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Un posto qualsiasi, in un tempo qualsiasi

Un posto qualsiasi, in un tempo qualsiasi
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Consegna prevista Giugno 2023
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Andrea ha dieci anni e la sua mamma è appena morta. Il giorno del funerale si nasconde nel suo luogo preferito: una villa abbandonata nascosta in un bosco poco lontano da casa sua. Qui fa la conoscenza di “Fiorellino”, così ribattezzata da Andrea per via del suo abitino di fiori gialli. Lei diventa subito la sua migliore amica e, anno dopo anno, i loro incontri alla villa abbandonata diventano un appuntamento irrinunciabile. Fino al giorno in cui Andrea scopre la vera identità di Fiorellino e del perché lei si trova relegata in quel tempo e in quello spazio.

Perché ho scritto questo libro?

La mia passione è la lettura e a un certo punto ho pensato: e se scrivessi anch’io un libro? Ne sarei capace e riuscirei a portare a termine il progetto o, come al solito, alle prime difficoltà abbandonerei tutto?
In questo caso sono orgoglioso di poter dire di essere riuscito a creare una storia semplice, leggera che spero possa portare qualche ora di serenità in chi avrà il buon cuore di leggerla.

ANTEPRIMA NON EDITATA

5 marzo 2022 – 10 Anni – 5 elementare

Se apro gli occhi il sole mi acceca, quindi li tengo ben chiusi e respiro il profumo dell’erba su cui sono sdraiato. L’aria è fresca, quasi fredda. In fondo siamo ancora in inverno, così almeno dice il mio babbo, anche se io questa cosa qui delle stagioni ancora non l’ho ben capita.

Sento degli insetti che camminano sulle mani, ma non ho paura, anzi, mi piace il leggero solletico che mi provocano. Almeno per un po’, allontanano i pensieri tristi. Probabilmente a casa mi stanno cercando, ma non ho voglia di tornare.

Questo è il mio posto preferito: il giardino di una vecchia casa di campagna abbandonata. L’ho scoperto qualche mese fa, un paio di giorni dopo Natale. Dopo aver litigato con il mio babbo, per far sbollire la rabbia – anche questa espressione mi è tutt’ora misteriosa – sono andato a fare una passeggiata nel bosco dietro casa, anche se i miei mi hanno sempre proibito di farlo. Dopo una decina di minuti – ho tenuto il conto guardando il mio bellissimo orologio digitale, fresco regalo di Natale – ho preso una stradina ricoperta di sassolini che mi ha portato davanti a un muretto tutto rabberciato, così il mio babbo chiama le cose rotte. Il mio primo istinto è stato quello di scavalcarlo. Non avevo paura. Io non ho mai paura. Oltre quella inutile barriera mi è sembrato di vedere il paradiso. Da quel giorno vengo qui appena posso perché mi piace stare da solo.

Continua a leggere

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Dicevo che a casa mi staranno cercando, ma non ho voglia di tornare. In questo momento, lì, ci sono quasi tutti i miei parenti che mangiano e bevono per ricordare la mia mamma. Oggi hanno celebrato il suo funerale, e mi sono dovuto vestire bene, con quei pantaloni che mi fanno prudere le gambe. Gli occhi mi si riempiono di lacrime, ma non è colpa dei pantaloni.

«Perché piangi?»

La sorpresa mi fa sobbalzare e scatto in piedi. Quando mi volto vedo una bambina vestita con un abito pieno di fiori gialli e, con quei capelli biondi sparati in ogni direzione, sembra anch’essa un fiorellino. Quel vestito mi sembra un po’ troppo leggero e penso subito che dovrà avere un gran freddo.

«Scusa, non volevo spaventarti.» Dice sorridendo.

«Non mi ha spaventato, è solo che non me lo aspettavo», rispondo io passandomi il dorso della mano sugli occhi, «e non stavo piangendo.»

«Ah no? Mi sembrava…» Continua a sorridere e istintivamente sorrido anch’io.

Si avvicina e si siede sull’erba appoggiando al schiena ad un tronco tagliato che io fingo sempre sia il mio trono quando gioco a fare il re. Mi siedo anch’io. Non troppo vicino, però.

«Come ti chiami?» Mi chiede senza guardarmi in faccia.

«Andrea. E tu?» Senza rispondere alla mia domanda, prosegue:

«Questo posto è molto bello, vero?»

«Sì. Io ci vengo spesso e tu?»

«È la prima volta.»

Adesso si volta e mi guarda dritto negli occhi. Mi fa una strana sensazione.

«Perché piangevi?»

«Mia madre è morta e oggi hanno fatto il funerale.»

«Oh… mi dispiace.»

Scrollo le spalle, con una mano strappo dei fili d’erba e li ammucchio vicino alla mia gamba cercando di trattenere le lacrime.

«Non c’è nulla di male a piangere, lo sai? Io lo faccio spesso.»

«Ma tu sei una femmina…» Mi pento subito di quelle parole, ma ormai sono uscite. Lei non sembra prendersela, e allora cambio subito discorso.

«Quanti anni hai?»

«Dieci, mi risponde, e tu?»

«Io ne faccio dieci il prossimo mese. Il venticinque Aprile. Non vedo l’ora. Il mio babbo mi ha promesso una bicicletta nuova. Quella che ho adesso è tutta scassata e quando pedalo fa dei rumori orrendi. E come ogni anno la mia mamma mi preparerà la torta più buona del mondo…»

Mi blocco all’istante perché la consapevolezza mi raggiunge allo stomaco. La bambina mi prende una mano. Questo gesto, che in altre circostante mi avrebbe fatto rabbrividire, mi conforta davvero tanto.

Ed eccole. Di nuovo. Le lacrime.

Questa volte però non le trattengo. Per la prima volta da quando, due giorni fa, il mio babbo mi ha detto che la mamma non c’era più scoppio in un pianto disperato. La bambina si avvicina e mi circonda le spalle con un braccio. Questo gesto mi fa singhiozzare ancora più forte, ma, allo stesso tempo, mi scalda il cuore. Piano piano mi tranquillizzo e il respiro si calma. Prendo il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e mi soffio il naso. Forse faccio troppo rumore, perché la bambina si mette a ridere.

«Perché ridi?» Chiedo con un tono un po’ risentito.

«Hai fatto un rumore buffo. Sembravi un elefante che barrisce…»

Ride, e la sua risata è contagiosa. Rido anch’io, di gusto. Arriviamo a rotolarci per terra, mi fa quasi male lo stomaco, ma non riesco a fermarmi. Più si ride, e più viene voglia di ridere e non si riesce a fermarsi.

Quando finalmente ci calmiamo, siamo sdraiati a terra e guardiamo il sole coperto da nuvole passeggere.

«Dove vai a scuola?» Chiedo.

«Io non vado a scuola»

«Beata te. Io odio andarci. E cosa fai a casa tutto il giorno?»

«Niente di che. Perché non ti piace andare a scuola?»

«Mi annoio. Mi piace la matematica, sono bravo, ma tutte le altre materie io non le capisco. Cosa mi può servire sapere cosa facevano i romani milioni di anni fa…»

«Ma i romani non c’erano milioni di anni fa…», e mentre lo dice mi da un colpo leggero con il gomito, «…però ti capisco, la storia è noiosa.»

Da dove siamo stesi vediamo l’ingresso della casa abbandonata. Sono tre piani e somiglia alla faccia di un gigante che ti fa l’occhiolino. E come se mi avesse letto nel pensiero la bambina dice:

«Con quella finestra rotta al terzo piano sembra che ci stia facendo l’occhiolino, vero?»

Mi volto a guardarla incuriosito.

«Stavo pensando proprio la stessa cosa…»

Lei non dice niente e, anche se non ne capisco bene il motivo, sento che è ora di tornare a casa,  non vorrei che il mio babbo si preoccupasse. Così mi alzo, passo le mani su questi pantaloni orrendi per togliere erba e polvere e poi ne allungo una per aiutare la bambina ad alzarsi. Mi guarda divertita, poi afferra la mia mano; è come una piuma e la tiro su senza il minimo sforzo.

«Sei leggera, quasi come un fiorellino, e visto che non mi hai detto il tuo nome, ti chiamerò così: Fiorellino.»

Fa lo sguardo imbronciato, poi finge dei pensarci su aggrottando le fronte e guardando in alto:

«Sì, mi piace. Puoi chiamarmi Fiorellino.»

«Ci vediamo qui domani? Alla stessa ora?»

Di colpo l’allegria sul suo volto scompare.

«Non lo so, dipende…»

«Da cosa?»

Non mi risponde, si volta e scappa via di corsa. Mi metto anch’io a correre, ma, per la miseria, è veramente veloce. La vedo scavalcare il muretto e dopo qualche secondo lo faccio anch’io, ma quando sono dall’altra parte, niente, non la vedo più. È scomparsa…5 marzo 2023 – 11 Anni – prima media

Mi sono svegliato presto, anche se oggi è domenica e non devo andare ne a scuola ne da nessuna altra parte. Questa notte ho avuto quello che sembrava una via di mezzo fra un sogno e un incubo.

C’era la mia mamma nella bara con una mazzo di fiori gialli in mano che sorrideva con gli occhi aperti e, solo per un momento, avevo creduto che non fosse più morta, ma intorno alla bara tutti i miei parenti piangevano così forte che le orecchie mi facevano male. Quando mi sono voltato, premendomi entrambe le mani sulle orecchie, l’ho vista. La bambina. Fiorellino.

Era lì in un angolo con ancora indosso quel suo vestitino di fiori gialli. Gli stessi che aveva in mano la mamma. Faccio per avvicinarmi a lei, ma scompare, e al suo posto appare un enorme cane grigio. Ringhia, ha la bava alla bocca e come un fulmine mi si avventa addosso. Proprio quando sta per azzannarmi mi sveglio di soprassalto e quasi cado dal letto. Credo anche di aver urlato, ma il mio babbo non si è svegliato. Ormai da quasi un anno, per riuscire a dormire, prende delle medicine che lo lasciano intontito tutto il giorno.

Continuo a pensare a Fiorellino. Sono tornato spesso alla casa abbandonata, ma lei non è più tornata, e questa è la prima volta che la sogno. Magari è un segno, magari oggi la ritrovo lì, esattamente un anno dopo averla incontrata per la prima volta.

Quando esco di casa, dopo aver fatto colazione, il mio babbo dorme ancora. Ho messo nel mio zainetto qualcosa da mangiare, giusto per fare una merenda a metà mattina. Lo faccio sempre quando vado alla casa abbandonata, ma oggi ho messo qualcosa in più; ho la sensazione che non sarò solo.

Scavalco il muretto senza difficoltà. Sono cresciuto parecchio ultimamente. Arrivo al tronco tagliato in mezzo al giardino – il mio trono – e mi siedo per terra. Oggi non fa freddo, il cielo è limpido questo leggero venticello rende tutto più nitido. Prendo dallo zainetto il libro che sto leggendo; “L’istituto” di King. Non fa paura, sono quasi alla fine, e me lo voglio gustare lentamente. Da quando la mamma è morta, ho iniziato a leggere tanto. Per non pensare. A lei piaceva molto leggere e in soggiorno abbiamo una libreria strapiena di volumi. Li sto facendo passare uno per uno, tutti quelli che lei aveva letto e riletto. Mi sembra quasi di sentire ancora il suo profumo all’interno di quelle pagine di carta consumata.

«Guarda chi si rivede.»

Anche questa volta sussulto per la sorpresa e dalla gola mi esce un piccolo grido.

«Scusami, non volevo spaventarti…», dice ridendo Fiorellino, «No, non è vero. Volevo proprio spaventarti.»

Si avvicina, io mi alzo in piedi ancora un po’ instupidito dalla sua apparizione e, senza che potessi in alcun modo sottrarmi, mi abbraccia e mi stringe così forte che quasi mi fa male. Ricambio l’abbraccio un po’ a disagio. Non sono abituato a queste manifestazioni d’affetto e dopo qualche secondo dico: «Mi stai quasi facendo male…» Ma da dove le arriva tutta questa forza?

«Sei proprio un pappamolla….» Ride di nuovo.

In quel preciso momento mi sono accorto di quanto mi sia mancata quella risata. E mi arrabbio.

«Dove sei finita? È un anno che non ti fai vedere.» Dico questa frase con un tono duro, ma mi è davvero mancata, anche se, in fondo, avevo visto quella bambina una solo volta e per poche ore.

Finalmente si stacca, mi guarda arricciando le labbra e facendo gli occhioni tristi.

«Smettila di prendermi in giro e dimmi perché non sei più venuta qui.»

«Accidenti, sei arrabbiato veramente. Credevo mi stessi prendendo in giro.»

«Sì, sono arrabbiato veramente.»

«Vieni, sediamoci», mi prende la mano mi tira a terra e io non faccio resistenza, «hai qualcosa da mangiare? Questa mattina non ho fatto colazione.»

Rovisto nello zainetto e tiro fuori un panino con la mortadella avvolto in carta stagnola e un succo di frutto alla pesca.

«Mortadella! Buonissima, la mia preferita.» Azzanna il panino e in pochi bocconi lo fa fuori tutto. Io continuo a guardarla, imbambolato; non è cambiata per nulla. È esattamente come me la ricordavo.

«La smetti di fissarmi?»

«Scusa.» Dico io distogliendo lo sguardo.

«Allora, cosa hai combinato di bello in questo ultimo anno?»

«Niente di che…»

«Ma dai, non è possibile, non farti pregare, su…»

Avrei tante cose da raccontare, ma sono ancora un po’ arrabbiato con lei. Così mi stendo per terra e faccio finta di pensarci su. Dopo qualche minuto di silenzio dico:

«E’ cambiato tutto…»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Michele Cofrancesco
Sono nato a Pavia, il 20 Dicembre del 1973, vivo a Gambolò, sempre in provincia di Pavia e sono sposato con Carla dal 1997. Abbiamo due figli, Rebecca di 23 anni e Luca di 21. Lavoro come impiegato presso un’azienda di servizi per la grande distribuzione. Amo leggere qualunque cosa, ma i miei generi preferiti sono la fantascienza, il fantasy e i gialli.
Adoro anche gli audiolibri e, passando molto tempo in macchina per lavoro, ne ascolto in media uno a settimana. Non amo l’attività fisica e mi definisco orgogliosamente pigro
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