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Un muro nel cuore

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Consegna prevista Gennaio 2025
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Un muro sconosciuto: quello di Lefkosia, di cui quasi tutti ignorano l’esistenza. Un altro muro sconosciuto: quello che Michele non vede nel proprio cuore, pur avvertendone la presenza. Ma c’è ancora un muro che egli dovrà affrontare, sotto il sole luminoso della tarda primavera cipriota: un muro inatteso, un muro non suo, ma non per questo meno importante, il muro di una persona amata; un muro che lo indurrà a imboccare una strada incerta, inseguendo un sogno.

Perché ho scritto questo libro?

Un incontro su un tram, una bellissima ragazza con un sorriso innocente e disarmato. Osservandola meglio noto un comportamento “strano”. Mi sono chiesto: un uomo che si innamorasse di una donna simile, per “salvarla” rischierebbe la delusione, di soffrire, di fallire? Una vita tranquilla ci mette dietro un muro, al riparo dalle emozioni; vale la pena abbatterlo e combattere per qualcosa senza la certezza di ottenerlo e conservarlo?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Glafkos sta versando dell’altro vino nel bicchiere che ho portato con me. Ne prende un altro dallo scolapiatti sul lavello alle sue spalle e ne versa anche per sé. Posa la caraffa sul tavolo, che è coperto da una tovaglia di lino grezzo ricamata con motivi floreali, e mi guarda. Beviamo in silenzio. Penso a madre e figlia che saranno in un’altra stanza. A fare che cosa? Ma perché, poi, dovrebbero dirlo a me?

– Leda, mia figlia – dice improvvisamente – è malata. Spesso non si accorge di quello che succede intorno a lei.

– Mi dispiace, non avrei dovuto… sono stato indiscreto, le chiedo scusa.

– Non deve scusarsi, non ha colpa. Lei ha salvato la mia bambina e ha il diritto di sapere.

Beviamo un altro sorso, contemporaneamente, neanche ci fossimo messi d’accordo sul tempo.

– Non è stata sempre così. Dieci anni fa – adesso ha vent’anni… Dieci anni fa deve esserle successo qualcosa di terribile. Forse ha solo visto qualche cosa che l’ha spaventata, perché non le ha lasciato segni… visibili. Ma deve averla spaventata a morte. Era una bambina molto sensibile, sa? Troppo…

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Guarda fuori dalla finestra. Il sole comincia ad abbassarsi, è pomeriggio inoltrato. Laggiù, verso sud, dietro le colline, a cinquanta o sessanta chilometri, c’è il mare.

– È cresciuta sola. Non stava quasi mai con altri bambini, solo quando andavamo in città dai parenti. Qui intorno bambini non ce ne sono. A scuola sì… Certo, a scuola stava con i suoi compagni. Giocava, era contenta, allegra… Tranne quando scoppiava qualche litigio. Non lei, lei non litigava mai. Potevano anche toglierle un giocattolo: diventava triste, piangeva, ma senza strillare. Gli altri, quando litigavano gli altri bambini… Allora – ci raccontava la maestra – scappava in un angolo e si rannicchiava contro il muro. Non c’era verso di farla smettere finché durava la lite e sentiva urlare.

Solleva il bicchiere e lo guarda controluce. Poi lo posa sul tavolo e intreccia le mani.

– Un giorno, era domenica, l’abbiamo lasciata sola per andare a messa. Oh, lei veniva con noi, sempre. Ma quella mattina non stava bene. Così l’abbiamo lasciata sola. Per il tempo di andare a messa. Abbiamo chiuso le porte, anche quella posteriore. Le abbiamo raccomandato di non uscire, per nessuna ragione. Era una bambina molto obbediente. Quando siamo tornati… Non riuscivamo a trovarla. Finalmente l’abbiamo scovata, rannicchiata dietro la porta della sua cameretta. Non ci ha più parlato, non siamo mai riusciti a capire che cosa fosse successo.

– Non sarà uscita, magari da una finestra…?

– La finestra, sì… abbiamo trovato una sedia sotto una delle finestre che danno sulla strada. Ma non può essere uscita, come faceva a rientrare? No, il davanzale è troppo alto, e lei era troppo piccola.

Districa le mani e beve un altro sorso di vino, lentamente, in silenzio. Io guardo nel mio bicchiere, come se la risposta al mistero fosse lì dentro.

– Glafkos…

Mi giro su me stesso, mentre l’uomo volge la testa alla sua destra. Le due donne sono sulla soglia della cucina. Mi alzo quasi di scatto – chissà perché – facendo cadere la sedia. La rimetto in piedi un po’ imbarazzato.

– Venite… – Glafkos va loro incontro, prendendo la figlia per mano. Guardo Leda mentre percorre con aria assente i pochi passi che la separano dal tavolo. Il mio cuore ha un sobbalzo. Fronte alta, sopracciglia diritte, occhi marroni, naso regolare, labbra piene, ben disegnate… È bellissima. Il padre la fa sedere sul lato lungo del tavolo, alla mia destra. Sua madre resta in piedi di fronte a me.

– Maria, questo bravo giovanotto si chiama Michele… Rocca? – annuisco – Rocca. Michele Rocca. È italiano.

– Grazie… Grazie per quello che ha fatto. Ha salvato la mia bambina…

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Salvatore Tramacere
Classe 1953, Pugliese di origine, mi sono trasferito a Roma per lavoro nel 1980. Attualmente sono in pensione e vivo ad Aprilia (LT).
Ho imparato a leggere precocemente e ho cominciato subito a divorare di tutto. Quando frequentavo le medie ho "saccheggiato" la biblioteca comunale di Gioia del Colle, assistito da un Direttore molto competente e disponibile. Sognavo di fare il giornalista: con i primi soldi guadagnati come operatore di censimento (1971) ho acquistato una Lettera 32; ma sono sempre stato dispersivo, avevo troppe cose interessanti da fare: università, musica, scacchi, politica, sempre senza smettere di leggere. Poi è arrivato il lavoro, il matrimonio, i figli: insomma tante "buone ragioni". Finché un incontro casuale ha liberato una molla e ho cominciato a scrivere: è nato il mio romanzo e una serie di racconti. Ed eccomi qua.
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