere, aspettando con ansia l’arrivo dell’unico assente.

Di Luca Castini però, ancora nessuna traccia.

Capitolo 3

Quando Marco Curci come tutte le mattine si guardò per l’ennesima volta allo specchio, nudo e vestito solamente del proprio intimo, non poté far altro che constatare lo stadio avanzato del proprio declassamento fisico.

Aveva le gambe ormai ridotte quasi ad un filamento di pelle poggiato delicatamente sulle ossa, le scapole pronunciate, le costole visibili ad occhio nudo e le mandibole a cui non bastava la barba incolta per mascherare le forme con cui delineavano aspramente il proprio viso.

Dei pettorali ben delineati, delle braccia cariche di bicipiti e tricipiti, delle spalle forti, robuste e ben costituite di appena dodici mesi prima, non era rimasto assolutamente nulla.

Nonostante i segni visibili sul proprio corpo però, quello che più andava a turbarlo, era la caduta ripida, senza arresto, in picchiata verso chissà dove, della propria mente.

Ormai non era altro che un automa, una persona che ragionava per medie di produttività, che eseguiva movimenti meccanici anche a casa, e che non riusciva più a trovare pace nemmeno durante il sonno notturno.

La sua vita aveva preso i ritmi dei suoi orari lavorativi. Non era più in grado di emozionarsi davanti ad un tramonto e non sapeva più trovare alcuna forma di inizio, anche nella più incantevole delle albe.

Era la notte ormai, la sua migliore compagna di vita. Era in quel buio che si sentiva a casa. Era in quel buio che aveva imparato a distinguersi, a spegnersi, a non brillare più e ad essere irritato da tutto ciò che gli brillava intorno.

Quasi come una preghiera a mani aperte e consacrata da una chissà quale particolare ed esclusiva crusca, promise a sé stesso che avrebbe cambiato vita a cominciare da quel giorno, così come se lo prometteva da qualche mese a quella parte.

Varcato il confine fisico – spirituale però, riprese esattamente la propria vita da dove l’aveva interrotta solamente qualche minuto prima: da una maglia intrisa di polvere, da un pantalone da lavoro coi tasconi larghi e dalle scarpe anti infortunistiche conservate in un sacchetto a parte.

Dopodiché si chiuse la porta di camera alle spalle, entrò in cucina, mise in una piccola vaschetta sottovuoto il sempre più misero pranzo, diede un bacio a sua madre impegnata a preparargli la cena per il rientro a sera, ed uscì.

Una volta entrato in macchina tenne lo stereo spento, lasciando completamente la scena allo spettacolo dei propri pensieri, mise la prima, svoltò al primo incrocio a sinistra, si immise sulla statale provinciale, la percorse per dieci chilometri imbottigliato nel suo consueto traffico e dopo un quarto d’ora circa, giunse al lavoro.

Parcheggiò l’auto alla meno peggio nello spazio riservato ai dipendenti, posò il pranzo in frigo nella sala mensa, si cambiò in spogliatoio e si diresse nella propria area di competenza della fabbrica, timbrando poi l’ingresso.

Subito dopo attivò il proprio macchinario e diede il via libera ai pezzi meccanici separati di cadere dinanzi al proprio tavolo scorrevole, riempendolo in ogni suo angolo.

Ormai avrebbe potuto fare quel lavoro di assemblaggio anche ad occhi chiusi e ad una mano sola. Conosceva a memoria tempi, modi, guasti ed eventuali risoluzioni del problema.

Come da prassi, si erano immediatamente azzerati i rumori esterni, gli stimoli personali, le esigenze fisiche e tutto ciò che lo circondava.

La sua mente era direttamente connessa al macchinario con cui stava lavorando, i suoi occhi erano serrati, attenti nella caduta rapida e massiccia di quei singoli pezzi, con le mani che andavano alla velocità della luce, nonostante le gambe dolenti cedevano secondo dopo secondo.

Nei mesi precedenti aveva imparato a razionalizzare perfino il respiro, ad ingannare lo stomaco quando richiamava l’esigenza di cibo o acqua e ad aumentare la resistenza fisica fino ai limiti dell’impossibile di qualsiasi dolore.

Non era più un essere umano, un lavoratore. Era diventato semplicemente un numero, chiamato a produrre numeri.

Non era più Marco Curci l’operaio, ma l’operatore numero 524 dell’area assemblaggio.

Nonostante tutto però, sapeva di non poteva mollare Marco, non in quel momento, non in quei giorni.

Dopo quasi dodici mesi d’inferno infatti, era a soli tre giorni dall’obiettivo inseguito, sudato, venerato ed immaginato una vita intera: il contratto a tempo indeterminato.

Quel contratto voleva dire la realizzazione di tutti i propri sogni. Voleva dire non costringere più sua madre a preparargli pranzo e cena al sacco, o vedere quello sguardo di pietà e compassione negli occhi di suo padre per il suo declassamento fisico ma, soprattutto, voleva dire poter andare finalmente a convivere con Asia, la sua ragazza.

Quel pezzo di carta da pochi centesimi, ma il cui valore giuridico era inestimabile, voleva semplicemente dire dopo un anno di sofferenze, abusi e sacrifici nei suoi confronti, poter finalmente tornare ad avere una vita.

Il pensiero di quel traguardo sempre più vicino infatti, riuscì perfino a farlo sorridere quando, sorprendendolo del tutto fino a farlo quasi sobbalzare, la mano del suo responsabile d’area si andò a posare sulla sua schiena, costringendolo a premere il pulsante stop del macchinario su cui stava lavorando.

Aveva lo sguardo dei giorni migliori, tenuto su però con una fatica tremenda, tanto che l’occhio destro non poté fare a meno di lasciarsi andare ad un tic irrefrenabile.

«Oh Marco, scusami se ti arrivo così alle spalle, ma ho bisogno di parlarti. Puoi venire un attimo con me in ufficio?»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Danilo Cappiello
Danilo Cappiello nasce a Bitonto in provincia di Bari nel 1992. Dal 2012 scrive per la testata giornalistica online “BitontoLive.it” e nel 2017 si iscrive come pubblicista all’Ordine dei giornalisti di Puglia. Per sei anni ha fatto parte dell’ufficio stampa del Bitonto Calcio, per quattro anni di quello del Futsal Bitonto e da un anno per quello del Bitonto C5 Femminile.
Scrivere, per lui, equivale a respirare. Raccontare stati d’animo, sensazioni, umori e sfaccettature della quotidianità è il suo modo per sentirsi vivo all’interno della comunità.
I suoi scritti nascono spesso da un sentimento di rabbia ed ingiustizia verso ciò che ci circonda.
E' una necessità primaria, è uno stimolo incontrollabile.
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