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Un orfano

Un orfano
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Consegna prevista Ottobre 2023
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L’immobilismo della provincia non abbandona mai i suoi figli. La frenesia delle grandi città, spesso, li inganna. Nella provincia del profondo Nord, un orfano intimamente deluso da quella vita stravolge i piani di un destino pressoché deciso. Dopo l’ennesima tragedia familiare stabilisce che un lavoro da fame, una relazione stabile e un’esistenza dedita all’inerzia non fanno per lui. Perché non desiderare altro? Magari in un posto diverso? La metropoli per esempio. Rumorosa, colorata e viva, la capitale lo seduce e lo culla. Un idillio che si consuma, tuttavia, nel breve periodo di una stagione. Investito da un torbido vortice esistenziale, infatti, il protagonista si ritrova a scendere a patti con il suo più grande dilemma: continuare a scappare e perseverare nell’individualismo o prendere definitivamente una posizione arrendendosi all’inevitabile gravità delle relazioni famigliari?

Perché ho scritto questo libro?

Quotidianamente mi capita di scendere a patti con alcune insormontabili realtà della mia essenza da “provinciale”. Mi riferisco a fattori come la predilezione alla monotonia, l’assenza di colore e l’assidua brama di stabilità che in una qualche maniera condizionano non solo le mie personali scelte di vita, ma persino quelle altrui. Questo libro mi permette di rompere il ciclo. Evadendo, di fatto, il soffocante giogo di conformità che mi sono e mi hanno imposto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

La terra dove sono nato e dove ho trascorso gran parte della mia esistenza è così bassa e fertile che mio nonno mi ripeteva sempre che qualsiasi cosa si fosse piantata nel sottosuolo, essa sarebbe cresciuta in poco, pochissimo tempo. Girando per i campi, oggi come ieri, non posso che dargli ragione. Qui la linfa è così robusta che anche i sassi potrebbero generare vita. Attorno al mio paesino si estendono campi fertili e verdeggianti a vista d’occhio, per un numero complessivo di chilometri ancora a me sconosciuto. Questi appezzamenti sono le testimonianze di quella natura autentica ormai domata dai grigi e polverosi capannoni industriali di zona.
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Orride creature artificiali che, lentamente, come viscide malerbe di stagione o come microscopici parassiti brulicanti su di un corpo morto, si sono moltiplicati fra i campi di patate e granoturco, sostituendo i verdi steli delle spighe con l’asfalto tetro e granuloso dei prefabbricati. Costruiti ed eretti da interi sciami di lavoratori, si innalzano oggi spavaldi su tutta la pianura e come le grandi locomotive del passato, quelle dei più coloriti quadri espressionisti, sbuffano fumo bianco ad ogni ora del giorno, cibandosi di schiere di operai ed operaie per mantenere ardenti le caldaie. Proprio come le enormi fucine delle acciaierie, sempre in costante bollore e in fremito produttivo, questi stabilimenti sciolgono le anime dei dipendenti nel denso circuito di impieghi, ordinazioni e spedizioni. Nonostante questa incontrastabile dominazione, caratterizzata dalla brutalità della forza meccanica, il colorito verde della poca natura rimasta, la fa ancora da padrona. Sono pochi ormai gli appezzamenti liberi dal contatto con il cemento

e la gran parte di questi lotti sgombri resta, per lo più, zona incolta. Con la progressiva scomparsa del settore primario, le braccia forti e robuste, destinate alla coltivazione dei terreni, sono venute a mano a mano a mancare e oggi il rendimento produttivo degli ultimi contadini rimasti si porta appresso anni di estenuante callosità e inefficienza. Le braccia moderne, emancipate dal duro contatto con il legno e la terra, ormai si muovono e si agitano in ambienti diversi. Lontane dalla pianura e dalla campagna, esse scivolano fra i mobili e le ante dei piccoli uffici e si perdono negli ampi giardini e negli stretti corridoi di città. Si riposano e fanno attrito con banchi e braccioli di plastica oppure si sfilacciano e si consumano nelle catene di montaggio industriale, dove il movimento ripetuto infiamma i tendini e i muscoli, senza generare irreparabili distorsioni. Questi crampi sono, senz’ombra di dubbio, portatori di fitte dall’intensità impareggiata, che per quanto laceranti e accecanti di per sé, rimangono di natura temporanea, passeggera. Nulla a che vedere con la rottura di ossa e il generale intorpidimento delle dita dovuto al pesante e continuo rintocco dei colpi di piccone sulla nuda e ghiacciata terra di campagna. Le braccia moderne sono più libere, più indipendenti. Soffrono sempre come bestie, ma si sentono superiori, perché realizzate, perché soggette a una routine più sopportabile, più umanamente tollerata dagli standard produttivi del presente.

La mia zona è molto vicina a Milano. Non fa parte del suo hinterland ufficiale, ma a livello simbolico sì. Milano dalle mie parti è la metropoli su cui orbita l’intera attenzione, con le sue belle strade luccicanti e il via-vai perenne di uomini incravattati e indaffarati fra i locali e i palazzi in cristallo. Milano è la città del progresso. Milano è la città più europea d’Italia. Milano era, e rimane, una delle principali responsabili dell’impoverimento delle mie terre. Non bisogna varcare per forza i confini della regione per attaccare la tiritera del Nord che colonizza il Sud. Basta prendere la tangenziale in direzione Lecco per rendersi conto dello squarcio panoramico generato dal degrado urbano del borghese meneghino. Milano è un insieme di luna park di uffici, banche, imprese e agenzie che inghiottonisce generazioni di individui sempre più lontani

dalla campagna e più vicini, invece, ai monolocali e alle convivenze condominiali di centro e di periferia. Tutto accessibile, ma a prezzi esorbitanti, giusto per cercare di mantenere alto il livello competitivo commerciale con le altre grandi metropoli del nord Europa. Una strategia volta alla deliberata svalutazione dello sviluppo umano. Su con la modernizzazione dei servizi, giù con il benessere del capitale sociale.

I primi a essere precipitati in questa promettente trappola di simil agiatezza economica sono i nostri genitori, nonché i veri figli del Boom economico e dei primi vagiti della Globalizzazione. La generazione post-modernista, quella sessantottina insomma. Ricca di idee, di cambiamenti e soprattutto ricca economicamente. Una ricchezza nata da una radice contadina però, non imprenditoriale. Una stabilità derivata da anni di sudato risparmio, mai goduto, e che è rimasto lì, preservato e intatto, pronto per qualsiasi evenienza o, nel loro modesto caso, per capriccio. Nella libertà concessa da questa sostanziosità economica di genitori zappatori, i post- modernisti si sono spinti oltre. Al grido del sogno liberista del rapido e garantito successo, hanno arrogantemente sfidato la sorte e si sono gettati a piè pari, come i più incauti tuffatori di scogliere, nel sogno inaccessibile dell’illimitato contante. Mai più si sarebbe dovuto consumare il proprio fisico in nome di miseri introiti mensili, il solo sapere, nonché la conoscenza tecnica delle nuove professioni, avrebbe di certo garantito un tale premio. Ormai per campare bastava quello. Pochi sforzi fisici così da mantenersi integri e in salute sia in giovinezza che in vecchiaia e magari con qualche gruzzoletto in più da poter spendere a proprio piacimento. Una scelta rivoluzionaria, di rottura, ma di tendenza, che molti di loro rimpiangono e fanno ancora fatica ad accettare. “Si stava meglio una volta”, “Ti ricordi quanto costavano meno le cose?”, “Se potessi tornerei in cascina”. In questa formula capitalista del successo garantito, i nostri anziani frustrati non avevano tenuto conto dell’inserimento di nuove e indivisibili variabili, che presenti solamente in quel fresco e irradiante universo umano, avrebbero inevitabilmente condizionato le loro già vacillanti esistenze. La vita di città, lavorativa o meno, è un vortice

continuo e incessante di stress e angoscia. Un polverone di vizi, cattive abitudini e tentazioni che consumano la mente e lo spirito. Una nube negativa, così tossica e prorompente da simulare apparenti guadagni di una vita più comoda e più lontana dalla terra. La verità è che il sogno dell’impiegatuccio non sarebbe durato nemmeno fino all’età del pensionamento. L’automobile, la tredicesima, il cartellino e le trentadue ore fisse settimanali erano un inganno per incatenarne le coscienze e confondergli così i sensi, come i più inebrianti tonici di eterna contentezza. Ma loro avrebbero ingerito volentieri qualsiasi sostanza. Tutto pur di evitare il freddo, la nebbia, il sudore e le vesciche. Un’illusione che a lungo andare, però, ha piantato nei suoi stessi sognatori i germogli della depressione, del vuoto esistenziale, della perenne tachicardia e dei decessi per cancro. Una fuga, un facile compromesso il loro, che sì, ha migliorato notevolmente il tenore di vita materiale nelle più profonde campagne, ma che a lungo andare, all’incedere lento del sogno modernista, ha accumulato un enorme debito umano ancora lungo da scontare e che riscuote interessi. Un conto salato che si paga sulla pelle, con la carne e con l’integrità dei propri nervi e che oggi, con estrema e disumana fatica, gli stessi figli continuano a saldare. Questa scelta più facile, quella dell’evitare a ogni costo i tratti negativi della vita semplice e del rifugiarsi in attività da quattro mura sognando di spendere poi il resto della vita viaggiando, ha indebolito la fibra e la tempra di molti lavoratori pendolari. Chi fra le ore sprecate nelle lunghe attese in macchina, chi in ufficio, chi nei mezzi pubblici e chi nelle soste comuni sulle banchine delle stazioni. Tutti riuniti in un unico luogo a perdere tempo per qualcosa di sostanzialmente inutile. Questo continuo e incessante rammollimento, causato dall’abitudine e dalla routine, ha schiacciato i pochi tratti di tollerabilità di intere generazioni fino al totale esaurimento di ogni forma di resistenza, per quanto minima fosse. Una grande prova di dolore la loro, che diversamente da quella subita dai genitori contadini, li ha spiritualmente ed emotivamente distrutti. Non è un caso se i nervi dei più anziani sono ben saldi e stirati. Tutto merito delle difficoltà di una vita dedita alla sopravvivenza, alla lotta con l’incerto. Gli

acciacchi e gli intorpidimenti della vecchiaia appaiono su di loro come leggere tumefazioni, come microscopici lividi destinati a sparire nel giro di poche settimane, mentre sui loro figli, invece, luccicano le stigmate di un’esistenza dedita all’eccesso e all’inestinguibile mancanza di coerenza. E li vedi ancora oggi, trascinarsi come corpi flaccidi, gonfi e abbattuti da un grave peso morale sulla coscienza. Una responsabilità, un impegno mancato forse, che si rinnova ogni giorno e che li accompagna ovunque, sottoforma di immensi rimpianti e di segreti inconfessati e inconfessabili. Questa arrendevolezza di spirito, che traspare sui loro volti, è ancora più evidente nella scelta delle parole, nella monotona ripetizione di racconti del passato, negli estenuanti e talvolta rattoppati aneddoti dell’infanzia e dell’adolescenza, che non spiccano in importanza in peso. Di come era bello mangiare tutti assieme a tavola stremati dopo ore passate con i piedi in scarpe troppo strette o di come era vivo e reale il freddo delle sere di pieno inverno, quando un solo camino non bastava e bisognava mettere i mattoni riscaldati nel letto per evitare i geloni. Non come ora, dove i figli si vedono poche volte al giorno e spesso non a tavola, dove non bisogna neanche più uscire per fare la spesa e dove il riscaldamento consuma così tanto che bisogna tenere perennemente il termostato sott’occhio. Un abbattimento morale completo, assoluto, che dalle parole ai fatti passa attraverso i modi di fare e le gestualità del gergo. Loro, che dovevano emancipare le masse, i grandi liberatori di schiere di schiavi a servizio eterno del lavoro fisico, affollano oggi i bar e le sale da gioco, dimenticandosi dei compleanni dei figli e figlie, degli anniversari di matrimonio, degli stessi genitori che li hanno messi al mondo. Loro che a capo chino, tra un bianchino e l’altro, si preparano a entrare nei prefabbricati, a prendere il treno o ad avviarsi con i propri mezzi per le strade statali ricolme di angosciosa fretta per poi tornare a casa e ripetere il tutto a ogni risveglio.

Come dicevo poc’anzi, a partire dagli anni del Boom Economico e dalla rinascita industriale italiana del dopoguerra, l’uomo-operaio delle mie zone ha iniziato a prevaricare sul verde in

maniera vendicativa e subdola. Dopo gli anni 50’, l’hinterland fu investito dalla febbre capitalista della costruzione libera e della dittatura del mattone. Per far fronte all’eccessivo fluire di famiglie di migranti e di lavoratori provenienti da tutto lo Stivale, le amministrazioni comunali confinanti inaugurarono una serie infinita di cantieri per soddisfare le domande sempre più irrefrenabili dei futuri residenti. Si eressero, ovunque, palazzine e imprese manifatturiere. Persino in quei luoghi, fino ad allora intatti ed ancora dominati dalle cascine, dalle distese di campi arati e dai calessi a traino animale. Questa febbre impellente spinse interi comuni a ripianificare le rispettive mappe urbane con l’aiuto di un esercito mercenario di periti e capomastri, al soldo di chiunque avesse preferito l’estetica del moderno a quella dell’immobilismo campestre. Per i residenti più testardi o codardi che si rifiutarono di cedere alle lusinghe della modernità, rimanevano due opzioni: la redistribuzione coatta nei nuovi immobili o gli ospizi di nuova generazione. Dalle mie parti, questa è prassi. O ci si adatta in fretta alle nuove esigenze della “macchina lavoro” o si perisce presto, strozzati con brutalità inaudita fra le corde di un passato non troppo lontano, ma non più presente. In rarissimi casi si presenta una terza opportunità. Una strada alternativa, che si compone di un insieme molto vasto di accidenti. Morte per lavoro, per ozio, per eccessi, o addirittura per troppo risparmio. Anche se fra tutte, la morte per lavoro, occupa forse la quota più significativa di tutti i deperimenti sopra elencati. Non mi riferisco alle “morti bianche” che spesso monopolizzavano i titoli dei notiziari dei primi anni duemila, ma di quelle a perimento tardivo, ad ampio respiro, a lungo termine, quelle che definisco come “morti per consumazione” ecco. Dalle mie parti lavorare è sacrosanto, un elemento imprescindibile dell’uomo. Chi lavora produce, chi produce è sveglio, chi è sveglio guadagna in fretta. Non è importante ciò che si fa, l’importante è saper muovere le mani. Anzi, oserei addirittura dire che più umile e accessibile è il lavoro, più si è rispettati. Non c’è tempo per parlare, tantomeno per pensare. Le cose si devono fare e basta. L’innovazione è pericolosa quando non segue i binari prestabiliti della manodopera, perché

cambiare comporta un investimento monetario sostanzioso il cui rendimento è quasi sempre un azzardo. Questa scommessa, questa rivoluzione di pensiero è pericolosa perché il denaro è tutto. Il denaro è l’unico credo che unisce i compaesani, più del campanile, più della religione e ancor più del calcio. Non è semplice metallo battuto o carta stampata, è molto di più che semplice moneta corrente, è ragione di vita. Non parlo del denaro facile e veloce, quello vinto nei centri scommesse o con le schedine del Totocalcio, ma di quello sporco di sudore e sangue. Quello che guadagni spaccandoti la schiena e che tenti di risparmiare più a lungo possibile. Per essere rispettato da tutti, qua, bisogna avere tanti soldi, accompagnati da un minimo di tre gravi infortuni da poter sfoggiare. Perché quello che conta in realtà non è il metallo o la pezza di carta in sé, ma è il contorno, la copertura del pezzo, l’unto, la lordura, lo sporco che li avvolge e che ne quantifica il valore e la riconoscenza. Per questo si lavora e basta. Per lordare la moneta. Per insozzare i risparmi di una vita e comprarsi, forse, una croce d’oro al camposanto. Tant int el lusso quant int i miserii, l’ultem domicilii l’è el cimiterii. Lavurà, sempre, finché morte non ci separi. Un concetto che a molti sembrerà aberrante mentre ad altri addirittura condivisibile. Fatto sta che qui è imperativo morale e sociale e se ci si vuole integrare basta rispettarne le dure condizioni, altrimenti ci si può sistemare verso altri lidi. Magari in terre poco colonizzate.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Lucas Asmelash
Ho 28 anni e sono nato e cresciuto nella provincia più profonda. Nonostante le evidenti origini esotiche, il mio habitat naturale resta il grigiore delle mie terre. Lavoro all'estero da molti anni e nella vita ho girato un po' dappertutto e traslocato in ogni dove. Scrivo per necessità e per diletto.
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