I.
Sgattaiolando all’alba
21 marzo, Dasami mashi
Anche quella mattina mi svegliai presto, molto presto.
Sonnecchiante, alzai il petto fino a inquadrare la finestrella di fianco al letto: poco più di un buco quadrato nella parete tufacea con un rigoglioso riquadro metallico. La luce dell’alba vi passava attraverso, fino a solleticarmi il viso col suo timido calore.
Che sensazione piacevole.
Sbadigliai, mi stiracchiai, poi guardai il viale alberato sotto casa. Come ogni giorno, a quell’ora non passava anima viva.
In pochi avrebbero capito perché insistessi a svegliarmi così presto, ma avevo i miei motivi.
Mi voltai a guardare lo spazio della cameretta con espressione ancora rintontita dal lungo sonno e, dopo aver inalato l’aria fresca del mattino, decisi di cominciare la giornata.
***
Ero ancora nella calda penombra della mia camera, ma ero quasi pronto per uscire.
M’arrabattai per mettere le ultime cose in cartella: un paio di matite, i quaderni di carta, la riga… ma mancava ancora un ultimo oggetto.
Immersi il braccio nel tascone che pendeva dalla scrivania, così pescai il piccolo amuleto, il mio portafortuna, con l’agilità d’un fiociniere al controllo dell’arpone.
A inventario concluso, sgattaiolai via dalla stanza mentre Kokua ancora dormiva.
Scesi le scale un piolo alla volta con la tracolla in spalla.
Appena ebbi poggiato i piedi sul pavimento mi sentii finalmente libero di poter vagare con leggerezza negli spazi di casa, senza il timore che un mio passo più sonoro degli altri corrompesse il sonno del mio tutore.
Feci un rapido salto in cucina, sgraffignai il panino che Kokua doveva avermi preparato la notte prima e mi catapultai fuori, lasciando al mio seguito la pesante tenda dell’ingresso ricadere verso il basso.
Sotto le lunghe ombre di palme e arbusti, i miei piedi si rivolsero in direzione della scuola come per ingannevole automatismo, ma mi fermai dopo pochi cubiti.
«Ah, giusto,» mormorai con autoironico sorriso «è ancora presto per le lezioni.»
Invertito il passo, mi diressi verso il mare.
***
Il villaggio era ancora spoglio.
I fiori, gli alberi e gli uccelli erano già svegli da un po’, ma le presenze umane si limitavano a una manciata di contadini e marinai.
Passai, spensierato, per la via che conduceva ai pontili, circondato da un paesaggio cittadino costellato di basse casette. Le pietre tufacee dai chiari colori si affiancavano fittamente, risparmiando pochi e stretti passaggi fra le abitazioni.
Erano bastati pochi minuti di cammino e già sentivo la schiuma del mare sfrigolare sopra la sabbia del porto, al che cominciai a pensare, a riflettere, a ricordare.
All’inizio non ci facevo caso, ma ben presto era diventata una consuetudine.
Ogni giorno mi spingevo lì, ai limiti terrestri della città, dove i pontili si protendevano nelle acque della riva. E qual era la mia ragione maestra? Forse, forse nulla di più che guardare l’alba.
Tutte le volte, come allora, mi sedevo sulle palafitte lignee del porticciolo e ammiravo il sole diviso a metà fra il cielo e il mare.
E poi, l’aria flebile e rosea del mattino mi appagava.
Ricollegatomi al presente, mi levai di dosso la tracolla e la riposi dietro di me, ben distante dal bordo del pontile: non si sa mai che le rampollasse l’idea di tuffarsi in mare da sola.
Mi tolsi le scarpe, quindi lasciai dondolare le nude punte dei piedi sul pelo dell’acqua. Era divertente… e rinfrescante.
Gli unici suoni erano quello dell’acqua che coccolava le palizzate del pontile e i gemiti legnosi delle piccole barchette attraccate tutt’attorno che oscillavano con dolcezza sulle onde. Barche a parte, tuttavia, non v’era anima viva.
Perfetto.
Estrassi dallo zaino il mio portafortuna.
In apparenza non era un granché di speciale; tuttavia, al mio tocco, si illuminò di una tenue luce azzurrina, come prendendo vita.
Quel materiale ai miei occhi particolarissimo, quella misteriosa superficie cristallina, era capace di creare, sotto i raggi del sole, i più meravigliosi e iridescenti giochi di luce.
Ecco, quella era un’altra delle ragioni per cui mi alzavo così presto: sperimentare gli effetti all’alba di quel gingillo, trovare condizioni d’inclinazione sempre nuove per generare le più originali combinazioni di luce.
Tutt’a un tratto, la meditazione fu interrotta da una nuova presenza, una voce femminile a me coetanea.
«Keiko!» La figura familiare di Tailia comparve al di là dei pontili.
Rimboscai in fretta il portafortuna all’interno della tracolla per evitare che fosse visto, e solo dopo dedicai il mio sguardo alla ragazza.
Navigava con una barchetta dalle tinte simili alle sue, imbracciando due remi esili quanto lei. Doveva trattarsi di un nuovo acquisto, dacché era la prima volta che vedevo quella piccola scialuppa.
La livrea dell’imbarcazione era bianca come la pelle della ragazza, la fascia sopra l’opera morta brillava di un verdino che si intonava ai suoi capelli lunghi e lisci, al contempo riflettendo la sua indole tranquilla e leggiadra.
«Ciao, Tailia!» L’accolsi con un sorriso.
«Anche oggi ai pontili, eh?» In un paio di remate giunse davanti al pontile dov’ero seduto.
«Lasciami assecondare le mie abitudini primaverili.» Con occhi evasivi, mi vestii di un pizzico di autoironia.
«Rinsacca i piedini e salta su,» si spostò sulla dritta dell’imbarcazione per farmi spazio «a breve iniziano le lezioni.»
«Si è già fatto così tardi?»
«Be’, saranno all’incirca le sette… è vero che manca ancora un’ora,» la ragazza mise in fila i pensieri, gesticolando con le dita libere dal remo «ma se calcoli il tempo del viaggio in barca, l’ultimo tratto da fare a piedi, un po’ di tempo in più per una chiacchierata…»
La frase si dissolse sul finire.
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