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Aggiornamento

Buongiorno a tutti coloro che stanno seguendo questa mia avventura editoriale e a chi non lo sta ancora facendo ma che spero inizino a farlo, incuriositi di sapere dove la storia di #maytomorrownevercome porterà il suo protagonista Keith. In questo aggiornamento, voglio prendermi un po’ più di spazio sulla questione del perché ho scritto questo […]

Buongiorno a tutti coloro che stanno seguendo questa mia avventura editoriale e a chi non lo sta ancora facendo ma che spero inizino a farlo, incuriositi di sapere dove la storia di #maytomorrownevercome porterà il suo protagonista Keith.

In questo aggiornamento, voglio prendermi un po’ più di spazio sulla questione del perché ho scritto questo libro, riprendendo il concetto esposto nella sezione apposita e ampliandolo un po’.
L’inizio di questa storia era una semplice scena che un giorno ho immaginato, sovrappensiero. Le prime pagine in cui descrivo l’incubo di Keith sono nate così. Dopo averlo immaginato, ho deciso di metterlo giù, nero su bianco. E in principio non era più di quello. Un paio di pagine di una storia di cui non sapevo ancora nulla. Poteva essere qualsiasi cosa. Come tanti mondi paralleli, avrebbe potuto portare ovunque. Ho deciso di scoprire dove quella storia potesse andare e, col tempo ho aggiunto sempre più pagine, al principio in maniera spontanea, fino a quando non mi si è formata un’idea sempre più chiara della storia che volevo raccontare e di come sarebbe finita. All’inizio volevo solo raccontare una storia che mi piacesse, creare un mondo simile a quelli di cui avevo letto tante volte. Ma poi, quasi contro la mia volontà, mi sono trovato a scrivere di cose che sentivo di dovere includere in questa storia, cose che sentivo e che toccavano la mia sensibilità e che hanno costituito le basi per alcuni elementi per la caratterizzazione del protagonista e del mondo e i personaggi che lo circondano, tra cui il tormento interiore di Keith e il suo rapporto con la società, una società distopica in un futuro non troppo lontano che vediamo attraverso i suoi occhi. Sono tutti aspetti che ho sentito di dover includere a discapito del mio desiderio di scrivere semplicemente una storia d’evasione, lontana dal mondo di tutti i giorni. Ti dicono sempre che una storia funziona meglio quando scrivi di qualcosa che conosci, di cui hai un’esperienza diretta. Io ho trovato che scrivere di ciò che si conosce vuol dire mettere nella propria storia qualcosa che ci tocca, che fa parte di noi e che farà sì che dalle parole che scriviamo si sprigioni la passione che proviamo per quella storia. È questo che ho sentito quando ho iniziato a scrivere di questi aspetti. Ed è per queste cose che volevo comunicare che ho scritto questo libro, questa storia anche se, quando ho iniziato, ancora non lo sapevo.

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