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Tritacarne

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Nel mondo di Enrico, ogni giorno è una corsa dentro un ingranaggio che non conosce soste, tra uffici impersonali, treni affollati e notti che promettono libertà, ma lasciano solo eco e stanchezza. Il lavoro, il denaro, le ambizioni, gli amori fugaci: tutto scorre e tutto si consuma, trascinato da un sistema che divora il tempo e le illusioni con implacabile fame. L’azienda non è che un simbolo di un meccanismo più grande, capace di illudere e disilludere con identica precisione.

Mentre il confine tra desiderio e smarrimento si assottiglia, Enrico attraversa esperienze che arrivano come onde: potenti, luminose, destinate a ritirarsi lasciando sabbia e silenzio. E nel rumore costante della produttività, una domanda si fa strada, ostinata: si può sfuggire al tritacarne o siamo destinati a farne parte per sempre?

I

In pochi secondi il ticchettio della sveglia apriva la giornata. I miei occhi si riempivano della stanza. Avevo la bocca metallica e una sottile pressione alla testa.

In pochi secondi calcolai le azioni da intraprendere prima di uscire di casa: colazione, doccia, camicia, vestiti, lettore mp3.

Sonno. Ero già stanco prima di iniziare. Mi sedetti sul letto con fatica e leggermente stordito. La luce invadeva la stanza dai fori delle tapparelle, illuminava quella montagna di vestiti sulla poltrona e il divano.

Era un’accozzaglia di mobili IKEA e roba vecchia trovata al mercatino di piazzale Cuoco. La scrivania era un misto di fogli sparsi, un vecchio laptop della Sony e una piccola libreria.

Il silenzio mi riempiva le orecchie. In lontananza un tram sferragliante girava tra le curve della piazza. Dovevo iniziare, ma ricaddi di lato, volevo chiudere gli occhi almeno un altro po’. Avevo dormito poco la sera prima, i pensieri accelerano nella notte.

Mentre cercavo di autoconvincermi che dieci minuti di sonno in più non sarebbero stati così dannosi, mi risvegliai dopo quaranta minuti.

Ora sì che sono in ritardo.

Rifeci i calcoli velocemente: doccia, camicia, pantaloni, lettore e fuori in tempo record.

I pensieri martellavano il silenzio, ero completamente sveglio. Prima di scendere, gettai lo sguardo tra le tapparelle e lì, al di là della piazza popolata di alberi secchi, palesava lì immobile, come in una San Pietroburgo, la Madonnina inconsapevole. Osservava un inverno gelido fino a meno quindici gradi.

Avevo trovato lavoro in un ufficio marketing di un’importante azienda, o meglio: il fantasma di una grande azienda che produceva televisori, stereo e altre cineserie. Pensai che sarebbe stata una buona occasione per fare esperienza.

L’ufficio si trovava fuori Milano, a Monza. Appena uscito di casa incontrai Chiara, la mia dirimpettaia. Usciva anche lei per andare all’università, un caschetto castano e due occhi vispi, molto vispi, quasi incazzati.

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«Baccano ieri sera? Divertito?» disse quasi con stizza e dall’espressione delle sue labbra percepii di sfuggita una sorta di gelosia.

«Baccano? Forse, forse non ce ne siamo accorti.» Mi posizionai goffamente ma elegante agli occhi infuocati di Chiara.

Scesi di corsa, l’ascensore era bloccato.

Forse qualcuno ieri notte l’ha bloccato, pensai tra me e me.

Ingoiai con le gambe sette rampe di scale; ecco il corridoio dell’uscita e il suo semiliso tappeto rosso, il marmo monotematico degli anni Sessanta.

Ed eccola lì, uno dei personaggi più potenti della città: la portinaia, Angela, un donnone siciliano, capelli sempre cotonati, nerissimi, occhi enormi e un décolleté da film neorealista.

Lei sapeva tutto, voleva sapere ogni dettaglio di ogni inquilino, affittuario o locatore. Mi aspettava con i pugni sui fianchi, da donna del sud, incazzata al punto giusto, soprattutto perché sapeva di avere ragione e mi voleva rimproverare: violato il regolamento fu.

«Divertito ieri sera? Si sono lamentati quelli del sesto e del quinto, sia della tua scala sia quelli della scala a fianco. Mi spieghi? C’era bisogno di buttare giù tutta Milano?»

«Angela, ne possiamo parlare con calma stasera? È il primo giorno di lavoro e sono già in ritardo.» Cercai di smarcarla velocemente, continuando a camminare, voltando lo sguardo nella sua direzione.

«Certo che ne parliamo dopo, la portineria chiude alle diciotto, ti aspetto!» Mi lanciò dietro l’ammonimento perché lo portassi con me.

Feci gli ultimi tre gradini e dalla pericolosa portineria aprii il pesante portone in ferro nero e vetro e finii in strada. Il freddo mi diede letteralmente un pugno in faccia, lo sentivo anche tra le gengive. Malgrado il sale cosparso sul marciapiede, l’aria era così fredda che ghiacciava immediatamente tutto.

Il sale gettato da Angela sul marciapiede era l’unico compagno di strada, scrocchiava tra palazzoni, cornice nella piazza circolare, riempita da tanti alberi.

Solo un signore portava a spasso un pastore tedesco, impacciato nei suoi vestiti pesanti, e un anziano dal volto scuro, forse zingaro, mi osservò mentre attraversavo la piazza.

Indossai una cuffietta, guanti, auricolari, mp3 e una lista a caso: Moanin’ di Charles Mingus, per andare al passo giusto.

Camminai con un passo veloce, un po’ per il freddo, un po’ per il ritardo. Monza era solo a due treni di distanza. Il passante affiorava dal sottosuolo attraverso delle enormi bocche di cemento.

Prima rampa, biglietti, fila, seconda rampa.

Il calore del sottosuolo attenuava di colpo il freddo polare dell’esterno. Mi fermai di fronte alla macchinetta dei biglietti, la fila accentuava l’adrenalina del ritardo. Il sax nelle orecchie dava ritmo alle dita, monete, biglietti.

Farò l’abbonamento del treno, con calma, dopo il lavoro. Ora, qualsiasi treno fino a Porta Garibaldi. Non posso arrivare tardi il primo giorno di lavoro, pensai. Specchiai il mio viso lanciato dentro un cappotto scuro nel treno veloce sfrigolante sui binari.

Ecco il treno. Dentro uomini e donne sardinati, ben vestiti e silenziosi, dotati per il passante di borse e borsettine a zaino, piccoli e compatti, per contenere computer e schiscetta senza toglierlo e non invadere anche gli altri passeggeri, collaudate per la via crucis quotidiana.

Erano visibilmente nervosi, diciamo stizziti nello spendere quel tempo schiacciati nei treni, a volte maleodoranti, ma non perdevano mai la pazienza, perché avevano fatto una scelta: loro erano i pendolari, e forti della loro scelta preferivano vivere ore della loro vita in un treno. Un signore e una signora di fronte a me, praticamente naso a naso, discutevano amabilmente su quale fosse il treno più conveniente da e per Pavia incrociandosi non so dove.

Auricolari, labbra senza voce, altri visi duri ma non impauriti. Erano i lavoratori. A mio avviso un po’ si erano rotti il cazzo di quella scelta.

Anche io sarei diventato come loro?

Sax, trombe, batterie, voci dei pendolari assieme in scale improvvisate come un vecchio ragtime, mentre le porte si aprivano e il treno vomitava tutte quelle persone pronte e agguerrite ad attaccare la scala.

Non sarà mica quella rampa di scala a separare noi e il nostro posto di lavoro. Mi guardai intorno: erano tutti convinti di quello che stavano facendo, erano tutti decisi, onesti lavoratori.

Prima rampa corta, seconda rampa immensa.

Sotterraneo di collegamento ai binari, di nuovo freddo.

Binario diciotto, corsi frettolosamente per tutto il sottopassaggio.

Mi scontrai con una ragazza, chiesi scusa, era bella.

Salii un’altra rampa di scale, treno già partito. Altri calcoli, orari memorizzati. Quello per Bergamo andava bene, allora mi fiondai dieci binari più indietro. Ovunque persone, ma non tanto preoccupate come me. Altra rampa, il treno vecchio e malconcio tipico di Trenitalia, calore insopportabile per via dell’aria condizionata, gente ammassata e accaldata.

Incominciai a sudare, la condensa di quelli vicino alle porte sublimava sui vetrini. In totale erano trenta minuti di treno, ma non essendoci una linea diretta era praticamente un sali e scendi per rampe di scale in quel marmo e cemento lanciato sottoterra. Tra Milano e Monza ci sono solo due fermate: Milano Greco Pirelli e Sesto San Giovanni. Il fantasma dell’acciaieria Falck affiorava dalla nebbia glaciale. Dalla stazione del lungo fiume d’acciaio alla sede impiegavo altri venti minuti a piedi, l’avevo testato durante i colloqui. Il freddo mi accompagnava senza chiedermi se la sua presenza fosse ben voluta. Un folto gruppo di dipendenti faceva la mia stessa strada. Ecco l’allegra combriccola della Uaintech. Avevano l’aria di quelli che la strada la conoscono così bene, avevano sicuramente abituato il passo al marciapiede. Li superai di gran carriera, accennai un sorriso ma fui salutato da un nulla.

Entrai nella reception di quell’enorme colosso. La guardia giurata dietro ai suoi baffoni, dopo avermi dato il badge, mi disse con il suo forte accento meridionale che mi stavano già aspettando. Cosa vuol dire aspettare? Sono l’ultimo?

Due, tre, quattro lunghi corridoi infiniti con sigle alle porte di chissà quali divisioni, mi portarono all’ingresso della sala conferenze. Il sudore ormai sentivo che colava per tutta la schiena, bagnando completamente la camicia. Tutta l’azienda era riunita per l’apertura dell’anno commerciale. Avevo ricevuto l’invito via e-mail e presumibilmente, come un rito, davano il benvenuto alle nuove leve.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mattia Zara
È autore e narratore contemporaneo. Indaga le relazioni, il potere e la ricerca di espressione dell’animo umano nella sua autenticità, con uno stile diretto e viscerale. Nei suoi lavori unisce osservazione sociale e tensione emotiva, introducendo storie che fanno riflettere tra realtà urbana, ambizione e identità personale raccontata senza filtri.
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