Capitolo 1.
Partenza
Guardai il cielo e una stella cadde.
Non so dove, come non so dove vivi tu.
[ZENO]
«Piacere, Leonardo.»
Sarebbe stato un modo perfetto per iniziare la nostra storia, vero Leo?
In fondo, tutte le storie d’amore cominciano con un incontro. Sono passati mesi da quella sera, eppure mi sembra ancora di sentirti respirare accanto a me.
È per questo che mi ritrovo qui, solo in camera, con una penna in mano e la Moleskine aperta – forse arrivata a me per caso, o forse l’ho attirata io, come tutte le cose che mi sono accadute fino a questo momento – a raccontare ciò che ci è accaduto. Di ciò che avvenne prima, ma anche dopo.
Sono seduto accanto alla scrivania di legno che un tempo apparteneva a mia nonna, con una caraffa d’acqua piena e un bicchiere vuoto. Davanti a me, il quadernino immacolato. Le mani tremano un po’, ma finalmente ho deciso di cominciare.
È arrivato il momento di inchiostrare tutto.
Te l’avevo promesso, Leo. E ora so che solo mantenendo quella promessa avrei potuto iniziare davvero a raccontarci. A credere nel mio sogno, che era diventato anche un po’ tuo. Per me, per te, per comprendermi. Ma soprattutto per continuare ad amarti.
Forse chi leggerà queste pagine non saprà nulla di noi. Ma basteranno poche righe, Leo, per farli entrare nella nostra storia. Per farli sentire presenti anche loro, in quel locale.
Ero entrato in quell’osteria per restare in silenzio.
E invece trovai una voce. La tua.
Ricordo ancora il mio arrivo davanti a quel posto in centro, come si ricorda un sogno che brucia ancora.
Quando entrai, mi sedetti al bancone, proprio di fronte al barman. Appoggiai la fronte sulla mano sinistra, chiusi gli occhi. La destra toccò il bancone gelido, liscio, che rifletteva la luce come uno specchio opaco. Cercai di ascoltarmi, di sentire la forza che mi aveva spinto lì.
Pensai solo a un calice di vino bianco. Come se potesse bastare. Il locale era cupo, ma accogliente. Le luci soffuse disegnavano ombre morbide sui tavoli in legno scuro, la musica non era alta, sembrava respirare con chi era seduto.
Era diverso dalle classiche osterie friulane: nessun vociare invadente, nessun odore troppo persistente. Quel luogo aveva qualcosa di intimo, di sospeso. I divanetti in velluto sembravano appena restaurati, i dettagli curati con un gusto quasi silenzioso. Ai muri, quadri scuri e astratti rompevano l’opacità: forme geometriche, linee spezzate e cerchi imperfetti che, chissà come, riuscivano a fornire colore. Come se emettessero luce propria.
In quel contesto ovattato, anche i pensieri sembravano più chiari. Dentro di me c’era una stanchezza che non riuscivo più a spiegare a nessuno. Ne avevo attraversate di notti vuote, Leo. Di letti che non scaldavano e mani che non sapevano accarezzare.
Avevo finito le parole, persino dentro me stesso. Poi la tua voce tremante mi risvegliò da tutti i pensieri che volevo affogare. Fu in quell’istante che capii di aver bisogno di qualcosa di più forte da bere. Alzai lo sguardo. Le nostre iridi si incrociarono e si trattennero. Mi sembrò che anche i vestiti non bastassero a proteggermi. Per un attimo, anche l’aria cambiò odore: una fragranza acre, simile all’incenso che accendo ogni mattina per fare meditazione. Era il tuo profumo.
Mi porgesti la mano, con un gesto di pace, senza curarti dei miei uomini silenziosi. Quegli uomini che avevano lasciato il segno, ma che non avevano saputo restare.
La tua pelle era morbida. Non come la mia, che si screpolava per il vento autunnale.
Accadde in un attimo.
Le micce si accesero.
Io e te, esplosione cosmica.
Mi ero da poco trasferito tra i colli friulani, in un piccolo borgo famoso per il suo prosciutto. Un grande cambiamento per me, nato e cresciuto in Brianza, non molto lontano dal caos milanese. Prima di approdare in questa terra sconosciuta a molti, ma così familiare per me, sentivo la necessità di cambiare aria – e non era solo per l’inquinamento.
Da tempo avvertivo un malessere profondo.
Il lavoro non mi dava più alcuna gratificazione: leggere curriculum, incontrare persone di cui non mi importava nulla, trovare loro un posto di lavoro, rispettare scadenze, mantenere rapporti con le aziende clienti. Lo stress era sempre elevato e io, giorno dopo giorno, mi spegnevo. Ero entrato in un circolo vizioso, e dentro quel vortice mi sentivo incompleto. Incompreso.
Fu una sera di fine estate che decisi di rivoluzionare la mia esistenza. Reduce da una giornata difficile, uscii dopo cena a prendere un po’ d’aria. Il mio corpo aveva bisogno di rilassarsi, la mia mente di svuotarsi. Camminai nel buio, con la voglia di una sigaretta da accendere prima di dormire.
La frustrazione mi opprimeva. Io volevo solo essere libero.
Passo dopo passo, raggiunsi quella vecchia panchina di legno, scheggiata dal tempo, che conosceva ogni mio silenzio. La luna splendeva, le stelle la accompagnavano, mentre io mi sentivo sempre più solo. Il silenzio della notte mi ha sempre affascinato: in quel luogo nessuno poteva dirmi cosa fare, né come farlo.
L’aria fresca mi accarezzava il volto pallido.
Tirai fuori il tabacco, un filtro, una cartina. Completai il mio breve rito e accesi la sigaretta.
Il tempo si fermò.
Aspirai.
Guardai il cielo. Una stella silenziosa cadde.
Non sapevo ancora che quella stella silenziosa avrebbe segnato l’inizio di tutto.
Un amore. Una promessa. Un romanzo.
Dove sta andando? mi chiesi. Il fumo uscì dalla mia bocca.
Sicuramente, in un posto migliore di quello in cui sono ora.
Feci un altro tiro. Con un gesto lieve, la cenere si disperse sul selciato.
Dove sto andando?
Fu in quell’istante che compresi. Era giunto il momento. Era giunto il momento di partire. Di inseguire il mio sogno.
Così scelsi il Friuli. Mia sorella viveva lì, e anche se non lo sapevo ancora, sarebbe diventata il mio primo punto fermo.
Ora so che non sono stato io a decidere. È stato il mio dolore, la mia stanchezza, la mia voglia di rinascita.
Era l’universo che mi chiamava a sé. Che mi chiamava a te, Leonardo.
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