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Aggiornamento

Ho un fastidio piccino nella tastiera e due lettere, la “t” e la “j”, che sono saltate su, come spinte da una molla invisibile,, e per riuscire a far che scrivano il loro suono, ci vuole davvero tutta la pazienza mia. Che però c’è ed è robusta assai. Per questo invece che “janas”(come è il […]

Ho un fastidio piccino nella tastiera e due lettere, la “t” e la “j”, che sono saltate su, come spinte da una molla invisibile,, e per riuscire a far che scrivano il loro suono, ci vuole davvero tutta la pazienza mia. Che però c’è ed è robusta assai. Per questo invece che “janas”(come è il nome in sardo) parlerò di fate, anche se, come in un gioco ironico di labirinto, ecco presentarsi la “t” che sembra dirmi, ridente, puoi fare a meno, un poco della “j”, ma io, la piccola “t”, cara la mia bella, sono necessaria come il pan del giorno… Eh già, dimitto auricolas e torno di seguito qui a parlar di fate. Sì, sì le fate che vivevano in piccoli, strani coni di pietra ed erano gelose della loro bella solitudine, le fatine solitarie per come le raccontano le storie popolari che io ho letto, d’un fiato, in un bel libro di Gino Bottiglioni, glottologo carrarese che visse, due secoli orsono, a lungo nella bella isola sarda, la conobbe e la amò…
Devotissime al Signore e di manualità e arte sorprendente, esse , capaci di cucinare, tessere, cucire e ricamare come fate (appunto) vivevano appartate, lontane dal mondo, piccole colorate eremite a modo loro, regalando a chi le incontrava o aveva la ventura di vederle la loro dolce grazia, invisibile ai più. E mentre leggevo Bottiglioni, d’un tratto, ebbi la certezza di averla vista io pure una jana sarda. Nel vento di ponente, trasportata in fulmine nel mio passato, m’appare Annedda, occhi grigi, profondi, sofferenti, alta, ossuta, al collo la Croce d’oro del suo battesimo e nulla più. In mano tiene una camiciola bianca e tutta plissettata stretta stretta, ogni piegolina un bacio d’angelo: è la camicia del costume maschile barbaricino che ha confezionato, ago, filo e dita, lei sola in casa forse per suo marito non lo ricordo. Splende nel candore bianco il capo di vestiario e lei, silenziosa, lo porge a mia madre e dice solamente: “Così le vuole?”. L “o” è stretta stretta, ma grande è il cuore di Annedda, una piccola-grande jana sarda…

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