Rimasto solo, David continuò a fissare la pioggia. Sapeva che la decisione che avrebbe preso quel giorno avrebbe cambiato il destino del paese. Si preparò mentalmente per la riunione imminente, consapevole del peso della responsabilità che gravava sulle sue spalle. La sua intenzione era quella di essere un perno fondamentale per evitare la guerra, un mediatore diplomatico del conflitto fra i blocchi americano, asiatico ed europeo.
Mentre attendeva che la riunione si compisse, decise di andare a prendere il solito caffè al bar vicino Palazzo Chigi. Per David, il caffè andava bevuto al bar, un piccolo rituale che gli permetteva di schiarirsi le idee e di staccare mentalmente. Uscì dall’ufficio, accompagnato dalle sue guardie del corpo, e si incamminò verso il bar sotto la pioggia battente.
Le strade di Roma erano deserte, il cielo grigio e cupo rifletteva l’umore del primo ministro. Le gocce di pioggia scivolavano lungo il suo impermeabile, mentre camminava a passo deciso. Le guardie del corpo lo seguivano da vicino, sempre vigili.
Arrivato al bar, David si fermò un attimo sotto l’insegna luminosa, osservando l’interno accogliente del locale. Il barista, un uomo di mezza età con un sorriso caloroso, lo salutò con un cenno del capo. David entrò e si avvicinò al bancone, ordinando il suo solito caffè.
Mentre attendeva fuori accendendosi una sigaretta, il suono secco di alcuni spari ruppe il silenzio. David sentì un dolore acuto al fianco e cadde a terra. Le guardie del corpo si mossero rapidamente, cercando di capire la direzione dei colpi, ma era tutto confuso. La pioggia, il caos e il panico rendevano difficile individuare l’attentatore.
David giaceva a terra, il sangue che si mescolava con l’acqua piovana. Le guardie del corpo cercavano di proteggerlo, ma sapevano che da lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno.
Il tentativo di assassinio aveva gettato un’ombra oscura su quella giornata già carica di tensione.
Il barista si precipitò verso David, cercando di aiutarlo.
«Signor primo ministro, stia calmo, stiamo chiamando i soccorsi» disse con voce tremante.
David, con il fiato corto e il dolore che pulsava nel fianco, cercò di mantenere la calma.
«Il ministro… avvisa il ministro Lantieri… ferma tutto» riuscì a dire con un filo di voce.
Le guardie del corpo formarono un cerchio intorno a David, cercando di proteggerlo da ulteriori attacchi. La situazione era critica e ogni singolo secondo faceva la differenza. Le sirene delle ambulanze e delle forze dell’ordine si avvicinavano, mentre la pioggia continuava a cadere incessantemente, lavando via il sangue e il caos di quel momento drammatico.
Francesca sedeva sul divano del soggiorno, con lo sguardo fisso sul televisore. I notiziari trasmettevano continuamente aggiornamenti sull’attentato al primo ministro, ma le informazioni erano frammentarie e confuse. La preoccupazione era tangibile nell’aria.
Francesca, una donna di straordinaria bellezza, aveva i capelli castani tagliati a caschetto che incorniciavano il suo viso delicato. I suoi occhi marroni, grandi e profondi, riflettevano l’ansia che cercava di nascondere. Indossava un elegante tailleur grigio, che contrastava con la sua pelle chiara.
Sofia, la nipote di David, era seduta accanto a Francesca. Ascoltava la musica tramite auricolari, testi complessi, ricercati, indecifrabili per molti. La musica era il solo modo per mantenere la calma in quel momento. I suoi occhi marroni da cerbiatto erano pieni di ansia. A soli quattordici anni, dimostrava una maturità sorprendente. Aveva lunghi capelli castani che le cadevano sulle spalle e indossava una semplice maglietta con un paio di jeans. Aveva sempre ammirato lo zio per la sua dedizione e il suo impegno verso il Paese e ora la paura di perderlo la paralizzava. Fu proprio David a instillarle questa passione per la musica. Per Sofia era come un padre e per David lei era come una figlia. Il loro legame si era rafforzato con la tragedia che li aveva colpiti anni prima e della quale nessuno voleva mai parlare.
Francesca cercava di mantenere la compostezza, ma il suo cuore batteva forte. La notizia dell’attentato l’aveva colpita come un pugno nello stomaco. Non potevano recarsi all’ospedale, dove David era stato portato d’urgenza, e attendevano l’arrivo della protezione per potersi muovere in sicurezza. L’incertezza sullo stato di salute di David era insopportabile.
«Zia Francesca, pensi che zio David starà bene?» chiese Sofia con voce tremante.
Francesca si girò verso di lei, cercando di offrire un sorriso rassicurante.
«Sì, Sofia. David è forte, e i medici faranno tutto il possibile per salvarlo. Dobbiamo avere fiducia.»
Le parole di Francesca erano un tentativo di confortare Sofia, ma anche lei aveva bisogno di crederci. La paura di perdere l’uomo che amava la tormentava e il suono delle gocce di pioggia che picchiettavano sul vetro delle finestre non faceva altro che amplificare la sua angoscia.
Sofia rimase seduta, stringendo il cuscino del divano con forza. Le sue mani erano sudate e tremanti. Ogni volta che il notiziario cambiava immagine, il suo cuore saltava un battito. Aveva il timore che da un momento all’altro sarebbe apparsa l’ultima ora, annunciando la morte dello zio. In Italia certe notizie di dominio pubblico erano solite essere date prima ai mass media e poi alle famiglie dei coinvolti.
Sul televisore continuavano a trasmettere aggiornamenti.
«Secondo le prime indiscrezioni, l’attentato al quarantatreenne primo ministro Marin potrebbe essere stato orchestrato da un gruppo estremista. Le autorità stanno indagando e non escludono nessuna pista» diceva il giornalista con tono grave. «Al momento, non ci sono ulteriori dettagli sullo stato di salute del primo ministro, ma fonti ospedaliere parlano di una situazione critica.»
«Credi che sia stata opera di un fanatico o c’è qualcosa di più grande dietro?» chiese Sofia secca.
Francesca tornò a sedersi accanto a lei, prendendole le mani.
«Non saprei, Sofia. A volte le persone fanno cose terribili per motivi che non possiamo capire» prese un attimo di pausa. «Ora dobbiamo solo sperare che lo zio si svegli e poi ci saranno già persone esperte alla ricerca degli attentatori.»
Il sospetto di Francesca era chiaramente che il piano omicida fosse stato orchestrato dall’alto, non da un semplice individuo pazzo, ma da un team ben organizzato, talmente ben organizzato da non lasciare alcuna traccia, facendo brancolare le forze dell’ordine nel buio totale.
Negli ultimi anni, le tensioni nel mondo erano aumentate vertiginosamente.
Nel 2026, un incidente nel Mar Cinese Meridionale aveva visto una nave da guerra americana scontrarsi con una fregata cinese, causando un’escalation diplomatica senza precedenti. L’intensificazione delle sanzioni economiche reciproche, con la presidenza Trump, paralizzò definitivamente il commercio globale, portando a una crisi economica che aveva oppresso duramente le popolazioni di tutto il mondo.
Nel 2027, un attacco informatico su larga scala aveva colpito le infrastrutture energetiche europee, lasciando milioni di persone senza elettricità per settimane. Le indagini puntarono il dito verso hacker russi, ma Mosca negò ogni coinvolgimento, accusando invece l’Europa di orchestrare un complotto per destabilizzare la regione. I rapporti tra questi due blocchi non vennero mai recuperati, nonostante la fine della guerra in Ucraina, iniziata nel 2022 e conclusa a fine 2026 con l’annessione di alcune aree prima ucraine in territorio russo.
Nel 2028, un satellite spia americano fu abbattuto da un missile cinese, provocando una risposta militare immediata da parte degli Stati Uniti. Le esercitazioni militari congiunte tra USA e Europa si erano intensificate, mentre la Cina aveva rafforzato le sue alleanze con la Russia e altri paesi asiatici, fino all’invasione dell’isola di Taiwan nel dicembre dello stesso anno.
Nel 2029, un attentato terroristico a Bruxelles scosse l’Europa. Le indagini rivelarono legami con gruppi estremisti arabi finanziati da potenze straniere, aumentando ulteriormente la paranoia e la sfiducia tra i blocchi. Le città erano diventate fortezze, con eserciti e droni di sorveglianza che pattugliavano le strade, mentre i cittadini vivevano nella paura costante di un conflitto imminente.
I dissapori e i conflitti fra popolazioni storicamente rivali aumentarono in maniera esponenziale nel corso degli anni: nella regione del Kashmir indiani e pakistani continuavano a creare guerriglie urbane tra loro e sul confine tra Corea del Nord e del Sud le due fazioni intensificavano le esercitazioni, lanciando di tanto in tanto qualche provocazione.
Nel 2030 il mondo era sull’orlo del baratro. Le diplomazie erano in stallo e ogni mossa veniva vista come una provocazione. Le esercitazioni militari si trasformarono in scontri reali, la leva obbligatoria fu reintrodotta in quasi tutti i Paesi e la propaganda alimentava odio tra le nazioni. La paura di una guerra totale era palpabile e l’umanità si trovava a un bivio: trovare un modo per risolvere pacificamente le tensioni o affrontare le devastanti conseguenze di un conflitto globale.
Il mondo globalizzato conosciuto fino al 2020 era scomparso quasi del tutto, soppiantato da un pianeta diviso in blocchi: le relazioni commerciali erano praticamente inesistenti e ognuno contava, erroneamente, sulla propria produzione interna, dedita ormai prettamente all’ambito bellico e alimentare.
Ecco quindi la fatidica decisione che David doveva prendere e che la NATO attendeva come il pane: l’Italia era l’unica nazione che bloccava la guerra totale tra Occidente e Oriente, non concedendo il via libera a un blocco militare su larga scala da parte degli stessi membri NATO a Taiwan.
La protezione era finalmente arrivata e un convoglio di auto nere attendeva fuori dalla porta. Francesca si infilò al volo un impermeabile scuro e prese un ombrello, mentre Sofia si avvolse in una giacca pesante. Le guardie del corpo le scortarono rapidamente verso l’auto, cercando di proteggerle dalla pioggia battente.
Il paesaggio di Roma era avvolto in una coltre grigia. Le strade, solitamente animate, erano deserte e silenziose, con solo il rumore della pioggia a riempire l’aria. Gli edifici storici della città sembravano quasi spettrali sotto il cielo plumbeo. Francesca osservava fuori dal finestrino, cercando di calmare i suoi pensieri. Sofia, seduta accanto a lei, stringeva le mani nervosamente, il viso pallido e gli occhi pieni di preoccupazione.
Mentre il convoglio si avvicinava all’ospedale, la tensione aumentava. Le sirene delle auto della polizia e delle ambulanze si mescolavano con il rumore battente della pioggia, creando un’atmosfera surreale. L’ospedale era circondato da giornalisti e fotografi, pronti a catturare qualsiasi immagine o dichiarazione, come sciacalli. Le luci dei flash illuminavano la scena, rendendo l’arrivo ancora più caotico.
Le auto si fermarono davanti all’ingresso principale dell’ospedale e le guardie del corpo si mossero rapidamente per creare un corridoio sicuro per Francesca e Sofia. I giornalisti si accalcarono, gridando domande e cercando di ottenere uno scatto esclusivo.
«Signora Russo, come sta il primo ministro? Avete notizie?» urlavano, mentre i flash continuavano a lampeggiare. Non erano sposati. Non per una particolare avversione nei confronti del vincolo, ma perché non lo ritenevano una cosa prioritaria.
Francesca tenne stretta la mano di Sofia e cercò di mantenere la calma.
«Non abbiamo dichiarazioni da fare in questo momento» disse con voce ferma, cercando di farsi strada tra la folla. Le guardie del corpo le proteggevano, spingendo indietro i giornalisti e cercando di mantenere l’ordine.
Finalmente, riuscirono a entrare nell’ospedale, lasciandosi alle spalle il caos esterno. L’interno dell’edificio era un contrasto netto con l’esterno: silenzioso, ordinato e illuminato da luci fluorescenti. Francesca e Sofia furono accolte da un medico che le guidò rapidamente verso la sala d’attesa.
«Il primo ministro è ancora in sala operatoria» disse il medico con tono professionale. «Stiamo facendo tutto il possibile per stabilizzare le sue condizioni. Vi prego di attendere qui, vi terremo aggiornate» indicando due piccole poltrone.
Francesca annuì, cercando di non crollare sfinita dall’ansia. Sofia si sedette accanto a lei, il viso ancora pallido.
«Zia, pensi che zio David ce la farà?» chiese con voce tremante.
«Sì, Sofia. Dobbiamo avere fiducia nei medici. Lo zio David è forte, e farà di tutto per tornare da noi» rispose Francesca, stringendo la mano della nipote.
Le due donne rimasero sedute in silenzio, aspettando notizie, mentre la pioggia continuava a cadere fuori, lavando via il caos e l’angoscia di quella giornata drammatica.
Le pareti erano dipinte di un bianco sterile, interrotto solo da occasionali poster informativi e segnaletica. L’aria era impregnata dell’odore di disinfettante, un misto di pulizia e medicinali.
Il via vai degli operatori sanitari era incessante. Medici e infermieri si muovevano rapidamente nei corridoi, indossando camici bianchi e mascherine. Alcuni portavano cartelle cliniche, altri spingevano letti e carrelli con attrezzature mediche. Le loro espressioni erano concentrate e professionali, riflettendo la gravità delle situazioni che affrontavano ogni giorno.
La sala d’attesa era un microcosmo di emozioni. Gente comune, pazienti e familiari si trovavano lì, ognuno con la propria storia e le proprie preoccupazioni. Alcuni sedevano in silenzio, con lo sguardo fisso sul pavimento, mentre altri bisbigliavano, cercando conforto nelle parole dei propri interlocutori. Un bambino con un braccio ingessato giocava con un piccolo giocattolo, mentre sua madre lo osservava con occhi stanchi, ma amorevoli.
Francesca e Sofia erano sedute in un angolo della sala d’attesa, cercando di mantenere la calma. Francesca osservava il via vai degli operatori sanitari, cercando di trovare un senso di sicurezza nella loro professionalità.
Un’infermiera passò accanto a loro, portando un vassoio con medicinali. Il suo volto era segnato dalla stanchezza, ma i suoi movimenti erano precisi e sicuri.
«Scusi, signora, posso offrirle qualcosa? Un caffè, dell’acqua?» chiese con gentilezza.
Francesca declinò l’offerta gentilmente. Il pugno allo stomaco si faceva via via più opprimente.
Nella sala d’attesa, c’erano anche altri pazienti: un anziano con un respiratore seduto su una sedia a rotelle, accompagnato da una donna, forse la figlia; una giovane ragazza con una fasciatura alla testa, che cercava di leggere un libro per distrarsi; un uomo con una gamba ingessata, che parlava al telefono con voce preoccupata. Ogni persona in quella sala aveva una storia, un motivo per essere lì. La loro presenza creava un senso di comunità, un legame invisibile tra sconosciuti che condividevano la stessa esperienza di attesa, speranza, gioia e dolore. A questo pensava Sofia, osservando quel piccolo mondo racchiuso fra quattro mura e cercando di trovare conforto nella routine quotidiana dell’ospedale. Ogni tanto, un medico passava e dava loro un aggiornamento sulla situazione di David. Dentro l’ospedale, la speranza e la determinazione erano palpabili.
Improvvisamente, la porta della sala operatoria si aprì e ne uscì il primario.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.