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L’architetto

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Roma, ottobre 2005.

Un uomo esce di casa in pigiama, con le mani sporche di sangue. Una bambina fugge. Tutto sembra già deciso. Ma qualcosa interrompe la sequenza.

C’è un uomo che non parla, non interviene, non lascia tracce. Eppure la sua sola presenza cambia il corso degli eventi.

L’ispettore incaricato dell’indagine lo intuisce subito: la verità non si esaurisce nel delitto.

Il caso si apre allora su un livello più profondo, dove responsabilità, potere e scelte individuali si intrecciano. Qui la verità non si impone e non si dimostra. Si riconosce. E, una volta vista, non permette di tornare indietro.

Capitolo I

Sabato, 8 ottobre 2005 – Chi è costui?

Il traffico procedeva a strappi su piazzale Tullia. Meno intenso del solito, ma più imprevedibile.

Bonanno seguì con lo sguardo una fila di auto che avanzava e si fermava senza logica apparente. Dietro i parabrezza, volti fissi, come in attesa di una spiegazione.

Gli diede fastidio. Non era il traffico. Era quella sensazione di qualcosa che si muoveva senza un ordine riconoscibile.

Il suo caso. E quell’uomo: l’architetto, Vincenzo Foti. Quel pomeriggio lo avrebbe incontrato di nuovo.

Marco arrivò alle sue spalle con il passo rapido di chi ha poco tempo. Tra poco doveva entrare a scuola, ma Bonanno aveva insistito. Un breve incontro: chi era costui, l’architetto?

Marco si sistemò gli occhiali. «Non posso dire di conoscerlo. Lo riconosco. Lo incontro spesso al Bar 8. Un saluto, qualche parola… ma raramente.»

«Lo sa, vero, come lo chiamiamo io ed Enrica?»

Bonanno lo sapeva già. Quello che non c’è.

«Sembra esserci senza occupare spazio» aggiunse Marco. «Come quel giorno del fattaccio, quando all’improvviso tutto è cambiato.»

Il senso di disagio che, da quel giorno, accompagnava Bonanno gli attraversò le spalle con un movimento disarticolato. Strinse appena le labbra.

Passa, non lascia tracce. Ma qualcosa non è più come prima.

Si girò verso Marco. Lo fissò dritto negli occhi. «Suvvia, professore. Non mi dica che non si è fatto nemmeno un’impressione. Lei, che vive di parole.»

Marco esitò appena, poi si raddrizzò, come quando in classe stava per iniziare una spiegazione.

«La mia impressione…»

Si prese un momento. «Lo vedo arrivare con la testa bassa, solleva gli occhi giusto il tempo di abbozzare un sorriso. O forse solo una smorfia. Un movimento impercettibile tra le labbra e le guance.»

Bonanno riportò lo sguardo sulla strada.

«Quel sorriso racchiude mondi interi. Umanità, forse indulgenza. Ma anche intransigenza, senza durezza. C’è cura.»

Il traffico continuava a scorrere a strappi alle loro spalle.

«La sua presenza è fugace, non veloce. È come un quadro appeso da sempre, tanto familiare da passare inosservato. Nella vita quotidiana è solo un fotogramma: troppo breve per restare nella memoria, ma sufficiente a depositarsi nell’inconscio.»

Lasciò cadere le parole. Bonanno non reagì. Lo sguardo lo invitava a continuare.

Marco fece un passo verso di lui. «È difficile descriverne le espressioni. Ha lo sguardo di chi ha attraversato mille mondi, eppure conserva intatta la curiosità di chi osserva tutto come fosse la prima volta. La sua luce…»

Bonanno inarcò appena un sopracciglio.

Marco colse quella perplessità e precisò: «Postura, contegno, atteggiamento… La chiama così, vero? Io la chiamo luce: il modo in cui gli altri ci vedono. Quella dell’architetto? Né chiara, né scura. Trasparente. Quasi permeabile all’aria.»

Trasparente. La parola rimase addosso a Bonanno più del resto.

Marco si sfiorò il mento con la punta delle dita. «Ma in quella trasparenza gli occhi emergono.»

Poi scandì lentamente: «Intensi. Profondi. Finestre aperte su un passato inciso nella memoria e un futuro sospeso nell’immaginazione.»

Inspirò. «Glielo ripeto, ispettore. Lo conosco, ma non so nulla di lui che non sia un’impressione.»

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Normalmente, l’ispettore avrebbe pensato: Mihh, che solfa professorale… questo è uno che solfeggia anche quando parla.

Invece lo ascoltò con un’attenzione inusuale. Quelle parole mettevano a fuoco le sue domande. Non gli succedeva spesso: certe intuizioni arrivano prima ancora del ragionamento.

Sentiva, al di là della ragione, che quell’uomo – l’architetto – avrebbe portato luce sul fattaccio.

E la verità andava trovata. Lo aveva promesso.

Bonanno non era certo il tipo di investigatore da: I fatti sono questi, è dimostrato, dunque la ragione dev’essere questa. Punto.

Gli investigatori troppo sicuri non li sopportava. Non abbastanza da farli entrare nella sua personale Classifica di chi mi sta sulle palle, ma abbastanza da cambiare strada quando li vedeva arrivare.

In quei quattro giorni d’indagine molte tessere si erano aggiunte. Forse tutte.

Eppure, l’immagine restava sfocata. E Bonanno sapeva che il senso di una storia si coglie tra i fatti.

Qualcosa gli sfuggiva. Qualcosa di importante. Doveva illuminarla, cercarne il senso.

Forse i suoi pensieri erano condizionati dalla lettura del quotidiano. Bonanno era convinto che nelle pagine di un giornale si nascondesse sempre qualcosa che riguardava il caso che stava seguendo: a volte uno spunto, altre una direzione.

Quel giorno, un’altra puntata sul Plamegate. Un copione scritto da uno sceneggiatore più abile a nascondere che a svelare.

Il presidente a stelle e strisce, per giustificare la guerra preventiva in Iraq, aveva parlato di uranio acquistato dal Niger. L’ambasciatore Wilson lo aveva smentito. Uno dei due mentiva.

Tutto sbagliato, a cominciare dal nome, pensò Bonanno. Altro che Plamegate, Wholiedgate dovrebbero chiamarlo.

Dopo la smentita – vera o falsa, poco importa – che qualcuno avesse svelato il nome di un agente segretissimo a tempo perso, la signora Plame, coniugata Wilson, era sì un reato federale, ma non il nucleo della questione.

La verità era altrove. Abilmente nascosta dagli architetti delle convenienze.

E vabbè che anche la guerra è una merce da vendere – rifletté Bonanno – ma questi non fanno la storia: fanno la lavatrice. Si toglie lo sporco, gira la propaganda e la verità finisce ai margini.

Il Plamegate o il suo caso? Anche nel fattaccio qualcosa stava ai margini.

Sentiva di non essere ancora giunto a porsi la vera domanda. La domanda la cui risposta avrebbe illuminato il fattaccio.

E la domanda giusta arriva sempre tardi, come i titoli dei giornali dopo lo scandalo.

Si incamminò, spalle curve. Il peso del fattaccio lo sentiva addosso.

Il suo caso. Da chiarire, non da pulire.

Lo aveva promesso. Alla bambina.

E certe promesse restano. Come cicatrici invisibili, bruciano sotto la pelle.

Capitolo II

Martedì, 4 ottobre 2005 – Il giorno del fattaccio

«Io faccio parte di quel dieci o venti per cento rimanente.»

L’ispettore Bonanno lasciò scivolare il pensiero, immerso nella lettura del quotidiano.

La buona notizia occupava la spalla della prima pagina.

Gli accademici del Karolinska Institutet di Stoccolma avevano assegnato il Nobel per la medicina a due australiani, Marshall e Warren.

Grazie a loro, oggi il novanta per cento delle ulcere duodenali e l’ottanta per cento di quelle gastriche si curano con antibiotici capaci di sterminare l’Helicobacter pylori.

Era colpa di quel batterio dalle antenne elicoidali, resistente agli ambienti acidi e capace di colonizzare la parte bassa dello stomaco. Non dello stress, dunque. Lo diceva la scienza.

Bonanno diffidava sempre delle certezze. Anche di quelle scientifiche.

Per la mia gastrite continuo con il rimedio di mia nonna. E se tra vent’anni altri Nobel scopriranno che le lumache funzionano meglio degli antibiotici?

Lo sguardo vagò oltre la notizia: sorvolò i negoziati UE-Turchia, gli scontri a Gaza, l’inflazione galoppante. Si posò sulla foto di Franco Scoglio, morto in diretta TV.

Magari la gastrite non sarà più un problema: un eccesso di incazzatura, un colpo apoplettico. Fine dei giochi.

Lo squillo del telefono interruppe le sue riflessioni. Di prima mattina poteva significare una sola cosa: andare sul luogo del delitto.

Neanche l’abitudine alla solita giostra riusciva a domare l’inquietudine. Quella mattina era solo inquietudine.

Il caso era chiaro, il processo una formalità.

La condanna? Dipendeva dalle attenuanti, se l’avvocato difensore era abbastanza bravo da giustificare una parcella stratosferica. Oppure dalle aggravanti, se il PM decideva di cavalcare il solito circo mediatico per fare carriera.

Eppure, quel giorno, il turbamento si impose sulla sua professionalità. Qualcosa, nel fattaccio, non quadrava.

L’ultima tessera del mosaico lo irritava: il PM, dopo aver ordinato la rimozione del corpo, aveva abbandonato l’espressione seriosa non appena i media si erano allontanati.

Bonanno lo vide salire sulla macchina blu, gettare un occhio all’orologio, cercando sul quadrante, lo spazio per organizzare la serata. Mondana, naturalmente.

D’impeto si rivolse agli agenti: «Convocate in questura i testimoni: la barista e il professore. E rintracciate l’uomo che era vicino all’omicida. Li voglio tutti alle diciassette».

«Ma è solo tra due ore!»

Fabio Proietti, il viceispettore, reclamò con un ampio movimento di spalle il sacrosanto diritto alla pausa pranzo.

Bonanno lo guardò di sbieco.

«Vogliamo fare alle sedici zero zero?»

Fine della discussione.

Si incamminò verso la questura, lasciando via dei Portici in direzione di Largo dei Saturnali.

***

Google Maps avrebbe suggerito un percorso più breve, ma allora non era disponibile in Italia. Bonanno, comunque, preferiva il suo Nokia 3310, discreto nella tasca interna della giacca, affidabile e parsimonioso nella batteria.

Aveva bisogno di camminare. Il movimento metteva ordine nei pensieri. Accelerava, cambiava ritmo e le idee si mettevano in fila da sole.

Girò in una traversa laterale, proseguì lungo una fila di palazzi anni Sessanta e sbucò sul viale che costeggiava il parco degli Acquedotti.

Nemmeno il verde del parco riuscì a sciogliere i suoi pensieri. Rassegnato, si lasciò cadere su una panchina.

Il gorgoglio del vicino nasone lo riportò a incombenze più terrene: il frigo quasi vuoto e la spesa da fare. Le lasciò lì e guardò l’orologio. Le cinque e un quarto passate.

Si alzò. I viali lo riportarono in questura con lo stesso stato d’animo con cui aveva lasciato il luogo del delitto.

«Buon pomeriggio, ispettore. La stanno aspettando in ufficio» annunciò l’agente in portineria.

«Grazie» rispose Bonanno con un cenno.

Quel ragazzo gli piaceva: faccia pulita, sembrava provenire dal passato.

«I testimoni Marco Rossini e Enrica Giunti sono qui da più di un’ora» lo accolse Proietti, bicchiere di caffè in mano e briciole di pane sparse sul maglioncino verde: eloquente resoconto di come avesse passato quell’ora.

Proietti, invece, con quell’indolenza da ufficio comunale, gli dava sui nervi.

«Ero col PM» disse Bonanno, sapendo di mentire. E sapendo che anche Proietti lo sapeva.

«E il terzo testimone?» domandò, lasciando sospesa nell’aria la minaccia di una sfuriata.

Proietti si ricompose appena. «Arriverà tra poco. Vincenzo Foti, architetto, collabora con negozi di arredamento. Oggi era a Trastevere, non è stato facile rintracciarlo.»

Bonanno non replicò. Prese il foglio che Proietti gli porgeva. Sei righe in totale per ogni testimone: nome, cognome, professione, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza e domicilio.

Bonanno scorse l’ultima voce. Domicilio: idem. Neanche una nota, un appunto. Per Proietti una persona finiva lì.

Si trattenne. Il momento della sfuriata era già passato.

Si diresse al distributore di bevande accanto al bagno.

Lì, su un sedile a due posti, i testimoni.

Li osservò e concluse: Una coppia. Questi due sono senza dubbio una coppia.

«Buon pomeriggio» disse Bonanno.

«Buon pomeriggio» rispose l’uomo con voce chiara e decisa.

«Buonasera» fece la donna inciampando appena sulla b.

«Posso offrirvi un caffè?»

Il “No, grazie” dell’uomo e lo scuotimento di testa della donna gli parvero una scelta saggia.

Dopo anni di osservazione, aveva risolto un mistero: perché le macchinette del caffè erano sempre accanto ai bagni?

Un paio di appostamenti bastarono. Il suo spirito critico gli aveva svelato l’arcano: condividevano l’impianto idrico. Restava il dubbio se utilizzassero acque bianche o grigie, ma, a giudicare dal sapore, meglio non approfondire.

Avrebbe voluto sentire prima la donna, ma decise di non interferire col destino.

Un’occhiata alla lista compilata dallo strafottente ed essenziale Proietti e si risolse a chiamare il primo nome: «Marco Rossini».

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Commenti

  1. Filippo Surace

    (proprietario verificato)

    Ho 20 anni, mi piacciono i gialli… ma sembrano tutti la stessa minestra.
    Questo però è diverso.
    All’inizio non capivo bene dove volesse andare, poi mi ci sono ritrovato dentro.
    Non è solo una storia su un delitto, è qualcosa che ti costringe a guardare oltre.
    A fare i conti con certe domande che si preferisce evitare.
    Tipo: perché succedono certe cose? Chi ci guadagna? E noi, dove siamo mentre accadono?
    E a pensare, quando lo hai finito, come funziona il mondo intorno a me, a quello che vedo e a quello che non so vedere ancora.
    Mi ha preso.

  2. Gianni Romeo

    (proprietario verificato)

    Cara Maria Teresa,
    “Un libro catartico, ipnotico, tagliente e colmo di grazia al tempo stesso…” è tanta roba.
    Spero di meritarlo.
    Hai ragione a dire che è un giallo non giallo: il colpevole dell’atto materiale si svela nelle prime pagine, ma il cuore della storia è altrove.
    Sta nella domanda che ci accompagna fino all’ultima riga: perché tutto questo è accaduto?
    Quali cause silenziose hanno reso possibile il male?
    È lì che si insinua la critica sociale: nei vuoti della responsabilità collettiva, nei meccanismi che giustificano, normalizzano, rimuovono.
    Non un’accusa, ma un tentativo di capire. Anche quando fa male.

  3. (proprietario verificato)

    Un giallo non giallo. Una lingua tersa, asciutta, luminosa. Una storia intrigante e avvincente che, attraverso i suoi protagonisti, accompagna il lettore in un universo frammentato e poliedrico: Io, l’altro, il mondo in cui siamo immersi o dal quale ci lasciamo sommergere.
    Un libro catartico, ipnotico, tagliente e colmo di grazia al tempo stesso, che non parla di ciò che racconta, ma ha il raro dono di ascoltare. Come uno specchio…

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Gianni Romeo
È nato a Reggio Calabria, nel 1966. Una vita passata, in azienda e in aula, a interpretare i modelli della chimica. E a valutarne i limiti, perché la realtà è sempre qualcosa in più. “L’architetto”, il suo romanzo d’esordio, è un noir che interroga il limite che scegliamo di dare alla verità. Per restare interi tra realtà e narrazione.
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