Nelle strade antiche di Catania, un assassino risveglia l’incubo del martirio: le sue vittime sembrano scelte seguendo un rituale oscuro, ispirato a una fede distorta e spietata. A indagare è un ispettore ormai stanco, schiacciato dal peso degli anni e dei propri fallimenti, costretto a confrontarsi con un male che sembra parlare la lingua della redenzione.
Tra chiese dimenticate, simboli sacri e ombre che affiorano dal passato, la verità diventa un labirinto dove colpa e giustizia si confondono. E nessuno – nemmeno chi indaga – può dirsi davvero innocente.
Prologo
Esterno, colpo d’occhio di tutta la piazza, rigorosamente in stile barocco, con al centro la fontana con l’elefante, o come abitualmente lo chiamano qui a Catania U Liotru, l’animale che ti guarda quasi sorridendo con il suo obelisco piazzato sulle possenti spalle del quale sembra non avvertire il peso, e, a seguire, la costruzione e l’imponenza della sua facciata, opera del Vaccarini, si ribadisce in puro barocco siciliano, unica nel suo genere e in questa parte di Sicilia dove la pietra lavica, da sempre, viene sapientemente mischiata al vario materiale per costruzioni; tutta la provincia etnea è piena di chiese, monasteri, templi che riportano questo particolare stile. All’epoca furoreggiava il tufo, il marmo, il travertino, tutti materiali che oggi non vengono quasi più utilizzati. Varcata la scalinata e il grande portone si viene subito colpiti dalle forti differenze presenti all’interno del tempio. Colonne laviche che si alternano a quelle in marmo, pavimento intarsiato intervallato da scavi che riportano alla luce basi di antiche colonne con il substrato di quello che è stato il pavimento della vecchia basilica paleocristiana e di quello che era l’ingresso delle terme Achilliane. Ai lati della navata centrale si possono ammirare le sepolture di uomini illustri e alle pareti i vari affreschi e quadri di autori dei secoli precedenti che ripercorrono le vite dei santi, il martirio di Cristo e, soprattutto, quello della patrona della città, sant’Agata. Stiamo entrando nel Duomo di Catania, quella che i cittadini etnei considerano la chiesa per eccellenza.
Il Duomo a quest’ora è semivuoto, dentro soltanto poche donne, molte anziane, alcune solitarie assorte in preghiera o in chissà quali altri pensieri, altre, accomodate sulle panche ai bordi dell’imponente navata, discutono fra loro chi a bassa voce chi con toni un po’ più accesi, magari stanno spettegolando della vicina di casa o parlano delle loro beghe familiari o di quello che accade nei quartieri che, proprio a ridosso del Duomo, sono popolosissimi, abitati da un crogiolo di varia umanità; vi trovi tutti i ceti sociali, dall’operaio all’impiegato, dal ladruncolo all’insegnante, dal poliziotto al mafioso, non si sente ancora parlare di quartieri cosiddetti “ad alta densità criminale”, ovverosia di quelle zone da evitare che distinguono ogni città; il popolo è, nonostante tutto, ancora omogeneo.
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Le donne, comunque, aspettano la messa serale e il loro borbottio pervade la chiesa a quell’ora illuminata soltanto dalla fioca luce delle candele. Nella semioscurità si intravede anche la presenza di qualche uomo, magari un peccatore in vena di redenzione o qualcuno che sente freddo e preferisce ripararsi all’interno della chiesa, siamo a gennaio inoltrato e, nonostante ci troviamo in Sicilia, il freddo in questo periodo inizia a farsi sentire, specialmente la sera.
Il brusio si interrompe di botto, qualcuna delle donne specifica: «Muti, muti, sta passannu u parrinu!». Sta passando il sacerdote che indossa i paramenti, è preparato a officiare il rito serale, la messa vespertina.
Transitando per il corridoio centrale della navata assieme ai suoi assistenti l’uomo percepisce la deferenza dei presenti nei suoi confronti e, passando accanto ai tanti confessionali, tutti in legno finemente decorato con soggetti sacri, nota che uno è occupato, esattamente quello posto davanti alla sepoltura del cardinale Francica Nava, uno dei più vicini all’altare maggiore; in quel momento, il suo pensiero va a tutte le confessioni che ha sentito durante la sua carriera e, di riflesso, ai segreti di cui è composto l’animo umano che egli, a causa del suo ufficio, ha imparato a conoscere molto bene. Qualcuno in quel momento è dentro a quel confessionale e sta lavandosi l’anima, sta confessando i suoi peccati: «L’ho conosciuto a scuola è un po’ più grande di me, non so nemmeno come si chiama… non capisco cosa mi sia successo, padre… mi sono donata a lui… con tutta me stessa…».
Dall’altra parte il confessore sente le parole di chi sta confessando, è una ragazzina, l’uomo sembra comprendere che questa, proprio perché troppo giovane, non ha idea di quello che sta rivelandogli: «Perché l’hai fatto? Adesso cosa penseranno di te i tuoi genitori? Persone che io conosco da sempre come conosco te, del resto, che ho visto crescere nella nostra comunità. Tu che hai interpretato le sante nelle processioni, cosa ti ho insegnato durante tutti questi anni riguardo al peccato, riguardo alla tua femminilità che vuole irrompere a ogni costo, non ti ho forse insegnato a dominare i tuoi istinti?».
Il tono del religioso si fa via via più grave, la ragazzina comprende il disappunto del prete, ma non sembra preoccuparsene più di tanto, anzi, sorridendo celatamente continua nella sua confessione, sembra divertita all’idea di quanto sta riferendo a quel sant’uomo, scendendo nei particolari del suo incontro, riuscendo perciò a scandalizzarlo con le sue parole; o almeno così crede: «Lo so, padre, lo so! Il peccato mi ha umiliato, ha intaccato la mia anima… mi ha sporcato la coscienza. E poi… dentro di me porto il seme di questo sconcio! Mi è piaciuto, sì! Mi è piaciuto tantissimo, lei non ha idea di cosa ho provato… è stato bellissimo… ma adesso sono qui per chiedere perdono, pietà per i miei peccati. Lei mi conosce bene, no? Sa di cosa sono capace quando… e poi chi dice che il bambino non è di chi sappiamo noi?».
Intanto la messa serale è già iniziata. La confessione di questa gravidanza turba il sacerdote che sente il bisogno di interrompere la cosa, esce dal confessionale e prende per mano la ragazzina la quale mantiene ancora quell’espressione divertita, sa che lei, già una piccola donna per la sua età, non riuscirà mai a controllarsi, a fermarsi, a frenare i suoi istinti; è affetta da un grave disturbo della personalità, una eventuale perizia psichiatrica in quest’epoca le diagnosticherebbe una grave forma di ninfomania.
Quanto accadutole infatti è purtroppo conseguenza dei suoi comportamenti, la bambina, perché è di questo che si tratta, dovrebbe essere curata, dovrebbe trovarsi al cospetto di un dottore, ma sappiamo benissimo che per gli standard di questo periodo storico verrebbe immediatamente rinchiusa in un manicomio. Invece si trova in una chiesa, anzi, nella chiesa per eccellenza, il Duomo, luogo dove ha deciso di confessare a quell’uomo il suo ennesimo e inconsapevole peccato, del resto lo ha già fatto molte altre volte. Una sorta di terapia, che potrebbe comunque dare un po’ d’aiuto alla ragazzina, è rappresentata proprio dal confessare quanto compiuto o, almeno, di poterne parlare con qualcuno capace di comprendere il suo stato, del resto un prete, specie a quei tempi, riveste parecchi compiti in determinati ambiti.
I due giungono in sagrestia: «Finirai per strada! A fare la prostituta! Solo così placherai le tue voglie, lurida cagnetta, e questo tuo frutto? Questa tua sventurata creatura? Questo bastardo! Finirà in un orfanotrofio? Non c’è castigo che tenga per una poco di buono e schifosa come te!». Il tono del sacerdote mano mano assume una connotazione lasciva che non ha più nulla di paternale. «Hai già pensato di liberartene vero? Ci sono tanti modi… uno, credimi, sarebbe molto piacevole per entrambi… sì, non ho dubbi, sarebbe delizioso…» L’uomo non proferisce quelle parole con un tono di voce tale da rimarcare il rimprovero, no! Lui queste parole le sta sussurrando all’orecchio della ragazza mentre la tiene stretta a sé e sta iniziando a palparla: «Sì! Liberartene, perché è questo quello che faremo, vero, troietta? Non preoccuparti ci sono tanti metodi… adesso debbo decidere che tipo di assoluzione darti… la giusta punizione per i tuoi luridi peccati… vediamo oggi come posso punirti e poi sai che la punizione piacerà anche a te… eccome se ti piacerà!». E lei, invece di reagire con timore per la squallida situazione venutasi a creare, sembra affascinata da quella vicinanza maschile nonostante l’età avanzata dell’uomo, anzi è proprio eccitata; non è colpa sua, il disturbo di cui soffre la sta sopraffacendo e la porta a comportarsi così, a ricambiare le carezze dell’uomo. Quell’uomo questo lo sa e le ha già messo le mani nei posti giusti, ancora acerbi ma adatti allo scopo nella sua mente malata.
Alessio Poidomani (proprietario verificato)
All’ombra della Vetere di Orazio Morando è un romanzo che si muove con passo sicuro tra memoria, identità e paesaggio, riuscendo a trasformare un luogo in una vera e propria coscienza narrativa. La Vetere non è soltanto uno sfondo geografico: diventa presenza simbolica, punto di riferimento silenzioso ma costante, capace di influenzare i destini dei personaggi e il ritmo stesso della storia.
La scrittura di Morando è misurata, elegante, attenta ai dettagli senza mai scadere nel compiacimento descrittivo. Ogni frase sembra cercare un equilibrio tra introspezione e racconto, tra ciò che viene detto e ciò che resta sottinteso. È proprio in questa capacità di suggerire, più che di spiegare, che il romanzo trova una delle sue maggiori forze. Il lettore è invitato a entrare lentamente nel mondo narrato, a sostare, a osservare, a riconoscersi.
I personaggi sono tratteggiati con grande umanità: non eroi né figure esemplari, ma uomini e donne attraversati da dubbi, rimpianti, desideri spesso inconfessati. Morando riesce a restituire con autenticità il peso del passato e il modo in cui esso continua a proiettare la propria ombra sul presente, senza mai indulgere nel sentimentalismo. Le vicende personali si intrecciano con una dimensione collettiva, dando al romanzo una profondità che va oltre la singola storia narrata.
Un altro elemento di grande pregio è il rapporto con il tempo: All’ombra della Vetere procede come un lento affiorare di ricordi, in cui passato e presente dialogano continuamente. Questa struttura conferisce al testo una qualità quasi meditativa, rendendo la lettura coinvolgente e, al tempo stesso, riflessiva.
In definitiva, il libro di Orazio Morando è una lettura intensa e raffinata, capace di parlare al lettore con voce pacata ma persistente. Un romanzo che lascia il segno non per effetti eclatanti, ma per la sua coerenza stilistica, la profondità emotiva e la capacità di trasformare un’ombra in una luce discreta, ma duratura, sulla condizione umana.
Giovanni Pitti (proprietario verificato)
Una storia che tiene il fiato sospeso; che l’autore sia un esperto investigatore appare palmare evidenziando anche il lato oscuro umano. Davvero un racconto interessante. Giudizio finale: ottimo.
Maria Rosaria Restuccia (proprietario verificato)
Atmosfera noir come la pietra lavica di Catania, personaggi ben caratterizzati, storia avvincente e sostenuta da impagabili frasi e modi di dire in dialetto catanese. Davvero un bel libro.
Fausto Pietro RICCA (proprietario verificato)
All’ombra del Vetere è un romanzo poliziesco. Il romanzo combina il mistero con la comprensione psicologica e una forte ambientazione locale. La storia è ben scritta da Orazio Morando e l’indagine è più di un tentativo di identificare il colpevole, poiché è un’indagine sul lato oscuro della mente degli individui. La storia è basata su un reato che sconvolge la placida apparenza della comunità.
L’autore trascina il lettore in una trama molto ben strutturata fin dall’inizio, con indizi, sospetti e sorprese che mantengono alta la tensione fino alla fine. Mantiene un ottimo controllo dei meccanismi di base del romanzo poliziesco. Fornisce fatti chiari e rivelazioni avvincenti che mantengono la storia avvincente.
Tra gli aspetti più impressionanti del libro c’è l’ambientazione narrativa: il Vetere non è un semplice luogo, ma un’entità simbolica, che rimane costante e influenza il comportamento dei personaggi. Tensione e oscurità creano una sensazione di paura fino alla fine della narrazione. I personaggi sono realistici ed è interessante il modo in cui vengono descritte le loro debolezze e contraddizioni. Il personaggio principale è una persona molto complessa, il che rende la storia più interessante sia a livello personale che nelle indagini.
In sintesi, “All’ombra del Vetere” è un giallo di prim’ordine che tiene incollati gli amanti del genere, con una trama avvincente. È un libro che spinge il lettore ad esaminare le cose così come appaiono, a guardare oltre le apparenze e ad interrogarsi sui lati oscuri nascosti (le ombre) che possono nascondersi nelle persone e nei luoghi che abbiamo conosciuto per tutta la vita.