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Il progetto Major Oak

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Un bot finanziario senziente in fuga dall’Agenzia Europea per l’Intelligenza Artificiale. Un clochard deciso a vendicare tutti gli emarginati del pianeta. Un vecchio miliardario che non ha mai smesso di desiderare altro denaro. Sullo sfondo, un progetto segreto capace di sconvolgere l’equilibrio economico mondiale, che rende la ricerca della verità sempre più pericolosa.

A guidarvi in questa corsa contro il tempo, Emma Oldman e l’ispettore Mano Malatesta: due figure complesse e contraddittorie, costrette a muoversi sul confine sottile tra legge e caos, in una storia che sfida la realtà e la supera.

1. Emma

Bruxelles, giugno 2027

Emma si trovava in una stanza buia. Le pareti erano di metallo, lei le colpiva con i pugni creando un rumore assordante simile a quello delle campane. I pensieri che affollavano il suo viaggio onirico erano neri, scuri come quella scatola di ferro. Si sentiva in trappola, le mancava l’aria e la libertà. Mentre cercava disperatamente una via d’uscita, il soffitto iniziò a scendere, sempre più giù, ormai le toccava la testa. Tentava di bloccarlo con le mani ma aveva l’impressione di combattere con una pressa industriale. Lo spazio che le rimaneva era esiguo, sentì l’orecchio schiacciarsi come una noce, poi un dolore lancinante e il buio.

«Aiuto!» urlò mettendosi le mani nei capelli. Era ancora nel dormiveglia, respirava a fatica, ansimando. Si guardò intorno: era nel suo letto. Solo un incubo, un maledetto incubo, pensò stropicciandosi gli occhi. Poi si voltò verso il suo compagno che sembrava non aver sentito niente.

«Ryan, svegliati, ho avuto un incubo bruttissimo.»

Gli scosse il braccio.

Lui era immerso in un sonno profondo. Il cuore aveva i battiti ridotti, il respiro era rumoroso. Si raggomitolò nel lenzuolo e utilizzò il cuscino per coprirsi la testa. Emma tentò di scuoterlo premendogli le mani sulla schiena: niente da fare. Allora si sedette sul letto con le gambe incrociate. Cercò di rilassarsi da sola. Provò a respirare profondamente emettendo suoni delicati.

Sulla parete led scorrevano le immagini di una spiaggia deserta. Il mare era appena increspato e di sottofondo si sentiva il rumore delle onde.

Ryan era ancora nel dormiveglia, a godersi gli ultimi minuti di riposo. Emma lo lasciò lì. Per convincerlo a uscire dal bozzolo usò uno stratagemma.

«Buongiorno» ordinò con un semplice comando vocale.

La casa si svegliò, un piccolo robot dall’aspetto simpatico iniziò a muoversi velocemente nell’appartamento open space. Dopo pochi minuti l’aroma del caffè aveva inebriato l’aria. Qualche istante più tardi il pesce aveva abboccato e i profumi della colazione avevano trasportato Ryan Helton verso la cucina. Il tavolo in resina blu era vicino a una grande vetrata con una vista stupenda sulla città. La nebbia bassa trasformava Bruxelles in un mare bianco e i grattacieli spuntavano fuori come vette di montagne squadrate e luccicanti. Gli elicotteri della polizia federale sfrecciavano nel cielo grigio producendo un assordante rumore ritmico.

«Ryan, per favore, appena hai fatto colazione portami i vestiti in lavanderia. Le mutande, i calzini e le magliette lavali tu al self-wash.» Emma camminò verso la porta frugando di fretta nella borsa alla ricerca dell’auricolare che le permetteva di connettersi alla sua assistente virtuale da cui non si staccava mai.

Ryan aveva gli occhi persi di chi si è appena svegliato, lo sguardo smarrito fuori dalla grande vetrata, leggermente rasserenato dai vapori profumati del caffè.

Emma non lo amava ma le piaceva averlo lì con sé. Condivideva con lui l’appartamento, lo trovava molto servizievole, lo usava quando e come desiderava. Sopportava tutti i suoi difetti e apprezzava la sua totale mancanza di curiosità.

Uscendo si voltò per guardarlo. Lui era voltato dall’altra parte, il vapore del caffè disegnava il suo profilo in controluce. Lei fece un sospiro profondo, aprì la porta e se ne andò.

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2. Tod Guy

Bruxelles, giugno 2027

La mattina del 28 giugno 2027 lo smartphone del giovane ricercatore Tod Guy iniziò a starnazzare prima del caffè, situazione che lo mandava in bestia. Lui, prima della sua dose di caffeina, non voleva neppure respirare, non voleva rumori e tantomeno suoni invadenti. Apprezzava invece le delicate fusa di Whisky, il suo gattone color grigio topo.

Mentre si rigirava nel letto, con la coda dell’occhio intravide il mittente di uno dei messaggi: era James Mallmich. James era un collega e abitualmente arrivava al laboratorio in ritardo. Non era certo un tipo mattutino e quindi la domanda sorse spontanea: perché un messaggio prima delle otto?

Tod sbloccò lo schermo, aprì l’anteprima e condivise il contenuto dello smartphone sulla parete led. Lesse il testo. In un inglese strano e contratto il contenuto era più o meno il seguente:

Non lasciate che il mio impegno sia stato inutile.

Mentre si preparava il caffè iniziò a rimuginare. Perché quel messaggio? Perché a lui? E perché a quell’ora del mattino? O Mallmich si era rincoglionito oppure era qualcosa di urgente.

Tod aveva acquistato alla Patisserie Labraine le sue paste preferite, il rider gli aveva depositato il pacco davanti alla porta. Dentro c’erano un pain au chocolat e un croissant con la confettura di albicocca. Dal frigo prese il succo d’arancia, poi la vitamina D, il magnesio e le gocce di echinacea. Con due strappi di Scottex si fece una piccola tovaglia, con un altro strappo il tovagliolo. Con un comando vocale settò l’appartamento in modalità pulizia e tre piccoli robot silenziosi iniziarono ad aspirare e lavare i pavimenti in resina.

Preparò il cibo per Whisky, lo chiamò, gli fece quasi un minuto di coccole e gli consegnò la ciotola colma di croccantini. Mentre il micione sgranocchiava il suo pasto, Tod continuava a pensare al messaggio. Mangiava e pensava, beveva e s’interrogava, poi il gusto del cioccolato belga prese il sopravvento e Tod smise di pensare.

Il rituale della mattina non era finito: dopo aver fatto colazione sentì il bisogno di andare in bagno. Sbloccò lo smartphone e rilesse il messaggio di James Mallmich. Aveva qualcosa di inquietante, sembrava un biglietto d’addio.

3. Agenzia Europea per l’Intelligenza Artificiale

Bruxelles, giugno 2027

Emma era in ritardo anche quella mattina. L’ascensore del Pacific sembrava più lento del solito e i trenta piani quel giorno non finivano più. Aveva prenotato una corsa con Uber.

Uscì trafelata dalla porta del grattacielo e si guardò intorno: l’auto scura era già lì. La strada era pervasa dalle emissioni delle auto. Oltre la nebbia si intravedevano gli immensi schermi led che trasformavano i palazzi in giganteschi monitor. Le immagini da sogno delle pubblicità contrastavano con i giacigli di cartone dei clochard che invadevano i marciapiedi.

Emma schivò un gruppo di studenti con i pattini elettrici e salì a bordo chiedendo all’autista di fare presto. L’uomo annuì con un movimento impercettibile della testa. Nell’abitacolo una nenia orientale inondava l’aria di lentezza. Più lei l’ascoltava, più si sentiva stressata. Nonostante la musica lenta, il veicolo raggiunse Rond Point Schuman in pochissimo tempo. La strada era invasa dal traffico mattutino.

Emma, appena uscita dall’auto, sentì il sibilo di una freccia: era il suo smartwatch. Controllò il mittente: era Tod. Non lesse il testo, di lì a poco avrebbe incontrato il collega potendo parlare con lui di persona.

Si guardò intorno, per fortuna non c’erano i soliti tafferugli, tanta polizia ma niente manifestanti. Si saranno presi un giorno di riposo, pensò mentre sfiorava il sensore della porta con lo smartwatch.

La porta automatica del palazzo di Schuman square si aprì. Prima di richiudersi una vampata di smog invase una parte della hall. L’edificio aveva un ingresso imponente in cemento armato, i tubi in acciaio dell’impianto di aspirazione erano a vista.

«Buongiorno direttrice» la accolse il portiere scattando sugli attenti. Emma lo salutò e pensò che il soprannome era azzeccatissimo: Pesciolino. Era questo il nomignolo che aveva affibbiato al portiere dell’Agenzia Europea per l’Intelligenza Artificiale. Non perché stava zitto ma per le strane chiazze multicolore che gli ricoprivano tutto il corpo e lo facevano assomigliare a un pesce da acquario.

Pesciolino le aprì l’ascensore e le augurò una buona giornata. Appena la cabina partì, dai diffusori acustici uscì un messaggio strano: God be with ye.

Era il vecchio modo di dire l’attuale goodbye. Chi poteva averlo inserito fra i messaggi automatici dell’ascensore? E perché era partito proprio in quel momento? Emma fu assalita da un dubbio: qualcuno aveva sbirciato nel suo smartphone? Pochi giorni prima, infatti, aveva chiesto alla sua assistente digitale l’origine della parola “goodbye”. Boh, magari è stato un caso, pensò mentre la porta si apriva.

«Buongiorno, sottomessi» disse Emma dopo essere entrata nel corridoio del quinto piano. La risposta dei colleghi non si fece attendere.

«Good morning, Emma» risposero in coro.

Camminò decisa verso il suo ufficio. I vetri che dividevano il corridoio dalle altre stanze attutivano i suoni e le voci. Mentre cercava in tutte le tasche l’auricolare per connettersi con l’assistente virtuale, chiese ad alta voce: «Avete visto quello sfigatissimo di Tod?».

«No, Emma, non è ancora arrivato» fu la risposta di Rita, la vicedirettrice.

«Strano, poco fa mi ha inviato un messaggio.» Emma infilò la mano nella borsa. Il suo ufficio era alla fine del corridoio, sul pavimento avevano montato da poco un rivestimento in legno, si sentiva ancora il profumo del rovere.

Emma portava benissimo i suoi quarantatré anni: castana, capelli mossi, fisico atletico. Rita non le toglieva gli occhi di dosso. Lei la guardò e sorrise. Finalmente trovò l’auricolare, era nella tasca interna della borsa. Lo indossò, poi prese lo smartphone, sbloccò lo schermo e controllò il messaggio di Tod.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabio P.
Inizia la carriera lavorativa nel settore del marketing e della pubblicità, per poi passare all’informatica come analista software. Dopo dieci anni cambia vita e con la moglie apre un’azienda agricola in Toscana e un’osteria a Bruxelles. Nella capitale belga inizia a scrivere racconti e romanzi gialli. Le sue storie si sviluppano all’interno di tematiche sociali e sono spesso condite di elementi fantascientifici.
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