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Tra vivere e morire ho scelto me

Tra vivere e morire ho scelto me
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Consegna prevista Giugno 2023
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Conosco bene le mie ferite,
le ho guardate in faccia una ad una.
Ho preso il mio dolore
e l’ho analizzato fino in fondo.
L’ho ascoltato, l’ho capito.
Ho lasciato che scorresse nelle mie vene
fino a diventare parte di me.
Chi mi conosce crede che in fondo
io sia rimasta la stessa,
non sanno che sono dovuta morire
prima di poter tornare a vivere.
Il dolore ci cambia, inevitabilmente.
Ma io gli sono grata,
perché oggi, quel dolore, è la mia forza.

Perché ho scritto questo libro?

Uno dei motivi principali per cui ho scelto di mettere nero su bianco questa storia, è quello di far luce sul tema della salute mentale purtroppo ancora oggi molto sottovalutato. Il secondo, ma non meno importante, è per dare aiuto, sostegno a coloro che stanno attraversando un brutto periodo nella propria vita e non riescono a trovare la comprensione e il supporto necessari per vedere una via d’uscita. Il mio vuole essere un abbraccio che, se pur da lontano, riesca a farsi sentire da vicino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dedico queste pagine a tutti voi…

A tutti coloro che si sentono soli e incompresi. Che non riescono a trovare il proprio posto nel mondo e troppo spesso si sono sentiti sbagliati, diversi e fuori luogo.

A tutti coloro che non hanno più la forza di lottare. Che hanno perso la voglia di vivere e l’amore per sé stessi. Che sono vittime di circoli viziosi tossici e invalidanti, che non riescono più a dare un senso alle proprie giornate.

A tutti coloro che non riescono a cogliere le piccole cose belle della vita e le sfumature dei colori oltre al bianco e al nero perché pensano di non avere più niente in cui credere. Che si sentono implodere da tanto è quello che hanno dentro.

A tutti coloro a cui basterebbe una parola gentile per tornare anche solo un attimo, a respirare.

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A tutti coloro che hanno accanto qualcuno che soffre ma non sanno in che modo aiutarlo e che si sono arresi  perché allo stremo delle proprie forze.

A tutti coloro che almeno una volta si sono sentiti giudicati, abbandonati, emarginati. Che hanno difficoltà nell’accettarsi così come sono. Che sono stati derisi o bullizzati e si sono chiusi in sé stessi, accrescendo così le proprie insicurezze.

A tutti coloro che temono il cambiamento. Che la notte piangono in silenzio per non farsi sentire e di giorno nascondono la propria sofferenza dietro a un finto sorriso. A coloro che per una volta vorrebbero avere qualcuno disposto ad ascoltarli. Per davvero.

A tutti coloro che hanno perso qualcuno oppure sé stessi, cercando di non perdere qualcun altro. Che hanno sempre pensato di dover riempire quello spazio tra le dita per poter essere completi. A chi ha stretto tante mani, ma mai quella giusta.

A tutti coloro che mettono il cuore in ogni cosa, con il rischio che gli venga restituito rotto. A chi sogna ad occhi aperti. A chi vorrebbe, sempre e ancora, emozionarsi per le piccole cose come farebbe un bambino.

A tutti coloro che sono stati traditi o delusi. Che non riescono a farsi scivolare di dosso le cose e tutto li ferisce. Che si sentono in colpa per qualcosa di cui non sono responsabili. Che hanno paura. Che sono caos dentro e ordine fuori.

A tutti coloro che lottano da soli ogni giorno contro i propri mostri.

Non siete soli.

E andate bene esattamente come siete, per quanto banale o inutile possa sembrare, con le vostre imperfezioni, le paure e le cicatrici.

Ognuno col proprio vissuto, che è assolutamente degno di essere ed esistere.

Ciò che vediamo attraverso lo schermo del nostro telefono, sui social, per la strada, in Tv, non rispecchia quasi mai la realtà. Lo sappiamo bene che la perfezione non esiste nella vita di nessuno, eppure ci lasciamo ugualmente condizionare da ciò che ai nostri occhi risulta ineccepibile. Fisici scultorei, privi di imperfezioni, di smagliature, di  cellulite. Gambe lunghe e magre, addominali scolpiti, visi immacolati, occhi espressivi, unghie colorate, capigliature impeccabili. Cene, calici in alto, baci, amori felici, viaggi, vacanze, case e auto costose. Successo, felicità e spensieratezza. Famiglie eccellenti, organizzate, radiose.

Anche io ho rincorso, odiato, accarezzato, invidiato la bellezza di quei corpi, la felicità di quelle coppie, di quelle famiglie. Ho difficoltà nel mostrare il mio corpo semivestito, per esempio se devo indossare il costume perché sui social, la maggior parte delle ragazze che vedo, trasmettono la perfezione. Cerco di dire a me stessa che non è un mondo reale e che le luci, i filtri, i ritocchi, trasformano ogni immagine.

Oggi ho imparato a vivere più serenamente rispetto a prima, che invece avevo costantemente in testa quel maledetto pensiero. Una voce ripeteva che quella cellulite sulle gambe mi rendeva brutta e sgradevole agli occhi degli altri, che dovevo nasconderla. Così d’estate cercavo di non indossare quasi mai abiti corti o pantaloncini.

Ora ho capito che non è di certo la fine del mondo se ho la cellulite o qualche smagliatura; è un aspetto comune a moltissime donne, che andrebbe normalizzato e fatto vedere più spesso, al posto di corpi photoshoppati. Non esistono quelle forme! Non esistono quegli incarnati!

Così come andrebbe normalizzata la scelta per una donna di depilarsi o meno, di poter indossare il rosa a prescindere dal sesso a cui si appartiene e allo stesso modo di potersi mettere lo smalto o del trucco. Di avere un orientamento sessuale che rispecchi il proprio essere e la propria anima.

Non potrò cambiare ciò che è stato, ma sicuramente posso e voglio migliorare ciò che sarà. Vorrei che lo facessimo tutti.

Datevi sempre un’altra chance e soprattutto fate in modo che non sia mai l’ultima. Fate ciò che vi piace fare, rincorrete i vostri sogni, senza permettere a parole poco carine di appesantirvi il cuore: a volte più rumore fanno, più si tratta di parole vuote.

A tutti coloro che cercano l’amore negli altri.

Esiste già in voi stessi. 

Correte a prendervi e non lasciatevi più.

Le anime più forti

sono quelle

temprate

dalla sofferenza.

I caratteri più solidi

sono cosparsi

di cicatrici.


(Khalil Gibran)

1.

Nessuno comprende  la mia sofferenza. Vorrei sentirmi supportata, specialmente da Christian, che sembra invece totalmente indifferente alla situazione o meglio indifferente al mio malessere. Anzi, peggio: inizio a notare da parte sua degli atteggiamenti scocciati. Forse sto diventando un peso per lui.

Tutto questo alimenta le teorie auto-svalutative: sono sbagliata e inutile. Una sagoma che assiste inerme al trascorrere delle giornate totalmente prive di senso. Praticamente sono spettatrice della mia stessa vita. Che poi chiamarla vita è un parolone, sono qui tra quattro mura senza mai mettere il naso fuori dalla porta. Se da una parte questo placa l’ansia, dall’altra mi fa sentire una fallita.

Spesso sono arrivata a pensare «Basta, d’ora in poi le cose devono cambiare!»  ma ogni volta riesco a trovare le solite scuse per rimandare. 

Chissà cosa penseranno gli altri, provo vergogna di ciò che potrebbero dire. Però loro non capiscono quanto soffra, non mi diverto di certo a rimanere qui a piangere o a rimuginare costantemente, tanto che a volte credo di impazzire. Per non parlare di quanto mi senta fisicamente uno straccio, senza forze: anche le cose più banali del quotidiano richiedono enorme impegno e fatica. È questo non riuscire a reagire che mi fa sentire maledettamente in colpa.

Scrollo il dito sul cellulare, vedo le vite degli altri che sembrano essere così apparentemente perfette, almeno sui social, e mi deprimo perché vorrei anch’io raccontare una qualche felicità. Mai avrei pensato che le cose potessero andare così, che sarebbe toccato a me finire negli abissi di questo enorme profondo buco nero.

In queste ultime due settimane ho sentito le forze abbandonare completamente il corpo e la mente e ora non riesco a vedere nessuna via d’uscita; nemmeno un piccolo spiraglio che possa salvarmi da questo inferno che ho dentro.

Non ho voglia di fare nulla, vorrei sparire per sempre. Se potessi, chiederei il suicidio assistito, ma è un’idea folle. Forse però c’è un altro modo per porre fine a tutto questo. Tra un singhiozzo e l’altro inizio a digitare qualcosa su Google: “Metodi indolori per togliersi la vita”.

Invia.

È un banale pomeriggio di un’ennesima giornata simile a tante altre e sono in casa da sola. Il senso di devastazione che mi pervade ormai da giorni spinge e io non ce la faccio più. Voglio solo che questa sofferenza finisca. Dall’altro giorno non faccio che ripensare come farlo. Sono una pusillanime, voglio farla finita ma senza soffrire. E quell’articolo che ho imparato a memoria dalle tante volte che ho letto, galleggia costantemente. Potrebbe essere davvero una soluzione: chiudersi all’interno dell’auto collegando un tubo dal gas di scarico all’abitacolo. Il monossido di carbonio dovrebbe far perdere i sensi fino all’arresto respiratorio. Qualche minuto e potrei essere altrove, libera. Se ci rifletto ancora rimanderò, invece oggi voglio compiere l’azione fino in fondo, sentirmi viva mentre cerco di morire. È accettabile?

Scendo le scale che conducono al garage interrato, le chiavi della mia auto in mano che tintinnano allegre come se stessi andando a fare una banale commissione. Non ho paura, finalmente sarò libera.

Inizio a ragionare su come creare una sorta di tubo abbastanza lungo da arrivare al finestrino. Ci sono: Il tubo flessibile dell’aspirapolvere! Lo inserisco nel condotto di scarico della macchina ma, dannazione, non arriva di certo al finestrino. Cosa posso usare per prolungarlo almeno un po’? Provo a non perdere la lucidità cercando soluzioni alternative  fino a quando dei rotoli di cartone, quelli della  carta da cucina, attirano l’attenzione: posso provare con questi.

Occorre dello scotch, sarebbe meglio quello da pacchi, una volta c’era qui in garage, dove sarà finito?  Aspetta, nei cassetti sotto al tavolo da lavoro, fammi vedere, sì, trovato!  Sono soddisfatta, tutto procede, unisco i rotoli in tre punti intervallati tra loro e sigillo con cura anche il finestrino.  Dovrebbe funzionare così. Salgo in auto e chiudo la portiera, nelle orecchie un sibilo.

Giro la chiave e metto in moto. Sento il cuore battere veloce come non mai, prendo a tremare in tutto il corpo per via del freddo, o del terrore, ma chiudo gli occhi e spero che tutto vada secondo i piani. Passano i minuti ma non avverto nulla di strano, forse non ho sistemato bene qualcosa, non arriva abbastanza gas. Scendo e controllo, la gola pizzica lievemente ma sembra tutto regolare. Risalgo. Passano altri minuti ma non succede un accidente di niente, forse i rotoli di cartone assorbono o non otturano, ci vuole altro materiale, che cosa faccio ora?

Resisto.

Devo andare fino in fondo, aspetto ancora. Tra un pensiero e l’altro riapro adagio gli occhi, riconosco lo scatolone con dentro i pupazzi di quando ero piccola. Tentenno e scendo di nuovo.

Fuori il sole, il vicino che falcia l’erba, nessuno si sta accorgendo di nulla, il motore è ancora acceso ma io sono viva, credo.

Entro in macchina, con aria amareggiata giro la chiave per spegnere il motore e resto lì seduta e immobile per un po’, con lo sguardo nel vuoto: non voglio essere una vigliacca che scappa dai problemi. Vorrei solo smettere di stare male perché è troppo faticoso vivere in questo modo, i pensieri intrappolano altri pensieri fino ad incatenare  la mia stessa mente.

Di sicuro poi avrei dato un grande dolore ai miei genitori compiendo questo gesto, forse la mia non è altro che una soluzione egoistica. Magari per Christian sarebbe una liberazione, ma fa male pensare che possa essere davvero così. 

Se mi sentissi capita e supportata anziché avere sempre il dito puntato addosso, forse ce la farei. A volte solo un gesto estremo porta a comprendere la disperazione di una persona da parte di chi la circonda. Però è anche vero che la mia vita non può valere così poco da porle una fine solo per dar prova a qualcuno del mio reale malessere. Non è nemmeno sicuro che venga compreso perché, purtroppo, ciò che non si vede per molti non esiste.

Ho tanto caos dentro e un gran peso sullo stomaco. Non ha funzionato. Apro il portone basculante per arieggiare, devo sistemare tutto e rimettere ogni cosa a posto senza lasciare traccia. Con la mente in un groviglio di pensieri, il cuore acquietato e una gran sete, spengo la luce e trascino la porta che si chiude dietro me.

Mentre salgo le scale nel viaggio a ritroso verso le mie solite giornate vuote, penso che se le cose fossero andate come previsto adesso probabilmente non sarei qui. Non riesco a definire il mio stato d’animo, non so più dare un nome a niente.

L’unica cosa che desidero ora è rannicchiarmi sul divano, al mio solito posto: per le tante giornate trascorse qui, si è formato un piccolo incavo. È il mio nido.

Avvolta nella coperta, vorrei tanto spegnere quel costante rumore di sottofondo: i pensieri.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Angela Gattuso
Sono una persona sensibile e introversa, sin da quando ero bambina. Ho trent'anni e abito in un paesino in provincia di Bergamo. Figlia unica, sono tornata a vivere con i miei genitori in seguito alla fine di un matrimonio.
Attualmente svolgo un'attività di network marketing, ma sono alla ricerca di qualcosa di nuovo. Pian piano sto cercando di ricostruire la mia indipendenza, cosa che la depressione e il doc mi avevano completamente tolto.
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