A quasi quarant’anni, Indeciso vive una vita apparentemente solida a Torino, divisa tra famiglia e carriera. Dietro questa facciata di normalità, si nasconde un animo tormentato da dubbi profondi e perennemente scisso tra le spinte contrastanti dell’esuberante Ego e della sprezzante Noia.
L’arrivo imprevisto di una raccomandata, spedita da Gerusalemme, riapre una ferita mai rimarginata, legata alla sua storica ex del liceo e a un segreto inconfessabile, il passato torna a travolgerlo.
Diviso tra nostalgia adolescenziale e la necessità di prendere finalmente una decisione, Indeciso intraprende un viaggio surreale e catartico.
Prefazione
Viviamo in un mondo cinico, un mondo cinico, e lavoriamo in un ambiente di persone fortemente competitive… io ti amo, tu mi completi.
Jerry Maguire
Nel film – che vi invito a vedere – Jerry ha trentacinque anni come il protagonista di questo romanzo, l’Indeciso, anche se quest’ultimo ne dimostra dieci in più. Entrambi portano con sé la paura di aver perseguito scelte sbagliate, non fedeli a se stessi.
Inoltre, l’Indeciso non è come quei personaggi incerti dei film di Woody Allen che balbettano insicuri. La sua è un’indecisione profonda che riguarda le strade intraprese nella vita.
Speriamo che anche lui trovi il suo momento di epifania.
Personaggi principali
Indeciso
Ego
Noia
Sara: compagna dell’Indeciso
Matilde: figlia di Indeciso e Sara
Alessia Mannini: ex storica dell’Indeciso
Marina Mannini: madre di Alessia
Valentina Mannini: sorella di Alessia
ATTO PRIMO
Scena prima
[Camera da letto di Indeciso]
Autore: «Smettila di pensarti a scrivere e inizia a scrivere veramente, fallo e basta!».
Aspettate un attimo, cosa mi state chiedendo esattamente? In un momento così delicato per le ragazze non so se saprò scegliere le parole giuste. Lo capite?
Ego: «Non hai alternative, svegliati ragazzo, è ora di alzarsi».
Indeciso: «Ma che razza di caldo è questo?!».
Non so se vi capita mai la mattina di domandarvi se avete dormito o meno, o se addirittura vi capita di svegliarvi nel cuore della notte, aprire gli occhi e non essere sicuri di riconoscere il luogo in cui vi trovate.
Ultimamente la notte non prendo sonno e puntualmente il mio cervello si mette in moto e mi riporta agli anni dell’adolescenza. Non so spiegarlo ma sta diventando una condizione costante, regolare.
Non mi definirei attempato. Non avendo nemmeno quarant’anni sarei ridicolo anche solo a pensarlo, eppure c’è una fase nella vita in cui si è veramente giovani, a partire dai pensieri e desideri che si provano. Mi riferisco a quando ero un liceale. Non c’è un motivo particolare, non mi sento inquieto, però ogni notte sono lì: col corpo nel letto, con la mente in un’altra epoca, sempre mia, ma di quasi vent’anni or sono.
Da dieci anni a questa parte è cambiato tutto. Sono un uomo, ho una famiglia e una casa.
Ego: «Che bel quadretto».
Il caldo d’estate a Torino non ti lascia stare nemmeno per sbaglio. Ricordo quando non erano solo le alte temperature, o almeno non solo quelle, a non lasciarci dormire, a me e Sara, quando la principale causa d’insonnia era la nostra goffa cucciola sfrontata, Matilde.
Quanta pazienza ci metteva Sara. Ora Matilde ha otto anni ed è ancora l’angelo ribelle della casa, ha fatto la sua scelta: preferisce creare un inferno anziché donarci il paradiso di notte.
Chissà se anch’io ero così e chissà se mio padre si dava da fare più di me per farmi addormentare, non me lo vedo tanto.
Quando Matilde aveva circa due anni e di notte diventava insofferente (solitamente d’estate), ci pensava Sara a calmarla e spesso con successo.
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Le volte in cui nostra figlia non mollava e vedevo che lei stava per perdere le staffe, allora scendevo in campo io con lo stesso fare sicuro di quando la squadra è sotto uno a zero, mancano pochi minuti alla fine del match e l’allenatore vede in te l’uomo partita, l’uomo della domenica, da ultimo minuto, capace di capovolgere il risultato.
Ego: «Sì, è arrivato Roberto Baggio, eh su».
Noia su una sdraio con occhiali da sole e una visiera parasole dal balconcino della camera da letto: «Ecco guarda, un sentito grazie a nome di tutti i lettori».
Indeciso: «Va bene, ho capito, ragazzi, sempre diretti con me».
Comunque, per farla breve, il mio intervento durava circa trenta secondi, poi iniziavo a sbraitare anch’io e si andava avanti fino alle prime luci del giorno, sudando il doppio. L’allenatore non sembrava poi così contento.
Quanta pazienza consumata.
Ego: «Non mi sembra che questo sia l’Ego di un impaziente, però potrebbe essere lo spunto per il secondo romanzo».
Indeciso: «Lasciami proseguire».
A Torino, al civico 7 di via Mercanti, si suda già all’alba, il caldo rallenta le cose sia in città che in casa, le tende bianche ricamate a mano scelte da Sara non si muovono neppure sotto minaccia e io mi sento un po’ come lo straniero di Albert Camus, però lo ammetto, e mi scuso per questo, più felice, o forse più ottimista.
Il riflesso del sole rimbalza sul balcone e si proietta lungo la parete della camera da letto. Ormai sono pratico, anche senza guardare l’orologio saranno le otto e trentacinque ma non le nove perché alle nove il riflesso ha già raggiunto il gentiluomo con giacca e paglietta che regge l’ombrello in spiaggia nel quadro di Jack Vettriano, lui sì che sta patendo il caldo, certo, però almeno è al mare.
Guardando attraverso le tende riesco a vedere il mercurio che ha già percorso tutta la scala graduata del tubicino di vetro abbandonato sul muro esterno del balcone.
Non è un problema, ho quasi maturato l’idea di alzarmi, di scalare le marce per correre, penso già alla camicia da mettere, sì, quella bianca, magari nuova e leggera, buona per tutte le occasioni. Che poi anche quella a righe bianche e blu con il colletto button-down funziona bene.
Lavorare in smart working ha i suoi vantaggi, questo è fuori discussione, mi manca solo l’aria condizionata dell’ufficio.
Che silenzio quando non ci sono le ragazze.
Ego: «Perché non metti su un po’ di musica».
Ego ha ragione, ma quale musica? Mi giro e guardo verso la fila dei miei dischi appoggiati per terra, noto che ce n’è uno che si sporge più in là, oltre la linea degli angoli delle custodie di cartone, in coda a tutti gli altri spuntano gli occhiali di Dave Brubeck, i nostri sguardi si incrociano, sbaglio o mi sta sorridendo? Ho capito, mi alzo. Dave, tu tieni il tempo per tutta la giornata. Take Five.
Mentre mi tiro su ma poi di nuovo giù faccio finta di non vedere la dozzina di libri lasciati a metà, impilati sia sopra che a lato del comodino.
Premetto che non ricordo di aver letto molto nella mia vita, però nelle poche volte in cui mio padre mi ha rivolto la parola mi toccava sorbirmi commenti del tipo: «Ma quanto leggi? Ci vuoi annegare in quei libri? Ma che leggi a fare se non guardi alla vita?». Su per giù avrò avuto sedici anni.
Con un piccolo escamotage, ho sempre letto testi di qualità, solo romanzi consigliati, oppure grandi classici, così era più facile scegliere. Leggevo per lo più italiani e americani. E poi un francese. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma non lo è.
Pesa così tanto il francese nella mia lista che a mio avviso dovrebbe essere una lettura obbligatoria in tutto il pianeta e non solo a scuola, ovunque, anche a lavoro o in qualunque contesto voi siate, parlo di Antoine de Saint-Exupéry, l’autore del Piccolo Principe. Non a caso è il libro più tradotto al mondo insieme alla Bibbia e al Corano.
Vi dirò, so che ha scritto altro, ma onestamente non mi interessa, non indagherò fra la sua bibliografia perché sono convinto che non ci si possa ripetere dopo un capolavoro così.
Ego: «Ma tu non eri l’indeciso in questa storia?».
Indeciso: «Su poche cose ho le idee chiare, poche».
Non esagero: se non l’avete letto, chiudete questo libro, per carità di Dio, e andate a comprarlo. Se invece l’avete letto e non la vedete come me, be’, chiudete comunque questo libro e andate a farvi fottere.
Se vi state chiedendo il perché di tutti questi rimandi alla buona musica e a una certa letteratura, vi dico che non li sto inserendo per fare l’intellettuale o altro, ma solo per svelarmi, per farmi conoscere più rapidamente da voi.
Un modo per fare una terapia di gruppo fra autore, protagonista e lettori.
Noia sempre dal balcone mentre si affina le unghie con la lima: «Terapia?».
Sì, terapia o, meglio, un po’ di catarsi, ecco, ce l’ho: un’esperienza catartica attraverso la narrazione.
Ego sotto la doccia urla: «Ma la narrazione de che?».
Indeciso: «Attraverso la scrittura allora».
Autore: «Ok, ma il romanzo lo sto scrivendo io, non tu».
Indeciso: «Non ti ci mettere anche tu, adesso».
Quando si decide di scrivere un romanzo (ma fosse anche un sonetto) lo si fa per due ragioni: per se stessi e per piazzare un best seller buono in tutte le librerie del mondo e per farlo consegnare dai corrieri in ogni dove.
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