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Un caso del 2015

Un caso del 2015
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Consegna prevista Agosto 2024
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Siamo nel Veneto del 2015. La crisi finanziaria aveva colpito, il boom del Prosecco non era ancora arrivato.
Dopo essersi sollevato prepotentemente dalla miseria e aver sfidato i pronostici sui “limiti del modello Nord Est”, questo piccolo mondo orgoglioso ancora legato alle sue origini agricole si ritrova improvvisamente smarrito, impaurito. La sua naturale vocazione a ripiegarsi su se stesso riemerge, dopo che il mondo globalizzato era sembrato offrirgli una inaspettata opportunità di riscatto.
Come il Barba Zucòn, mostro divoratore del folklore, un’ombra sfuggente si coagula a incarnare le sue paure: un criminale rumeno inafferrabile e psicopatico che si firma con una scatoletta di caviale, quasi a schernire il traballante e illusorio benessere delle sue vittime.
A combatterlo, oltre alle Autorità, un improbabile manipolo di investigatori. Xenia, giornalista precaria italo-rumena. Anton, poliziotto rumeno. Pino, carabiniere. Andrea e Onas, due giovanissimi hacker.

Perché ho scritto questo libro?

Nel 2015 ero ancora in Veneto ed ero ancora un precario, come Xenia. La crisi finanziaria e le conseguenti politiche di austerità avevano colpito duramente me e la mia famiglia.
“Pioggia fredda”, il mio precedente romanzo nato dell’elaborazione del trauma di quegli anni, non lascia spazio a molta speranza.
“Un caso del 2015” è figlio di una visione più distaccata, ironica e ottimista… ora che, da buon veneto, sono riuscito a trarmi d’impaccio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Pronto?”

“Ho letto il tuo articolo stamattina, ma non sono per niente soddisfatto”.

“Chi parla?”

“Hai scritto che la droga era tagliata male. Questo mi offende. La roba era pura al cento per cento. Per questo è morto. Quel pezzente non è abituato alla roba veramente buona. E poi una cosa importante a cui io tengo molto e che tu non hai scritto: la scatoletta di caviale. Non l’hanno trovata?”

“Ma chi parla? Pronto? Pronto?”

17.

CHALLENGE

Non ci fu bisogno di Pino, stavolta, per confermare l’esistenza della scatoletta di caviale. La mattina dopo la notizia campeggiava sulle prime pagine di tutti i giornali locali e, in posizione appena un po’ più defilata, su quelle dei giornali nazionali. La parola magica non era più ‘Abracadabra’ ma ‘Serial killer’, con l’aggiunta eventuale di un punto esclamativo o di domanda, secondo l’inclinazione del titolista.
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Sulla Gazzetta del Veneto l’articolo era a firma del caporedattore, per un motivo molto semplice: il responsabile della cronaca, destinatario della telefonata anonima dell’assassino, era ancora sotto torchio negli uffici della Squadra Mobile. Xenia non poteva trattenere un sorriso immaginandolo intento a ingurgitare l’odiato caffè e gli ancora più odiati tramezzini in Questura. Certo, era un po’ seccata per non essere stata minimamente coinvolta nella copertura del caso: non solo c’era un evidente collegamento con quello dell’imprenditore suicida, ma la vittima rientrava nella sua competenza territoriale. Avrebbe potuto preparare loro, a tempo di record, un bel pezzo strappalacrime: “Avevamo fatto le elementari insieme, io e Carlo. Il suo ricordo attraversa la nebbia sfocata dell’infanzia, nitido come la prua di un rompighiaccio. Eppure non era un ragazzo che amasse mettersi in mostra, Carlo…”

Scosse la testa.

Peggio per loro.

Le squillò il cellulare. Era Sue Ellen.

“Ciao Xenia, come stai?” L’innocua domanda era contraddetta dal tono della voce, quasi angosciata e sul punto di spezzarsi in pianto.

“Bene, Sue! Tu? Ti sento un po’…”

“Qui è un manicomio, Xenia! C’è quella storia dell’assassino del caviale e non lasciano andar via Enzo dalla Questura! Vogliono che tu venga subito”.

Alla buon’ora, pensò Xenia con un mezzo sorriso. Improvvisamente sgravata da un peso, raggiunse la sede del giornale con la serena inconsapevolezza del personaggio di un videogioco.

CHALLENGE:

1) TAKE THE CAR

2) REACH THE NEWSPAPER HQ

YOU DID IT!

Nella sede del giornale trovò esattamente il caos dipinto da Sue Ellen, che si illuminò vedendola comparire.

“Ciao Sue Ellen! Posso offrirti un caffè?”

“No, guarda, non ho tempo! E poi se prendo un altro caffè esplodo come una bomba H! Vai subito dalla Titti, ti aspetta!”

Xenia si gelò: “Dalla Titti?”

La Titti era la factotum amministrativa del giornale, un mastino di mezza età e sovrappeso temuto anche dal Direttore. Xenia, più che temerla, la odiava sottilmente. Nella sua mente era associata a contratti indecorosi, bonifici che non arrivavano mai e un cipiglio severo, inspiegabile in chi aveva così poco da offrire. L’ufficio della Titti era in un sottoscala, ma questo non diminuiva di un’oncia il suo potere o l’aria minacciosa con cui lo esercitava. Anzi, incassata in quella specie di loculo sembrava il divoratore Polifemo nella sua grotta. Il vero potere, quello brutale, aveva riflettuto amaramente Xenia, non aveva bisogno di forme e di orpelli. Non a caso, la Titti si presentava a lavorare quasi in vestaglia e pantofole. La sua scrivania era ricoperta di briciole di brioche industriali e panini, macchie di caffè e marmellata scadente.

Come di consueto, la Titti rispose al suo saluto soppesandola con lo sguardo. Thou art weighted in the balances, and art found wanting. Xenia, com’era ormai consuetudine, si morse il labbro inferiore e rimase semplicemente in piedi, di fronte alla Titti, in attesa che l’Oracolo parlasse.

“Stamattina ho chiamato la Questura,” esordì la Titti, “e mi sono fatta passare Enzo. Hanno provato a dirmi che non potevano passarmelo, ma gli ho detto il fatto loro”.

Vi prego, supplicò Xenia le divinità della Pubblica Sicurezza, sbattetela dentro per oltraggio a pubblico ufficiale e buttate via la chiave.

“Mi ha detto che non sa quanto dovrà restare in Questura e che sicuramente dovrà andare anche in Procura. Come se non bastasse, l’ha chiamato anche l’Ordine, e dovrà andare a Venezia”.

“A fare cosa?”

Per tutta risposta, la Titti le scoccò uno sguardo che diceva: non ti riguarda.

“In sintesi, gli ho chiesto come pensava di mandare avanti la baracca mentre si faceva il giro degli uffici, e lui mi ha risposto: chiedi a Xenia”. Fece una pausa e concluse: “Questo è tutto”.

Xenia la fissò come la vittima di un basilisco: “Non ho capito bene”.

La Titti sbuffò, spazientita: “Manderai avanti il lavoro di Enzo finché non è in grado di farlo lui”.

“Ok”.

La Titti rivolse la sua attenzione allo schermo del computer. Xenia fece per andarsene, ma venne fermata da un’ondata calda di rabbia e tornò sui suoi passi.

“Scusi, e contrattualmente?”

La Titti non si degnò di distogliere lo sguardo dal monitor.

“Come?”

“Sì. Mi fate un contratto a tempo determinato per la sostituzione?”

“Hai già un contratto”.

“Da corrispondente”.

La Titti scrollò le spalle: “Non possiamo fartene un altro”.

Xenia inspirò profondamente. Avrebbe dato una libbra di carne per avere qualcosa da rispondere… ma non aveva nulla. Se si rifiutava di svolgere quelle mansioni superiori praticamente gratis, non le avrebbero rinnovato il contratto da corrispondente… e fuori c’era la fila. Tentò disperatamente di accaparrarsi almeno un premio di consolazione.

“Posso usare la scrivania di Enzo?”

“Direi di no. Gli altri giornalisti potrebbero offendersi”.

Perché, io non sono una giornalista? Troia!

Xenia se ne andò con le lacrime agli occhi e andò difilato in bagno. Fortunatamente Sue Ellen non era in vista, non avrebbe sopportato che la vedesse in quelle condizioni. Si chiuse la porta alle spalle, fece scattare la serratura, abbassò la tavoletta a finalmente si lasciò cadere sul sanitario. Relax. È pur sempre un’occasione. Relax. Una bella occasione. Relax. Relax. Relax. Relax.

Xenia respirò profondamente, si calmò e uscì dal bagno incedendo sui tacchi con portamento da ballerina. Si trovò davanti un lungo specchio a muro appena tirato a lucido dalla donna delle pulizie che stava appunto spazzando il pavimento. Xenia le lanciò un’occhiata neutra.

“Prego prego, signorina!” Disse la donna. “No a se preocupe! La e la Xenia, giusto? Non si preoccupi… Xenia, giusto?”

“Sì, sono io,” sorrise Xenia. “Come sta, signora?”

“Tiremo vanti. E ea? Tiriamo avanti… lei?”

Xenia si guardò nello specchio e sorrise.

“Bene, grazie”.

“Eh, se no a ve va ben a voialtri doveni… del resto, se non va bene a voi giovani…”

Xenia posò le mani sul lavandino e si sporse verso lo specchio. Il bagno, il regno delle donne. Non poteva stare male, lì dentro. Estrasse l’occorrente dalla borsetta e si truccò accuratamente.

“Arrivederci, signora”.

“Ciao, bea!”

Xenia attraversò l’area di redazione come un coltello che affonda nel burro e andò ad appoggiarsi allo stipite della porta del caporedattore.

“Buongiorno!” Salutò con voce squillante.

Il caporedattore alzò gli occhi dal tablet.

“Oh… ehm… ciao, Ofelia…”

“Xenia, dottore”.

“Oh, scusami… mi ricordavo che avevi un nome… un po’ esotico… ma…”

“Non fa niente, dottore. Senta, mi diceva la Titti che dovrò dare una mano a Enzo, finché è preso nelle maglie dell’Autorità costituita”.

“Oh… ehm… già… sì… siamo… come dire… un po’ in emergenza…”

“Nessun problema,” lo rassicurò Xenia, strascicando le sillabe. “Senta,” riprese in tono indifferente, “ho notato che sulla sua scrivania c’è un sacco di materiale sul caso del caviale e sulle altre pendenze… potrei……..”

“Come? Oh, certo! Certo!”

Xenia tornò sui suoi passi e andò ad accomodarsi maestosamente alla scrivania.

2023-11-28

Aggiornamento

DA VENEZIA A SINGAPORE, VIA ROMA In questi giorni sono stato invitato a fare da relatore a una conferenza che si terrà a Singapore nel 2024 sulle politiche isolane; parlerò di Lampedusa e del suo ruolo nell'influenzare le politiche e l'immaginario migratori. Voi direte: che c'entra con un giallo ambientato in Veneto? C'entra. A quei tempi, la mia breve carriera accademica era giunta al capolinea. Per misericordia o per evitare che facessi troppo chiasso, l'Università di Padova mi spedì a Venezia come borsista distaccato in Regione. Sottovalutarono, però, il fascino della Serenissima sugli stranieri. Un paio di abstract su Venezia e la questione delle grandi navi mi valsero un invito prima a Tirana, poi a Hong Kong; seguirono articoli pubblicati su riviste internazionali peer reviewed, compresa quella della Royal Geographical Society. Così, usando un'altana di Venezia come trampolino, l'anno prossimo si va a Singapore. Grazie ancora per aver preordinato il libro, date un'occhiata alle bozze che vi sono state inviate e, se vi piacciono, passate parola. Ricreiamo il miracolo fatto da quegli abstract.

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Marco Casagrande
Sono originario del Veneto e precisamente di quelle che oggi si chiamano Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene - Patrimonio dell'Umanità UNESCO, ma una volta Bassa Trevigiana.
Alla fine del 2016 mi sono trasferito per lavoro a Roma, dove vivo felicemente.
La tematica o l'ossessione della mia ricerca letteraria è il rapporto dell'Europa con il passato, la modernità e la contemporaneità.
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