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Aggiornamento

Tu che faresti al mio posto? Leggi prima la mia storia. Quando Bea arriva alla piazzetta è puntuale, eppure Paolo è già lì. Sta tirando un calcio a una foglia e smette appena si accorge della sua presenza. “Buongiorno, Signora Savoldi. Grazie per essere venuta.” Glielo dice tutto d’un fiato, temendo di perdere, parlando piano […]

Tu che faresti al mio posto? Leggi prima la mia storia.

Quando Bea arriva alla piazzetta è puntuale, eppure Paolo è già lì. Sta tirando un calcio a una foglia e smette appena si accorge della sua presenza.

“Buongiorno, Signora Savoldi. Grazie per essere venuta.” Glielo dice tutto d’un fiato, temendo di perdere, parlando piano e scandendo le parole, quel poco di coraggio che è riuscito a racimolare per l’appuntamento con lei.

Ma lei non ricambia il suo sguardo, né il suo saluto. Si guarda intorno e poi: “Sediamoci su quella panchina.”

Il ragazzo la segue e si fa forza. Il freddo della frase che lei ha pronunciato con una voce che lui non riconosce ha abbassato ancora di più la già debole fiammella del suo coraggio.

“So che mi ritiene responsabile dell’incidente e forse ha ragione… o forse no.” Si strofina le mani sulle cosce e il tessuto dei suoi jeans sfrigola come le foglie secche a terra. “Il fatto è… che non so di preciso perché sono finito fuori strada! Era buio, la strada era poco illuminata… ma le assicuro che non avevo bevuto!”

Si ferma un attimo, aspetta una reazione da parte di Bea, una qualunque, ma lei rimane in silenzio e guarda davanti a sé. Come se Paolo non avesse ancora parlato.

“Credo di aver visto, all’improvviso, due occhi luminosi sulla strada, a pochi metri davanti alla mia macchina e nello stesso istante Davide ha gridato: attento! Io, invece di frenare, forse ho deviato verso destra poi… lo schianto.” Ora sposta le mani fra i suoi capelli già arruffati e si alza in piedi. Si gira a guardarla. Lei è sempre lì, sguardo fisso, mascelle contratte, neanche sembra respirare. Paolo si siede di nuovo accanto a lei.

“Mi sono risvegliato in ospedale, dopo due giorni di coma, con diverse contusioni. Solo dopo quattro giorni, finalmente, mi hanno detto la verità.” Fa una piccolissima pausa poi: “…che… Davide era morto.”

Le ha appena sussurrate, le ultime, tremende parole, sicuro che lei non le ha sentite.

Ma non è così. Sta strizzando gli occhi, finalmente il primo segno che non è diventata una statua del parco.

Paolo si alza di nuovo in piedi e agita le mani: “Lei non sa quante volte, in questi mesi, ho cercato di chiamarla! Per chiederle perdono! Io stesso non ci sono ancora riuscito… a perdonarmi, voglio dire. Non riesco a farmene una ragione. Perché non ho frenato? C’era davvero un animale fermo, in mezzo alla strada? E’ stato il grido di Davide che mi ha mandato in confusione? Non lo so!” Allarga le braccia. “Quello che so è che ho perso il mio migliore amico, un fratello, che forse è morto per colpa mia.”

“Perché mi hai telefonato ieri?”

La sua voce è metallica e continua a non guardarlo.

Il ragazzo si gira verso di lei. “Perché ho visto il suo sguardo… quando le è venuto l’istinto di investirmi. E vi ho letto il mio stesso dolore.” Si ferma, fa due respiri profondi, si arruffa di nuovo i capelli. I suoi riccioli sono diventati una matassa ingarbugliata. ” Davide non lo riavremo più, lei forse non riuscirà a perdonarmi, però… forse… noi due insieme… possiamo fare qualcosa per ricordarlo. Almeno.. possiamo dare un senso al nostro…dolore.”

Lei si gira e lo fissa negli occhi. Poi aggrotta le sopracciglia e scuote la testa. “No. Non è possibile. Ogni volta che ti guardo non riesco a fare a meno…”. Ritorna a guardare davanti a sé, la schiena rigida, le mani in grembo.

“… di chiedersi perché è toccato a Davide e non a me” continua lui al posto suo. Di nuovo un sussurro. Lieve come la foglia che si è appena staccata dal ramo sopra di loro.

Bea si alza di scatto, come se avesse visto un pericolo davanti a sé. Sta ferma un attimo, sta valutando cosa fare. Alla fine si allontana con passi veloci. Paolo rimane seduto, prende quella foglia da terra e la sbriciola con entrambe le mani.

(tratto da “Ti scrivo per abbracciarti”)

Sono Beatrice Savoldi e questo è ciò che è avvenuto quel giorno, quando ho incontrato dopo tanti mesi dall’incidente il miglior amico di mio figlio. E questa è stata la mia reazione. Tu…che avresti fatto al mio posto?

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