Matteo, un uomo che ha superato la soglia dei sessant’anni, continua a interrogarsi sul senso della vita, attraversando memorie, solitudini, sogni bizzarri, fallimenti, piccole felicità e grandi domande. La sua quotidianità è un mosaico di incontri inattesi, messaggi misteriosi giunti dal mare dentro una bottiglia, e-mail da un enigmatico mittente che sembra conoscere troppo, situazioni tragicomiche e un amore che nasce in punta di piedi. Il tutto sostenuto da un’ironia leggera, malinconica, affettuosa.
Tra riflessioni, digressioni storiche e filosofiche, ricette veneziane, partite a Mah Jong, citazioni letterarie e sogni visionari, il protagonista cerca – e forse trova – quel filo rosso che dà forma all’esistenza: le emozioni, gli incontri, l’amore, il ricordo.
Presentazione
Animato rumor, tromba vagante, che solo per ferir talor ti posi, turbamento de l’ombre e de’ riposi, fremito alato e mormorio volante…
Giovan Francesco Maia Materdona
Salve! Mi presento. Mi chiamo Matteo, ho un’età, diciamo così, ibrida nel senso che non sono più giovane ma nemmeno posso definirmi anziano o, peggio, vecchio. Insomma ho sessant’anni. Risparmiatemi, vi prego, le consuete amenità della serie: “L’importante è rimanere giovani dentro” poiché colei che convive con me seguendo ogni mio gesto con scrupolosa attenzione e non mi abbandona mai nemmeno quando entro in doccia mi ricorda che puoi essere giovane dentro quanto vuoi ma che la qualità della vita non è più certo quella di un ventenne. Sto parlando dell’artrosi. Non conosco fedeltà più morbosa. Mi astengo dal descrivervi le varie sembianze che ha assunto nel corso degli anni pur di condividere assieme a me più tempo possibile. Vi basti sapere che l’ho avuta al mio fianco sin dall’infanzia e vestiva i panni di una simpatica infezione del sangue. Nell’ultimo periodo ha preso possesso dei miei arti superiori deformandoli a suo piacimento e ora le mie mani ricordano gli aggraziati lineamenti della strega di Biancaneve.
Essere nato in una città di mare come Venezia ha ovviamente facilitato lo sviluppo di tale patologia ma crescere in questo luogo magico presenta anche tutta una serie di vantaggi non da poco. Come carattere mi definirei un tipo sufficientemente socievole e generoso, qualità ampiamente compensate dal mio essere eccessivamente permaloso. Tendo a offendermi anche di fronte a critiche di portata risibile e arrivo persino a prendermela con me medesimo. Mi ritrovo, così, nelle crisi più acute, a insultarmi preferibilmente davanti a uno specchio perché per incazzarti con qualcuno devi averlo davanti e certe cose è corretto sbatterle in faccia. Che diamine!
Di mestiere faccio il pensionato, un’attività che consiglio a tutti di praticare, meglio prima che dopo poiché ti regala quella sorta di libertà che, se utilizzata al meglio, sia in termini qualitativi che quantitativi, regala alla tua esistenza scampoli di felicità. L’importante è scendere a patti col tempo. Ci dev’essere rispetto reciproco. Da una parte bisogna evitare di sprecarlo inutilmente ma lui, in cambio, galantuomo o tiranno che sia, deve offrirti l’opportunità di rimanere su questa terra il più a lungo possibile, magari accordandosi con madama Salute per campare al meglio gli anni che rimangono. Poi ognuno è libero di fare ciò che vuole.
Io le mie giornate le trascorro in compagnia di un paio di pesci tropicali nel mio rifugio antiatomico in riva al mare. Antiatomico ovviamente è una licenza poetica ma devo dire che qui mi trovo al riparo dalle avversità della vita. Ho una figlia, Aurora, che non vive con me, ho qualche hobby e pochissimi amici. Amo scrivere anche se non ho mai pensato di farmi pubblicare qualcosa in considerazione della scarsa rilevanza di ciò che riesco a partorire.
Mi considero un discreto giocatore “da tavolo” anche perché l’attività agonistica mi condurrebbe a morte fulminea e certa. Faccio consumo smodato di libri, nel senso che leggo molto, e mi piace frequentare il teatro a causa di una mia vecchia passione coltivata sin dall’infanzia. Gli amici, come vi accennavo, si possono contare sulle dita di una mano e, pensando a come sono fatti, su quella minata dai reumatismi.
In realtà c’è un hobby particolare cui vado molto fiero. C’è chi cura raccolte di francobolli, chi di farfalle, chi di monete, chi persino di figurine. Io mi diletto a collezionare cadaveri di zanzare. Con la zanzara, come penso tutti voi, non ho quel che si può definire un buon rapporto. Nel corso della vita non vi è stato peggior nemico notturno della zanzara che, oltre a toglierti il sonno, ti toglie anche il sangue. È da qualche anno, perciò, che ho deciso, terminata la caccia, di raccogliere pietosamente il cadaverino del diabolico insetto deponendolo in una sorta di teca ed esponendolo acciocché sia da severo monito per le sventurate sanguisughe che oseranno in futuro disturbare la mia tranquillità non solo notturna. È una sorta di macabro dissuasore. A fianco di ogni trofeo appongo un’etichetta con il nome di battesimo, si fa per dire, dell’indesiderata ospite. E così ogni mattina, con malcelato orgoglio, passo in rassegna l’ormai esangue esercito e lo fisso sogghignando soddisfatto. Eccole là, davanti a me. Il nome non è affibbiato a caso ma frutto dell’esperienza vissuta con quell’essere. Di conseguenza eccovi Addolorata, Striges, Mora, Insonnia, Manetta, Clava, Racchetta ma anche maschietti (del resto come si fa a prima vista a riconoscerne il sesso?) come Berengario, Thor e Attila, il più tenace almeno fino a oggi.
Veniamo alla mia solitudine. Vivo da solo non per scelta, ma per quei dolorosi, penosi e per certi versi incomprensibili eventi che l’esistenza decide di disseminare nel tuo cammino. È proprio alla vita che dedico parte del mio tempo alla ricerca del suo senso più profondo addentrandomi in quel labirinto di interrogativi cui non riesco a dare ancora convincenti risposte. E come spesso accade in questo genere di lavoro avventuroso, quando credi di aver trovato la soluzione dell’enigma e pensi di possedere quelle certezze che arricchiscono il tuo ego e ti portano a dispensare perle di saggezza in lungo e in largo, ecco che accade qualcosa di straordinario, di inaspettato, che cancella d’un colpo ogni sudata conclusione cui eri giunto. È quella sgradevole sensazione che deve aver provato Ulisse quando, quasi giunto all’isola di Itaca dopo un lungo e temerario viaggio per mare, vede improvvisamente svanire il suo sogno a causa della curiosità dei suoi compagni che aprono un otre scatenando i venti di bufera che lo respingeranno nella terra di Eolo, peraltro molto infuriato.
Questo, cara lettrice e caro lettore, in cui stai per immergerti è una sorta di ginepraio e se avrai voglia e pazienza potremmo inoltrarci assieme.
Buona lettura!
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