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Vi Racconto la Peste

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Consegna prevista Dicembre 2024

La sua mano nera è inarrestabile, la sua presenza spezza legami e civiltà.
Viaggia veloce attraverso il tempo e attraversa i luoghi.
Ben presto, l’Europa avrà a che fare con un male più grande di lei.
È tempo di ripercorrere la Storia del famigerato flagello attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta e di chi l’ha raccontata.

Perché ho scritto questo libro?

Devo sinceramente ringraziare questa “operetta” perché c’è sempre stata. Era lì, sepolta, ma in attesa di essere risvegliata. Una sorta di iniziazione, di rito di passaggio. Da quell’ispirazione sono arrivate poi altre storie, altre idee, altre parole, ma “Vi Racconto la Peste” ha continuato diligentemente a sorprendermi e portarmi emozioni nuove. Quando l’ho scritta, non sapevo dove mi avrebbe portata, né dove saremmo finite, ma so che continueremo a camminare sempre insieme, fianco a fianco.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ciparisso

Ehi tu!

Tu che stai viaggiando per questa strada.

Cessa il tuo cammino per un attimo e ascolta quel che ho da raccontarti… vedi quelle mura in fondo al viale? Sai quale luogo si trova qui e che mi circonda da anni ormai? Proprio così. Un cimitero.

Io sono nato qui e ho sempre vissuto in questo luogo di sventura e di morte. Qualcuno mi ha detto che le famiglie come la nostra vengono sempre collocate in questi luoghi così cupi e tristi. Il perché non saprei dirlo. Perché noi e non altri? Forse perché siamo solitari, non cerchiamo di interagire con niente e nessuno. Restiamo al nostro posto, in silenzio, osservando la morte e le sue implicazioni, del tutto rassegnati.

Quanti anni avrai tu? Magari sei nel pieno delle forze come me, o forse sei ormai al crepuscolo della vita. Chissà. In ogni caso, che tu sia anziano, o che tu sia giovane, voglio raccontarti dell’epidemia del XVII secolo. Forse tu c’eri, forse tu hai visto, forse ne sei stato vittima anche tu e forse te ne sarai fatto una ragione a lungo andare. Io no.

Prima le persone arrivavano qui un po’ per volta ed erano soprattutto uomini giunti ormai alla vecchiaia.
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Arrivavano chiusi in casse di legno e dietro di loro sfilavano i famigliari e i conoscenti, in lacrime, la disperazione si leggeva chiara sui loro volti. Una straziante processione a vedersi. L’unica consolazione era quella di constatare che il ricordo di quella persona fosse vivo in così tante menti, al punto da spingerle a dedicare del tempo per rendere omaggio un’ultima volta al defunto. Così, in tanto dolore, aleggiava la magra consolazione che la presenza di una folla considerevole di persone fosse la testimonianza che il defunto avesse lasciato qualcosa di buono su questa terra.

Qualche tempo dopo il funerale, ecco che vedevi arrivare solo una persona. La folla così promettente in occasione dell’ufficio funebre si era significativamente diradata. Di solito si trattava del figlio, o della figlia, della moglie, della madre, del padre oppure del marito. Entrava, posava dei fiori freschi sul marmo e poi, dopo aver pregato in silenzio se ne andava, per poi tornare periodicamente, ripetendo lo stesso rituale. Io li guardavo andare e venire uno per uno. Li osservavo da lontano discreto, senza proferire parola.

Ma poi, mio caro Viandante… in poco tempo tutto è cambiato. In quel maledetto anno, quella che l’uomo chiama “la Peste”, acerrimo nemico degli esseri umani, travolse questa città e probabilmente anche altre. In un attimo, la vita piombò nel caos. Alcuni uomini, dall’aspetto che mai avevo visto prima, con dei campanelli legati alla caviglia scavarono un’enorme fossa fuori dalle mura del cimitero. All’inizio mi chiesi a cosa potesse servire una buca così grande. Poi a poco a poco capii: serviva da fossa comune.

E allora, o Viandante, in quel momento credetti che il genere umano avesse davvero toccato il fondo. Ogni giorno gli uomini con i campanelli alle caviglie, se la memoria non mi inganna la gente li chiamava “monatti” venivano qui e ogni giorno scaricavano pile di cadaveri, invece di depositarli rispettosamente, per poi gettarvi sopra, una volta finito, una sostanza dello stesso colore delle pietre. Senza distinzioni, senza funerale, senza un corteo al seguito, senza vestiti perfino, probabilmente saranno stati rubati. Era come se la peste li avesse resi tutti uguali: il giudice con il contadino, il contadino con il nobile, l’avvocato con il prete.

In realtà non la Peste li aveva resi tutti uguali, bensì la paura: la paura del contagio, la paura della morte. E così venivano messi da parte, come se fossero rinnegati. Niente più lapidi, niente più funerali, o commemorazioni.

Finché la vita scorre regolarmente, la morte è un pensiero lontano, sfuggente. Senza una minaccia credibile, l’uomo non sente di doversi interrogare su questo mistero. Quando però la minaccia arriva, ecco che l’essere umano si vede costretto a farci i conti e allora la mia casa diventa lo spauracchio più grande, il terrore che invade i sogni dei più piccoli.

Dal canto mio, mi sono sempre chiesto chi fossero quegli uomini che ogni giorno, con dei carri trainati da ronzini, portavano qui persone su persone. Erano forse delle anime caritatevoli? Ingaggiati dal comune, dalla Chiesa, o forse erano volontari? Oppure erano forse dei criminali? Non seppi mai darmi una risposta.

Alcuni visi trasparivano malinconia, tristezza per quello che stava accadendo ai loro simili, poiché forse, era accaduto anche a loro. Altri invece erano freddi, rigidi, svolgevano il loro compito con una meccanicità devastante. Come se loro fossero intoccabili, come se loro fossero esenti, come se loro non appartenessero a questo mondo.

Io non giudico, o Viandante, non mi permetterei mai. Eppure non riuscirò mai a capire come si potesse essere così rigidi di fronte a tutto quello che si stava vedendo.

Nella mia vita ho visto tanta gente addolorata, so che ognuno reagisce diversamente. Ci sono così tanti modi per esprimere il dolore che a lungo andare impari a riconoscerli. Eppure loro sembravano diversi. Nei loro occhi spenti coglievo la più raccapricciante apatia.

Passarono gli anni, o Viandante, e i giorni mi sembravano tutti uguali. Sempre lo stesso rituale si ripeteva dinnanzi ai miei occhi: il suono del campanello, prima lontano, ora vicino, lo scalpitio degli zoccoli dei ronzini, le ruote del carro pieno di cadaveri. A volte, per gli scossoni alcune mani si lasciavano abbandonare fuori dal carro, inermi, bianche, ossute. E poi la deposizione dei morti all’interno della fossa, lo spargimento della sostanza grigia e poi l’allontanamento dei becchini. La strage silenziosa sembrava non aver fine.

Poi arrivò il giorno in cui la fossa venne finalmente coperta per l’ultima volta, segno che ormai l’atroce epidemia era finita. A poco a poco, la vita e la morte tornarono in uno status di equilibrio. I figli, le mogli, le madri, i padri e i mariti cominciarono di nuovo a venire qui periodicamente con il consueto mazzo di fiori. La processione che accompagnava l’eterno riposo del caro estinto comparì di nuovo su questa strada.

Là dove c’era la fossa, crebbe a poco a poco l’erba che non solo segnò l’inizio di un nuovo capitolo, ma si portò via ogni singola traccia di ciò che era accaduto. Nessuna stele, nessuna lapide venne messa su quella fossa. È incredibile con quale rapidità la gente riesca a dimenticare che lì sotto sono stati seppelliti un fratello, un padre, una madre, una sorella, un figlio o una figlia. Nessuno fa più visita qui, tutti paiono essersene scordati.

Perciò ti chiedo, o Viandante, se mai un giorno tornerai qui e passerai di nuovo per questa strada ricordati ciò che ti ho raccontato e soffermati per un attimo a pensare a tutte quelle persone che sono state gettate in un luogo non consacrato e perciò dimenticate dall’uomo e forse anche da Dio.

Volgi il tuo pensiero alla loro sofferenza che probabilmente è la stessa che hai provato anche tu e alla loro disgrazia di essere morti al momento sbagliato. Se la Peste non fosse mai arrivata qui, probabilmente tutti loro avrebbero avuto degna sepoltura, avrebbero avuto qualcuno che li piangesse, avrebbero avuto una vita felice. E chissà per quale forza, per quale destino o per quale motivo la loro vita si sia spezzata così, in questo modo, in quel maledetto anno funesto.

Ma in fondo, dicono che la vita sia fatta così, alcuni pensano che ognuno di noi sia collegato a un libro in cui è scritto il nostro destino. E forse, o Viandante, nei nostri libri, qualcuno si sarà premurato di scrivere tutto questo.

È giunta l’ora di andare per te e per me di rimanere. I miei rami e le mie foglie dal colore sempiterno accompagneranno nuovamente le processioni e i defunti. Le mie radici sanciranno il tempo che passa e raccoglieranno altre storie, altre memorie.

Mi chiamo Ciparisso, ma ai più sono noto come Cipresso e questa è la mia storia.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Urania Ex Libris
Pseudonimo di Sara Rossi.
Docente di Lettere e lettrice eclettica.
Coltiva da sempre la sua passione per la scrittura insieme ad altri interessi.
Nel 2017 la sua raccolta di racconti vince il premio simbolico dei "Wattys 2017" nella categoria "gli originali".
Nel 2021 si laurea in Lettere Classiche con una tesi in Storia e Critica del Cinema dal titolo: "Il cinema e i non morti. Quando la paura diventa protagonista".
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