«Ludovica? Ludovica, dove sei?»
La voce di mamma arriva dalla finestra, per poi dissolversi nelle onde sonore del vento.
«Arrivo.»
Con poca agilità mi alzo, facendo attenzione a dove metto i piedi mentre rientro dalla finestra della camera.
«Eccomi, mamma, cosa succede? Che ci fai qui?»
Lei apre le braccia come se la risposta fosse davanti ai suoi occhi.
«Sono venuta a darti una mano. Sono due settimane che ti sei trasferita e ancora devi disfare la metà degli scatoloni.»
Sposto lo sguardo sulla stanza in disordine alle spalle della mamma, consapevole del lavoro che devo ancora fare.
«Hai ragione, grazie. Ma le chiavi di casa te le ho date per le emergenze, non puoi entrare a tuo piacimento.»
Mamma mi sorride intimidita, colpita in pieno dalla mia osservazione.
«Hai ragione, scusami. Ma devo ancora abituarmi a questo cambiamento.»
Facciamo entrambe un passo avanti, nello stesso momento, per un abbraccio consolatore; poi ci dirigiamo nell’ampio salone.
Gli scatoloni sono adagiati uno sopra l’altro nell’angolo tra il divano e l’enorme finestra che dà sul giardino interno.
La casa è ancora del tutto spoglia, solo le poche cose essenziali per la sopravvivenza sono ben ordinate al loro posto.
Mentre cerco di collocare mentalmente i vari oggetti che tireremo fuori, mamma mi prende alla sprovvista con le sue domande.
«Allora, sei pronta per domani?»
Inizio a muovermi nel salotto facendo finta di sistemare alcune cornici, e soprattutto dando l’impressione di non aver sentito.
«Allora?»
«Un po’ nervosa, ma sono pronta. Certo, non è il lavoro dei miei sogni… però come inizio non è male.»
Non è vero, sono terrorizzata. La verità è che i cambiamenti mi stravolgono, mi spaventano. Li avverto dentro, a un livello che va oltre la mente, quasi come se ogni cellula del mio corpo fosse in allerta. L’ansia è un peso fisico, un fardello che non se ne va mai, che mi tiene incollata al presente con una morsa invisibile che stringe sempre di più.
Sono stanca, ma anche irrequieta. La testa sembra più pesante di tutto il resto, le tempie pulsano incessantemente, come se battessero al ritmo del mio malessere. È un battito che non mi dà tregua, che mi ricorda che non riesco a liberarmi da questa sensazione di fatica che mi accompagna. Voglio trovare un rifugio, ma la mia mente è un campo di battaglia senza una via d’uscita.
L’idea di dover conoscere altre persone, di dover interagire, mi mette a disagio come una stretta al petto. Ogni parola, ogni gesto diventa una prova che non so affrontare, una maschera che non riesco a indossare con naturalezza. E lei lo sa bene. Sa cosa mi provoca tutto questo, lo sente anche senza parole, eppure mi sembra che ogni volta mi spinga un po’ di più verso il baratro.
E adesso, inizio a pensare che quello che dice, quel voler “aiutarmi a disfare i bagagli”, non sia altro che una scusa ben congegnata. Una giustificazione per allontanarsi un po’ di più, per non dover affrontare ciò che c’è davvero. Forse, il bagaglio che davvero dovrei disfare non è quello fisico, ma tutto ciò che mi tengo dentro e che non riesco più a portare.
«Dai, Luca lo conosci da una vita e sai che è una persona in gamba e molto professionale. Inoltre lavorerai in una delle scuderie più famose d’Italia e per un pilota altrettanto importante! Vedrai che andrà bene.»
Alzo la testa e incrocio lo sguardo di mia madre.
Le sorrido costringendomi a essere il più sincera possibile, a credere che abbia ragione.
Per quanto io e lei possiamo somigliarci fisicamente, dai capelli ambrati agli occhi color cioccolato e alle fossette sulle guance quando ridiamo, abbiamo caratteri del tutto diversi.
Lei solare e positiva, io introversa e incazzata sempre con il mondo che mi circonda.
Comunque, dire che conosco Luca è una bella cavolata per cercare di calmare i miei mostri: ci siamo visti in occasioni sporadiche di qualche cena di ricorrenza, lui insieme alla sua ordinaria e composta famiglia e io in disparte con i miei amati libri fra le mani.
Le nostre famiglie si conoscono da tempo, mio padre in passato ha lavorato presso la ditta edile del papà di Luca, si frequentavano spesso, ma io ero già abbastanza grande per restare rintanata in camera immersa nei miei libri mentre lui sempre impegnato in pista per allenamenti a mio parere strazianti.
Avremo scambiato due parole al massimo.
«Ma sì, mamma, stai tranquilla. È solo un po’ d’ansia per il primo giorno.»
Lei abbassa lo sguardo prendendo il servizio di piatti nuovo dell’Ikea.
«Questo dove lo vuoi sistemare?»
E come se nulla fosse, o forse per non aumentare la mia apprensione, cambia discorso.
«Io direi di riporlo nella credenza. Lo userò quando avrò ospiti, per me e Ninfea non serviranno piatti così sontuosi.»
Mamma si guarda attorno nella stanza, come se si fosse improvvisamente accorta che manca qualcosa.
«Sì, certo… a proposito, dov’è? Non è venuta neanche a salutarmi quando sono entrata. Ninfea? Ninfea?»
Da lontano sentiamo il rumore di un balzo, e poi quello di piccole zampette che ticchettano sul parquet color mogano.
Dopo qualche secondo il suo dolce e tenero musetto a macchie bianche e marroni fa capolino dalla porta del salone; mamma rimette i piatti nello scatolone e la prende in braccio.
«Ecco la principessa di casa! Dov’eri, che non ti trovavo? Ma soprattutto chi è il cagnolino più bello del mondo?»
Mentre Ninfea inizia a leccare la guancia di mia madre, io ne approfitto per versarmi un bicchiere d’acqua.
«Era sul tetto insieme a me. Bella acciambellata al sole.»
Mamma scuote la testa contrariata.
«Cosa ci troverete di divertente a salire sui tetti, ancora non lo capisco.»
Mi avvicino a loro per abbracciarle.
Alessia Sacchitella (proprietario verificato)
Ci sono cose non forse non si vedono ma si percepiscono. A volte la vita sembra sfuggire via e non riusciamo a viverla a pieno, ma ci sono incontri che possono salvarci. Leggendo già l’anteprima mi sono innamorata di questa storia, e non vedo l’ora di continuare ad assaporare ogni parola, che si trasforma in immagini, vive di una ragazza che ha semplicemente bisogno, credo, di trovare il coraggio di cambiare prospettiva e vivere leggera.