«Chiudi le galline e torna dentro, piccolo delinquente!» urlò una voce stridula dall’interno del casolare.
Il ragazzino agganciò col fil di ferro la porticina di legno e la richiuse con le pollastre dentro. Si precipitò verso il portone di casa con il terrore di prenderle di santa ragione per l’ennesima volta.
«Spostati, voglio vedere anch’io!» strillò. Cosimo tentò di raggiungere il fratello maggiore facendosi largo con i gomiti praticamente sbucciati e arrossati più per la corsa fatta che per la caduta di poco prima nel cortile. I calzoni erano sporchi di terra e le mani nere come la pece. La matassa che si ritrovava sul capo era oltraggiosa. Puzzo come una capra, pensò. Continuava a camminare avanti e indietro, irrequieto. Sembrava non riuscisse a trovare pace e prima di piazzarsi definitivamente davanti al caminetto acceso si lanciò verso la finestra e buttò le braccia al collo di Nuccio.
«Cosa stai guardando?» chiese curioso e agitato come un barboncino scodinzolante che si dimena a destra e a manca per recuperare l’osso appena lanciato dal suo padrone.
Nuccio era incollato lì e giocava con le nuvole di vapore che fuoriuscivano dalla bocca a ogni sospiro o sbadiglio che fosse.
«Mi pare di avere visto Martino con un quaderno e una matita!» Il fratello continuò a guardare oltre quel vetro di nuovo appannato. Si toccò il naso, mano a mano sempre più ghiacciato. Ormai non lo sentiva quasi più. Cosimo, insieme alla ventata gelida portata dentro casa, aveva trascinato con sé una sorta di essenza maleodorante che ben si sposava con le cipolle e i cavoli cucinati il giorno prima. La finestrella si trovava in un angolino stretto e semi assolato sul retro del casolare. Una modestissima casa di campagna circondata da decine e decine di ulivi, da un’antica quercia e da alberi di limoni, cerase e pere lardare.
«Spostati, voglio vedere anch’io!» riprese Cosimo sferrandogli un’altra gomitata.
«Che diavolo combini, imbecille!» urlò Nuccio.
«Sei in condizioni pietose, vai a lavarti e non starmi appiccicato, cretino!»
La sua tolleranza fu pari a zero ma Cosimo, sordo a quei rimproveri, gli si avvinghiò ancora di più. Non aveva alcuna intenzione di perdersi la scena che stava ipnotizzando il fratello alla finestrella. Era troppo piccola per starci appiccicati in due e il tanfo incontenibile che proveniva dai capelli e dagli abiti di Cosimo peggiorava ogni cosa.
Già tre, i vani tentativi di trattenere il fiato. Inutile.
«Madonna che fetore! Lo capisce che si deve buttare nella tinozza e starci a mollo almeno per un’ora?»
Distolse lo sguardo da quell’ebete di suo fratello e si rituffò nei suoi mille pensieri.
Sta camminando con altri due bambini, pensò tra sé. Tenne fisso lo sguardo verso la figura dell’amico che al di là della finestra si allontanava. Cosimo, con la delicatezza di un pachiderma, lo scansò dal vetro e ci si appiccicò lui stesso col viso. Fugace, l’ultima occhiata fulminante di Nuccio. Si fermò per qualche frazione di secondo, lo osservò brevemente dalla testa ai piedi. Non riusciva a capacitarsi di come quel ragazzino, sgusciato fuori dallo stesso ventre materno, potesse essere così diverso da lui. Aveva “atteggiamenti ancora più infantili della sua età”. Incompatibili, tremendamente diversi. Qualche volta gli era venuto il dubbio che quel ragazzino appartenesse al suo medesimo albero genealogico.
Cosimo rimase incollato lì. La curiosità verso quel ragazzotto coi libri, che camminava lungo la strada, di colpo gli passò. La capacità di interessarsi a qualcosa per non più di dieci minuti era rimasta la stessa. Cosimo era sempre stato un bambino capace di lasciarsi travolgere come un uragano da qualsiasi cosa, persona o situazione nuova che fosse. L’entusiasmo che traspariva era elettrizzante ma come quello di una lampadina di basso costo che nel giro di poco va in corto e si fulmina. Be’, lui si accendeva e poi si scaricava.
«Uffa! E mo che faccio?» diceva sempre. Con le labbra screpolate si avvicinò ancora di più alla finestra. Schiacciò contro la lastra di vetro il sottile naso aquilino. A guardarlo frontalmente pareva non lo avesse, per quanto era stretto. Si divertiva a fare scarabocchi con le dita e a ricancellarli subito dopo.
«Finiscila una buona volta di alitare sul vetro!» lo rimproverò il fratello. Ormai era diventato il passatempo di quella serata. Cosimo se la rise, farfugliò qualche sillaba e cominciò a fare versi strani e fastidiosi. Nuccio stavolta lo ignorò. Si alzò di scatto e prese posto a tavola. Stette lì senza far nulla, con lo sguardo perso. Ogni tanto carezzava la tavola di legno con le sue lunghe dita segnate dai calli.
«Su ragazze, muovetevi! Ci sono da sistemare un po’ di cose!»
Da una delle tre stanze della casa si udirono voci femminili. Una delle sorelle si apprestò a entrare in cucina, contò piatti e stoviglie nella grossa e vecchia credenza. Un’altra ripose stoffe e canovacci nella cassapanca. Il focolare era acceso. La fiamma bluastra si alternava al porpora. Un tepore delicato. Poi il portone si aprì improvvisamente. L’aria si raffreddò ancora una volta.
«Chiudi quel dannato portone!» urlò il patriarca. Bestemmiò, fermo davanti al caminetto. Impassibile, l’aria feroce. Una iena pronta a divorare le più piccole e indifese tra le sue prede. Nuccio si sbrigò a richiudere la porta. La maniglia stava per cedere. La tenne ben stretta pur di non farla cadere. Poi sgattaiolò sul retro, verso il tinello, una specie di catapecchia un metro per due. Aveva perso il conto del tempo. Quella pipì l’aveva trattenuta fin troppo. Cosimo lo raggiunse, prese l’acqua nella bacinella per lavarsi le mani. Nient’altro.
«Vuoi capire che ti devi levare quest’odoraccio di dosso?» sbottò Nuccio, ormai esausto. L’insolente rientrò e urla indecifrabili parvero divorarselo.
Dopo una ventina di minuti, il ragazzino si ripresentò davanti al caminetto, con maglietta e mutandoni puliti. Sul volto, stampato il segno di cinque grosse dita.
La piccola dimora in pietra, situata nei vasti campi di proprietà dei marchesi De Stefano, si ingrigiva, in particolar modo nel periodo che andava da ottobre a febbraio. Un’abitazione semplice, minuscola e troppo piccola per undici cristiani. Solo nove tra fratelli e sorelle. Un’unica ampia stanza, una sorta di camerata militare dove spartirsi il giaciglio.
Quei luoghi risentivano ancora delle avanzate tedesche. Lo sapeva bene la donnona, madre di quella prole. Non c’era giorno in cui la mente non la catapultasse nel ricordo di quelle notti e albe interminabili. Le palpebre si appesantivano stanche. Le pupille dilatate rivedevano all’infinito sempre le stesse scene. Una vecchia pellicola che ripartiva, inesorabile. Le immagini lievemente sfocate ma nitide nella memoria. La donna strizzò gli occhi, accecata. Le luci fredde dei carri tedeschi si materializzarono senza preavviso. Risentì sulla propria pelle quella stessa paura, il terrore di essere scovati e catturati. La disperazione durante la fuga, la corsa senza sosta. Risentì le gambe deboli e tremanti che cercavano un rifugio per lei e la sua famiglia, lontano da quegli occhi che trasmettevano odio, terrore. Sguardi inespressivi e algidi che ordinavano disastri, la fine. L’infame Guerra era terminata da circa un decennio, ma la terra puzzava ancora di fame e di cadaveri.
Antonia girò piano la maniglia del portone. Dietro di lei, due delle sue figlie.
«Chiudete piano, prima che vostro padre si ritolga la cinghia» esclamò la donna. La ragazza ricciolina più giovane e la sorella dalla folta chioma nerissima obbedirono senza batter ciglio. Si diressero verso la legnaia.
«Prendo io quel ciocco più grosso!» disse Sandra. Poi si avviò verso la catasta ricoperta da un grosso telo tutto impolverato. Antonia, avvolta nella sua lunga e larga mantella di lana, rimase a guardare, in prossimità della stalla. Le bestie erano tutte dentro. Si allontanò per qualche minuto. La mente l’aveva inspiegabilmente riportata ancora una volta a ripercorrere quei giorni. L’aria divenne ancora più gelida. Le mani gonfie le prudevano. Si appoggiò al grosso ulivo, lì, imperterrito, ormai da più di vent’anni. Con un piede scalciò sul tronco massiccio. L’incavo nella parte centrale dell’arbusto c’era sempre stato. Il ricordo di un antico rifugio per accudire porci, ripararli dal freddo. Un luogo improbabile, divenuto vero e proprio nascondiglio per lei, salvezza per la sua famiglia ma sfortunatamente non per tutti i componenti.
Sebbene nel vasto Cilento, come a Ogliastro, la lunga battaglia infernale non avesse avuto un’incidenza rilevante, nel cuore di tutti si erano create crepe abissali. Le ferite ancora aperte sanguinavano continuamente, come a ricordare e a credere dal più profondo di quegli stessi abissi che Dio molto probabilmente si fosse scordato di loro. Antonia rivide le mani feroci impugnare fucili e mitraglie. Davanti a lei, gli occhi indiscreti delle decine di uomini stranieri. Si avvicinavano. Sempre di più. Aveva avuto paura e tutto quel terrore l’aveva paralizzata. Si guardò le mani gonfie e screpolate. Rivide due manine devastate dai graffi e dal sangue. Non smetteva di scorrere. Non riusciva a smettere. E quel pensiero assillante e opprimente non sapeva come farlo soccombere. Le mancavano le forze e la lucidità per costringere quei ricordi a sconfinare e a perdersi una volta per tutte verso luoghi lontani che non avrebbe più potuto raggiungere.
«Noi rientriamo con la legna» avvisò la più giovane delle ragazze.
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