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Un’altra figlia morta

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Consegna prevista Dicembre 2024
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Lucia è immolata durante il rito arcaico del drago per lasciare il suo corpo alla rinascita dell’antico stregone, ma un’invasione barbarica interrompe la magia e la sua anima ritrova il corpo della ragazzina divenuta orfana e strega ancor prima che donna. Costretta a reincarnarsi nel corpo di sua figlia dopo averla uccisa, ne vive l’esistenza fino al passaggio nella figlia successiva, i riti di passaggio sono distribuiti in un arco di tempo lungo secoli ma, la solitudine, la ricerca dell’amore e la lotta intestina tra la crudeltà di una esistenza oltre la propria prole e la necessità di continuare a vivere a tutti i costi, lascia intravedere la speranza della vita eterna insita nello sguardo dei propri figli, ed il terrore cieco della morte della strega, che tutto desidera essere fuorché cattiva, rimasta la ragazzina alla ricerca disperata dell’amore e della protezione materni. Potrà l’amore di un poliziotto per Angela, ultima possibilità di resurrezione ad interrompere la maledizione?

Perché ho scritto questo libro?

Quando si scrive lo si fa essenzialmente per se stessi, per trovare parole capaci di esprimere domande che sono latenti dentro di noi, nascoste sottopelle. Mentre scrivo, prendono vita domande alle quali devo trovare delle risposte, e nascono risposte attraverso temi che neppure conoscevo prima di iniziare a digitare sulla tastiera o scrivere su un pezzo di carta strappato dalla tovaglietta unta della mensa aziendale. E si scrive per la necessità di liberare i personaggi intrappolati nella carta

ANTEPRIMA NON EDITATA

I       

Prologo      

1969  Borgo S. Giovanni – Benevento

Don Michele allungò la mano verso la fronte sudata della figlia della janara coricata in malo modo sul tavolo grande della sacrestia, oltre vent’anni prima anche sua madre era stata adagiata su quello stesso tavolo proprio da lui, la forte somiglianza tra le due donne lo fece confondere e per un istante non fu certo di chi fosse quel corpo, comunque la parte più buia della notte era passata e lui la badava in attesa dell’alba, a volte osservandola, avrebbe desiderato chiedere notizie della madre, raccontarle le cose del passato per le quali aveva chiesto spesso perdono al Signore, ma le scelte fatte negli anni li separavano troppo ed ora, quando il sindaco insieme alle famiglie del borgo sarebbero finalmente giunti a prenderla in custodia, probabilmente avrebbero chiuso il cerchio dividendo per sempre le vite di tutti loro.

L’indomani ed i giorni a seguire l’avrebbero aiutata a rimettersi in forze e preparata fornendole tutto il necessario. Era stato creato un intero corredo per renderla gradita alla famiglia del suo promesso sposo, con grandi sacrifici ogni nucleo aveva donato ciò che poteva, chi oggetti, chi denaro.

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Tutto era andato secondo quanto stabilito, tutti quanti avevano giurato e spergiurato di fare la propria parte per uno scopo alto, sperando e pregando di agire nel nome del signore ma il parroco non si dava pace per aver fatto un accordo con una strega.

Infatti, se come abitante del pianoro non poteva che gioire all’idea di liberare la giovane dall’influenza nefasta della madre janara, come cristiano e capo spirituale del luogo, aveva paura delle conseguenze di un accordo con il maligno tramite una sua serva e temeva per la salvezza delle anime di tutti loro, d’altro canto la sua fede lo obbligava a considerare anche la povera ragazza una creatura del signore ed una vera prova della sua devozione. Potendole offrire un’opportunità l’aveva accolta con favore per permetterle di farsi una vita normale, lontana dalle credenze che la tenevano relegata ad una esistenza solitaria nel bosco, si era quindi prodigato perché con questo scambio tutti loro potessero alla lunga beneficiarne, lei per la figlia, insieme a tutti loro, lui in particolare e la comunità per la sorte di tutti quanti.

Quando quello stesso pomeriggio i due contadini che erano stati incaricati, quasi costretti ad andare a prelevarla, non avevano trovato la madre, e non avevano quindi potuto ottenerne la benedizione, o almeno una firma sull’atto che era stato predisposto appositamente e che avevano avuto l’incarico e la responsabilità di leggere e far siglare, l’avevano semplicemente caricata sul carro poiché sembrava uscita da una lunga malattia ed avevano posto in calce al documento un groviglio di linee illeggibili confidando sul fatto che nessuno avrebbe fatto domande e sperando che la madre si sarebbe accontentata della copia che avevano lasciato nella baracca.

Al ritorno avevano girovagato perdendosi nel bosco per ore come due ingenui viaggiatori, era buio quando erano finalmente giunti in vista della sacrestia ed avevano tirato un grosso sospiro di sollievo, erano stanchi morti quando l’avevano aiutata a scendere scaricandola in malo modo dal calesse, l’anziano sacerdote l’aveva osservata notando quanto fosse magra ed emaciata,  sembrava febbricitante, puzzava di sudore e sporcizia, era  avvolta nei poveri stracci logori che, come lei, non venivano lavati da tempo, era colata a terra come acqua lurida sgorgata da un secchio.

  • ma che c’avete fatto a sta povera creatura del Signore…

Aveva chiesto loro con la sua voce profonda e gutturale che pareva un sussurro lì fuori, nell’aria frizzante dell’ampio appezzamento che si estendeva per un centinaio di metri sul retro della antica Chiesetta dedicata a San Giovanni, quell’area anticamente era adibita a cimitero ma da anni consentiva la sopravvivenza del sacerdote sostentandolo grazie ai prodotti dell’ampio orto ed alla benevolenza del Signore.

  • ma nulla Sua Eminenza!

Aveva risposto il più anziano dei due cercando di aiutare la donna ad alzarsi e, vedendola inerme aveva fatto cenno all’altro di prenderla per i piedi che lui le avrebbe retto il busto cingendole le spalle.

  • Macchè Eminenza, non bestemmiate che mica Cardinale di Benevento sono!

Rispose di rimando il prete e, mentre si incamminava per tornare da dove era venuto si faceva il segno della croce chiedendo perdono al signore per la mancanza di rispetto verso Madre Chiesa.

  • Un povero servo del Signore che cerca di trattenere il male lontano dalle pecorelle della nostra povera comunità, ecco chi provo ad essere finché il signore me ne darà la forza, sempre sia lodato.
  • Ecco che se ne parte con l’omelia.

Aveva sussurrato il più giovane raccogliendo le caviglie della donna, meravigliandosi del contatto con la pelle nuda e del calore che emanavano quelle carni ed evitando lo sguardo del collega.

  • Sempre sia lodato…

Aveva risposto conciliante il più anziano, iniziando la non breve camminata e aggiungendo a bassa voce, per non farsi udire dal prete:

  • epperchè ‘a Lore’ nun cia’ fatt’ anna’ a l’innanzi?
  • Mah… dinnanzi ce stanno le case e chista è Figghia de’ janara
  • evvabbe’ ma tanto la devono purta’ a sposasse
  • Giusto pe’ liberassene, in esilio la mandarono.

Poi il giovane si era mutato impegnandosi nel suo compito.

L’ultima messa era finita da tempo e non c’era più nessuno in giro, le brave persone erano nelle loro case a riposare e prepararsi per le fatiche dell’indomani.

Era quasi buio, la falce di luna calante accendeva grosse nuvole isolate che sfilavano veloci a nascondersi dietro la cupa vetta boscosa dove si nascondeva la dimora da poco abbandonata della giovane figlia della strega, il crepuscolo ormai trascorso rendeva il cielo una grigia lastra metallica che accentuava il contorno del tetto della chiesa e del campanile dal cui colmo la croce di ferro assisteva silenziosa alla scena.

Anticipandoli tra l’erba un pò troppo alta il prete li guidava verso quella porta lasciata aperta, pareva una grossa bocca nera, famelica, spalancata nella parete di pietre chiare, avanzando con passo malfermo teneva alta la lampada a petrolio mentre i due uomini trasportavano la giovane come un sacco di patate, tenendola dalle ascelle e dalle ginocchia, Miccichè camminava guardando all’indietro e sbuffando rumorosamente, dando solo rare e rapide occhiate a Lorenzo per non inciampare o calpestare le zucchine, era stanco e non ne poteva più, l’indomani l’aspettava l’aratro.   

Lorenzo camminava in avanti cercando di non guardare le gambe della giovanissima donna malamente coperte dalla gonna lacera, quella continuava ad agitarsi mugolando, finendo per far scivolare a terra un piede e poi l’altro così che lui non riusciva ad evitarne le oscillazioni del tronco, si spostava, si muoveva, cercava forse di liberarsi e per non farla cadere alla fine la afferrò saldamente da sotto le gambe, molto, troppo vicino ai glutei, ne strinse le carni tiepide tra le dita forti avvicinandone il bacino fino ad appoggiarlo al suo. La gonna le si raccolse scoprendola fino allo stomaco, tra le sue lunghe cosce così allargate Lorenzo vedeva il folto ciuffo di peli neri tanto evidenti sulla pelle diafana alla luce della luna, il suo sesso sfregava contro la stoffa delle brache che erano di tessuto consumato, sottile, sentì i piedi di lei cingergli la schiena per trattenerlo ed avvinghiarlo a se, percepiva il suo calore attraverso la stoffa, lo sfregamento, il movimento, quel contatto così intimo, gli umori e gli odori si legavano e risalivano alle  narici, la odorava ad ogni respiro, non era certo di avere una erezione ma il terrore e la vergogna che fosse vero lo costringevano all’immobilità e quel contatto, sbattuto e strisciato ad ogni pié sospinto gli provocava ondate di piacere che si mescolavano ad attimi di paura che gli altri se ne accorgessero, che Miccichè vedesse, che tutto fosse sbagliato, che la sua anima si stesse dannando. Ed intanto le mani trattenevano quelle carni ed il calore del suo basso ventre gli bruciava la pelle.

Alzando lo sguardo percorse quel corpo godendo l’evidente ondeggiare dei seni che, liberi di muoversi nelle morbide pieghe di tessuto,  scandivano il ritmo dei passi, degli sfregamenti.

Oltre il petto si trovò a guardarle il viso, perdendosi nell’abisso di quegli occhi spalancati che lo fissavano senza vergogna, fu rapito dal largo sorriso, labbra rosse, sanguigne ma come nere nella notte, i denti chiari che si aprivano mostrandogli la lingua, nel movimento del leccare, lento, roteante, ritmico. Sembrava parlare, ma al posto di vocaboli un alito caldo condensava e, rubando luce alla luna, rotolava scivolando sul suo corpo, scorrendo lento fino a spalmarlesi sul ventre, nascondendosi tra i riccioli neri del sesso aperto, esposto, a contatto con la sua erezione che ora gli pulsava evidente attraverso il tessuto fino.

Il cuore gli batteva tanto forte in petto ripetendosi fragoroso nelle orecchie, gli pareva impossibile che gli altri non l’udissero, gli sembrava dovesse scoppiare ma non poteva più distogliere gli occhi da quel suo sguardo beffardo, lo rapiva legandolo a se, le leggere volute di vapore lattiginoso uscivano dalla sua bocca avvolgendosi alla lingua con una densità che aumentava divenendo un lento fluire al punto di contatto tra loro, accompagnando ondate di calore al bassoventre. Improvvisamente lei chiuse le labbra ritraendo la lingua e sembrò osservargli fin dentro l’anima, si mise a ridere forte e mentre lo faceva Lorenzo percepì il cuore fermarsi per un momento infinito e poi esplose in lei, sentì il seme inzuppargli i bragoni in lenti e dolorosi getti, le gambe quasi gli cedettero e, per non insospettire Miccichè, fece un doppio passo, forzato, come per non cadere e fu come affondare completamente in lei e al baratro dell’inferno.

Evidentemente gli altri non l’avevano udita ridere così fragorosamente, forse era stato solo nella sua testa, probabilmente no, ne percepiva ancora il riverbero con il ronzio del cuore in tumulto.

Quando attraversò la porta si trovò nella cucina della canonica, la lampada a petrolio giaceva ancora accesa sull’asse del caminetto ma nel locale l’illuminazione era assicurata da una lampadina che pendeva sopra il tavolaccio, protetta da un semplice paralume di latta.

Vi adagiarono sopra la povera creatura che, nella luce indolente, era tornata la piccola giovane donna malata che avevano trascinato giù dal suo rifugio al monte, semi svenuta e mugugnante di dolori sconosciuti.

Lorenzo era riuscito in qualche modo a coprirla fino alle caviglie piegandole leggermente le gambe, nascondendone il sesso umido.

Percepiva con orrore il bagnato sotto, tra le gambe, come se se la fosse fatta addosso, e si mosse per tutto il tempo in modo che il prete o Miccichè non lo notassero, era come un animale in gabbia e desiderava soltanto andarsene, fuggire.

Aveva visto con orrore il suo seme colare dal loro contatto al pavimento appena oltre l’uscio, aveva dovuto calpestarlo per spalmarlo sul fondo di terra battuta, nasconderlo, facendolo scomparire dal mondo, dalla sua memoria, ma era stato inutile perché ancora aveva fatto un gesto sacrilego, lo sapeva, gettando e calpestando un dono del signore tanto importante.

Avrebbe dovuto confessarsi  il giorno seguente, per questo e per il resto, per le sensazioni e le emozioni provate, chiedendo perdono, umilmente e con rassegnazione all’ira del Signore, ma in cuor suo sapeva che non avrebbe mai trovato il coraggio di farlo, non certo davanti all’uomo che lo conosceva fin da piccolo e che lo avrebbe comunque giudicato,  come e più dell’Altissimo da lui rappresentato; in più aveva paura di scatenarsi addosso anche la collera dell’intera comunità che avrebbe avuto le prove della stregoneria della giovane figlia della janara, e si sarebbe trovata costretta a tornare sulle decisioni prese, e tutto per colpa sua, la certezza della dannazione eterna non lo abbandonò mai più.

Alcune settimane più tardi fu di nuovo incaricato di accompagnarla in treno fino a destinazione e durante il lungo tragitto la sua dannazione divenne irreparabile.

Durante il viaggio di ritorno si gettò dal treno in corsa, certo di aver consegnato una giovane sposa vergine, già gravida.

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Enver Negrini
Nato e cresciuto nelle terre emerse del delta Padano nei primi anni settanta, un epoca che oggi appare lontana un'era, fin da ragazzo sono rimasto affascinato dalle arti, ho cantato nella Corale del paese natale, ho preso parte a spettacoli di musical negli anni novanta portati in diversi teatri, ho cercato una mia dimensione nella pittura a colloquio con la natura dei grandi spazi. Ho sempre sentito la necessità di conoscere il mondo attraverso l'esperienza diretta ed il desiderio di scoprire i complessi segreti dietro semplici apparenze, mi ha portato a lavorare con le mani e con la testa a contatto diretto con la materia. Lettore da sempre, scrivo per me stesso da diversi anni storie brevi che non sono mai uscite "da casa", da poco ho iniziato ad approcciarmi a racconti di lungo respiro ed ho scoperto che sono più adatte alla mia realtà, questa è la prima che lascio libera di volare.
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