Le luci accecanti del palco, il boato del pubblico, l’adrenalina. Per Ludovico, Sofia e Matteo tutto questo è un sogno che si avvera. Dalla band amatoriale del liceo alla fama mondiale dei Nananda, sono rimasti sempre insieme, impedendo al successo di cambiare il loro carattere e la loro amicizia. Amano ancora il bar che frequentavano da ragazzi e appena possono si ritirano in Salento, la loro terra d’origine.
Ma Ludovico e Sofia sentono incombere delle nubi sulla loro felicità, eventi del passato che si riverberano sul loro presente, violenti e incontrollati. Hanno una sola certezza: la musica li potrà aiutare a guarire, ma solo se rimangono insieme.
Prologo
Darò tutto quello che ho attraverso questa penna. Non mi tirerò indietro, sarò generoso.
Mentre scrivo, a venti minuti dal matrimonio, la sposa è sparita. La stanno cercando ovunque, tra l’imbarazzo e il panico che crescono come uno schizzo di inchiostro sul velluto.
Stop. Torniamo indietro di venti minuti.
La vita sta scorrendo nelle strade delle periferie del mondo e delle grandi città.
Sofia, chissà ora chi comprende il tumulto che l’anima tua urlando crea. Si stanno generando tempeste, inondazioni in te. Impazzisci e sei sconvolta, non sai cosa fare. Sei di fronte allo specchio e manca poco ormai al matrimonio.
Attraverso questa penna, sta scrivendo dio, e questo “io” è solo un tramite. Scorrono le parole come scorre la luce che illumina questa storia, dando vita ai personaggi che ora parlano anche con voi. La luce fa brillare la stanza in cui la giovane presenzia di fronte all’ampio specchio ed entra gentile nella grande vetrata. È pronta; è bellissima mentre cugine e zie le fanno i complimenti.
Sua cugina Maria, però, è in silenzio. Sua cugina Maria, rientrata da Milano per il matrimonio e con un’anima così affine alla sua, sente che qualcosa non va nella ragazza. Non un semplice tremare, un’ansia fisiologica che precede un così grande passo. Maria nota che tra la clavicola e lo sterno di Sofia si intravedono le ossa in modo troppo, troppo accentuato. Quella vita è troppo stretta e i suoi fianchi sono quasi ossuti, nonostante la grazia della giovane sia sempre la stessa, così come immutata ne resta la bellezza.
Qualcosa non va.
Sofia chiude gli occhi, prende un profondo respiro e sente che dentro di sé qualcosa sta per esplodere. In un attimo, le appare vividissima, nella mente, la visione di lei a quattro anni che suona il pianoforte, libera. Guardandola, ci trova un’immensa e calda sensazione d’amore. Vorrebbe entrarci dentro e salvarsi per sempre.
Pensa a suo zio Tony, e poi torna a quella visione, che non è un desiderio, ma il senso profondo di un’esistenza, l’unico motivo per vivere.
Pensa agli abbracci nella giovinezza e alle lacrime di gioia. Non riesce a togliersi dalla mente quella bambina e quella gioia elementare. Nell’immagine di sé da bambina, la sensazione di essere l’eterno.
Non il frutto di un’infanzia particolarmente felice o di un’idealizzazione romantica della stessa. L’assoluta protagonista di questa vicenda scoperse la visione di dio nella primavera dei suoi quattro anni e in quel momento spalancò gli occhi e disse: “Sono nel mondo ma non del mondo”. Bastò questo: un infinitesimo di consapevolezza di ciò che davvero fosse, o qualcos’altro.
Sono stupida, aveva ragione mamma, le dice una voce nella sua testa, ma quel tumulto è più forte e tempeste stanno inondando la sua psiche, tanto che l’io non può più nulla e il suo tentativo di sottrarsi è vano.
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Chi sono? si chiede. Che importa quando l’anima esce fuori? In questo naufragio, in questo sconvolgimento interiore, sente che più la sensazione dell’eterno che provò da bambina si fa strada in lei, più crolla ogni parte del suo io. Più prova terrorizzata a controllarsi, più ogni cosa le esplode dentro. È convinta che quell’immagine di sé da bambina stia per ucciderla, ma la sta salvando.
Ciò che deve accadere accadrà, perché è già accaduto. Tra l’esplosione in lacrime davanti a tutte e il ritruccarla alla buona, in fretta, passano dieci minuti.
«Perdonatemi, era solo paura.»
Le presenti restano attonite e le più preoccupate sono la madre e sua cugina Maria: la prima per la figuraccia che rischia di fare se il matrimonio dovesse saltare, la seconda per il dolore più profondo che ha intravisto nella ragazza.
«Vado un attimo in bagno, lì c’è più luce. Torno subito.»
I bagni sono solitamente meno luminosi dei saloni con grandi vetrate, specialmente alle dieci di mattina. La giovane entra e fissa lo specchio. Lo specchio riflette un’elegante vasca da bagno, delle ottime boccette di profumi, ma non Sofia.
Sofia è sparita.
Le dovute presentazioni prima di avventurarci
in questo viaggio
Questa storia parte così, come in un film di serie b in cui la sposa fugge dal matrimonio. Mentre scrivo, Sofia sta fuggendo. Lasciamo che compia il suo destino, abbiamo qualche minuto per conoscerci prima di andare a riprenderla.
Se dovessi dare una collocazione geografica – non importante, perché la mancata sposa si muoverà tanto –, ambienterei questa storia nel basso Salento. Mi immagino poi una giornata assolata di luglio e gli invitati che si asciugano la fronte al sole.
Se dovessi dare un nome a me che scrivo, sarebbe Ludovico Bernini: ho da poco concluso l’università e sono un musicista. Anche Sofia lo sarebbe: vedo inoltre che è dotata di orecchio assoluto e che è un’ottima pianista.
Scorro le foto del mio telefono; mentre mi trovo con gli invitati fuori dalla casa, nell’attesa di muoverci verso la chiesa per il matrimonio, ne scopro una in cui ho la chitarra in mano: sono un chitarrista.
Il vetro del cellulare riflette il mio viso: ho i capelli di uno strano colore, un biondo che tende al rosso. Faccio parte di quella piccolissima percentuale di persone al mondo che ha questa peculiarità.
Percepisco, inoltre, di condividere con un’ancor più piccola percentuale di persone un’altra caratteristica, o meglio un’attitudine, una consapevolezza: io so.
Ecco, tra le foto, un altro ragazzo che suona con noi: si chiama Matteo Bruno ed è un batterista.
Mentre la penna dipinge i contorni di questa storia, mi guardo attorno e mi chiedo: sono io a immaginare tutto questo o sono io stesso quello immaginato? I personaggi continuano a prendere vita – parlano tra di loro, scherzano, soffrono questo caldo cocente – e tutto mi sembra così reale.
La giovane intanto è riuscita a entrare in auto; sta cercando di infilarci dentro l’abito prima di chiudere le portiere e mettere in moto.
Trema. Per capitombolare dal bagno al piano di sopra sino al piano terra, ha dovuto arrampicarsi sul ramo di un albero che dava sulla finestra e si è graffiata. La vedo in lacrime e con l’abito sporco di sangue: nulla di grave, ma questo mi fa intuire che la storia avrà anche contorni drammatici.
Mentre lei piange e trema, anche io – che sono fuori e non so nulla di quello che sta accadendo – sento qualcosa che mi stringe il cuore: sono legato a questa giovane più di quanto possa immaginare.
Cerco di immaginarne i lineamenti e scopro che è un personaggio di un libro ancora da scrivere, a cui non è stato ancora affibbiato un cognome. La vedo combattere per la piena espressione di sé e sento che Gobetti potrebbe starle bene. Sì: Sofia Gobetti.
La mia attenzione viene dolcemente rapita dallo schermo, ora nero, del cellulare nella mia mano. Mi tradisce un sorriso; per un motivo che non so spiegare, so che sarà lei a chiamarmi a breve.
Ora sono davvero dentro la storia e non riesco a comprendere chi è che mi ha creato e quale funzione assolvo. Sono il personaggio di un libro? Parlo e quindi sono anche l’io narrante: farò un respiro profondo e accetterò il fatto che devo entrare in questa storia.
Tutto sembra così reale, eppure cos’è davvero reale se quello che sta accadendo io lo conosco già? Il sudore sulla fronte di quell’uomo a pochi passi da me, il suono delle campane in lontananza, il cinguettio degli uccelli. Le lacrime che sta versando ora Sofia. Cosa è reale? Lei piange ed è libera da tutto questo, piange perché si è svegliata e sta scappando, non le sembra vero.
Tutto questo: le violenze subite, il sentirsi incatenata nei modi di pensare dei parenti, nelle regole autoimposte, nella sensazione di essere miserabile. Sofia piange ed è viva, questa storia può partire ora.
Io sono qui, nell’eterno. Questo libro può essere scritto al presente o al passato, non importa. Qualcosa si è aperto ora e questa liberazione, che doveva avvenire alla fine del libro, ve la ritrovate qui: risplende all’inizio.
Le tribolazioni, le sofferenze, le prove da superare. I rischi e le ferite. Sofia è già andata oltre tutto questo e fin dall’inizio del libro è libera. Siamo liberi.
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