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Nel cuore oscuro di una miniera di zolfo, un giovane minatore viene ritrovato senza vita, sepolto da detriti e silenzio.

Per il tenente Giordano Di Capua, al suo primo incarico in una remota provincia dell’entroterra campano, l’indagine sembra iniziare come un semplice incidente sul lavoro, ma tra indolenza, reticenze e sguardi che sfuggono, comprende presto che quel ragazzo è stato assassinato.

Nell’intrico soffocante dei cunicoli, dove la luce non arriva mai, si celano verità che nessuno vuole riportare in superficie, e quando riaffioreranno, costringeranno Giordano ad affrontarle per scoprire chi è l’assassino.

Capitolo I

Eravamo in due, e uno è di troppo quando arriva una terza persona. Più giusto dire che eravamo due di tre, e il terzo ero io. Solo che non lo sapevo. L’ho capito quando mi sono ritrovato con una valigia in mano e una destinazione diversa dalla vita che avevo immaginato. E così, dei tre, due sono una, una coppia intendo; il terzo è solo. È uno. Uno di tre, senza più gli altri due.

Tutto questo si chiama Alessandra, che ormai ha anche un altro cognome. Inutile che mi ricordi il suo, se non le appartiene più. Però Alessandra per qualche tempo ha detto di appartenere a me. Ed eravamo soltanto in due. Almeno così mi aveva convinto.

È tutto quello che mi viene in mente, guardando i rivoli che si formano sul vetro di questo autobus, un residuato degli anni Sessanta che circola ancora nel 1982 e che mi porterà nella mia nuova vita.

Piove, e la pioggia che si schianta contro i vetri di un pullman in corsa forma dei rivoli, che si incrociano fino a diventare un unico flusso sulla base del finestrino. Piove da ore e i corsi che seguo sono sempre tre, che poi diventano due e poi uno.

Uno di tre, con gli altri due che hanno ceduto le forze al superstite. Perché uno solo poteva proseguire il cammino. Ma non so se quell’uno sono io, o è Alessandra.

Io so che sono qui, su questo pullman, vecchio, lercio e rumoroso, che mi porterà dove non avrei mai voluto finire. Non ce l’ho mica con il paesello cui mi hanno destinato: non lo conosco. Ma conosco il destino che mi è stato assegnato. Ed è una vita senza Alessandra. Tanto mi basta.

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Ho immaginato molte volte il giorno in cui sarei andato in un’altra città per lavoro, convinto di restarci per un po’. E sempre mi sono visto felice, o quasi. Ma mai nelle fantasticherie più voraci ho pensato che sarei finito su un sedile rotto e sporco, traballante e stretto, a fianco a un prete con una tonaca lisa e inamidata dal suo sudore rancido. Sono incastrato tra questo fetido curato di paese e il finestrino della corriera affollata. Puzza anche il vetro, dove la pioggia battente forma i rigagnoli che corrono sulla superficie oleosa per chissà quanti lavaggi rimandati. Il mio sacco è nella cappelliera, sopra le nostre teste, e a ogni curva melmosa minaccia di cadere sul pretino bisunto, che solleva lo sguardo dal suo breviario oscillante, si torce verso di me e mi lancia occhiate seccate.

Il malcapitato non sa che tra qualche ora nel suo paesello e in quelli vicini io sarò l’autorità costituita, degno di sedere a messa accanto al sindaco, al medico, al farmacista e all’avvocato. Sembro troppo giovane, anche con la mia marzialissima uniforme da tenente. Mi tradisce la faccia sbarbata, bionda e gentile.

Le curve che l’autista riesce a imbroccare, senza far dondolare i bagagli, sono davvero poche. E non distinguo i passeggeri che lasciano il pullman per la stanchezza da quelli arrivati a destinazione. C’è una donna che spinge quasi a calci il suo bambino per quelle scalette alte che li separano dalla meta. C’è uno studente venuto dalla coincidenza di un’altra corriera per tornare a casa.

Il pretino mi lascia libero, ma è una gioia effimera. Accanto a me siede ora il passeggero dell’ultima tappa. Il pullman che mi porta dal capoluogo alla periferia dell’impero tocca vari comuni: quello che prende il nome dalle capre, quello che si chiama come le grotte, quello che omaggia il monte, quello che si arrampica sugli altri e che tocca a me.

Il mio nuovo compagno parla dritto all’autista, che conosce bene. Non ha l’aria del pendolare, ma dell’infastidito, perché l’auto l’ha lasciato a piedi sull’ultimo miglio. E maledice la pioggia, il fango che ha inzuppato il radiatore e l’ombrello che non c’è mai nel bagagliaio. Ha i pantaloni infangati fino al ginocchio. Arriviamo, lui in fondo alla sua disavventura, io incontro alla mia.

La piazza è deserta e il pavé di pietra bianca riflette la luce pallida dei lampioni, ma solo fino a una certa altezza. È buio in questa mezza sera di autunno inoltrato. Svetta un campanile sul fondo, nascosto per metà da un ponte che separa il borgo alto da quello basso. Separa, sì, non come tutti i ponti che uniscono. Ci sono i palazzi decorati, qualcuno un po’ cadente ma dal passato illustre, c’è il ponte, e di sotto le case costruite pietra su pietra, con il muschio che nasconde la malta impastata più che con l’acqua, con il sudore di chi vuole soltanto un tetto sulla testa per la famiglia. E poi c’è quel pavimento bianco della piazza che quasi mi acceca e mi nasconde l’imponenza di un vecchio monastero, dove le finestre alte e strette portano la luce alle vecchie celle dei monaci.

Mi aspetta un maresciallo in uniforme, con il berretto zuppo d’acqua, come la sua giacca e i guanti di pelle, che si strizzano quando stringe la mano intorno al manico del mio borsone.

«Comandi, signor tenente. Maresciallo Zotti Ernesto. L’aspettavamo per domani…»

Avrà almeno vent’anni più di me e il tono è quello di una paternale per non aver rispettato gli orari.

«La ringrazio, ma preferisco fare da solo.»

Il colonnello al corso mi ha detto di non cercare mai la confidenza con i sottoposti, soprattutto quelli più anziani. Sulle prime può sembrare utile, col tempo paga sempre il più giovane.

«È lontana la caserma?» chiedo, non perché mi spaventi camminare sotto la pioggia, ma perché non saprei cosa dire per accorciare la distanza.

«È quella.»

E mi indica il monastero. Avrò una cella per ufficio, una cella per alloggio, un’altra cella per cucina. La mia vita sarà una clausura, la mia casa un carcere.

«Una sede storica…» dico per sviare la delusione, o così, perché non mi viene altro.

«Un po’ scomoda, per la verità. La dividiamo con gli uffici del comune. Il paese non è grande e non ci sono molti edifici pubblici. Mi hanno detto che fino a una decina di anni fa c’era anche la scuola elementare, ma poi l’hanno trasferita.»

«Non ci si sente soli, allora.»

Continuo il mio fraseggio inutile, mentre saliamo le scale che portano al chiostro. E una volta al coperto, riesco a scrollarmi di dosso quelle gocce di pioggia che non si sono ancora infiltrate nei miei panni e nel mio pessimo umore.

«Non ci si annoia nemmeno, per la verità.»

E il suo stile di conversazione non è poi tanto diverso dal mio.

«Molto movimento? Criminali, calamità…»

«Abbiamo quindici comuni da controllare. Non sono pochi. Per la verità, potrebbe essere utile che lei sia già qui stasera. Abbiamo ricevuto una chiamata un’ora fa e stiamo verificando una segnalazione.»

Non mi compete, prendo servizio domani. Se la sbrighino tra loro. Vorrei rispondere, ma l’etica del lavoro in certi ambienti non è un concetto così astratto (per la verità!).

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Gabriella Bianchi
Nata a Benevento nel 1973, è una giornalista con trent’anni di esperienza tra giornali, TV e web. Lavora per l’AGI. Esperta di digitale, esordisce con Zolfo, un noir nato dall’indagine dei “tipi umani” di provincia. Spinta da una curiosità incessante, trasforma lo sguardo disincantato della cronaca nera in una narrazione ironica e profonda.
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