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L’ombra del virus

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Quando il dottor Ruggero, un brillante ricercatore italiano, si ammala all’improvviso nel cuore della Cina, i suoi amici Simone e Vincenzo vengono trascinati in un’indagine che supera ogni immaginazione, e quello che sembra un caso sanitario si trasforma presto in un intrico di segreti e sorveglianza internazionale che coinvolgono persone pronte a tutto pur di impadronirsi di una scoperta destinata a cambiare il mondo.

Tra laboratori d’avanguardia, città lontane e operazioni condotte nell’ombra, i confini tra verità e menzogna si fanno sempre più sfumati. Ogni indizio conduce a nuove domande, ogni risposta apre scenari inaspettati, e mentre una minaccia invisibile si diffonde, il tempo diventa il nemico più pericoloso.

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Era una mattina fredda e soleggiata sulla statale 38 dello Stelvio che da Bormio porta a Tirano. La neve ai bordi della strada aveva creato grossi cumuli per le abbondanti precipitazioni della settimana precedente. Il termometro alle otto e mezza del mattino segnava ancora meno cinque gradi. Simone si dirigeva come tutte le mattine alla sua palestra al centro della cittadina valtellinese. Il trentatreenne, figlio del signor Cantoni, storico maestro di sci alpino della Valdidentro, aveva girato un po’ la Lombardia per conseguire due lauree: la prima a Milano in Scienze motorie e la seconda in Biologia a Pavia, per poi tornare a casa e aprire con alcuni soci un centro fitness dove lavorava come istruttore ed eseguiva visite private come naturopata, la sua ultima specializzazione.

Era stato fin da piccolo un ragazzino vivace e spericolato. Seguiva il padre sulle piste da sci e ne combinava di tutti i colori; infatti non era raro trovarlo sui tetti degli chalet o arrampicato sui pali della seggiovia. Aveva praticato diversi sport estremi, dallo snowboard fuoripista al parapendio, per poi specializzarsi ultimamente in una disciplina acrobatica ancora poco conosciuta: il parkour.

Dopo essersi cambiato nell’ampio spogliatoio aveva acceso la radio con un mp3 delle colonne sonore di Rocky Balboa e si era diretto in sala crossfit per allenarsi coi soliti quattro clienti mattinieri. Tra un box jump e un butterfly pull up per mantenere in forma e asciutto il suo fisico di un metro e ottantasette per ottantotto chilogrammi di muscoli, la mattinata giunse quasi al termine. Finita la doccia, mentre l’occhio di Simone cadde sul grande orologio digitale della sala corsi che in quel momento segna le undici e quarantacinque, si aprì la porta di ingresso.

Quel martedì, il 14 gennaio 2020, un uomo dall’aspetto ordinario ma con un’aura di mistero entrò nel bar della piazza di Tirano. Il suo abito in tweed d’acchito faceva presupporre si trattasse di un impiegato di banca e gli occhiali dalla spessa montatura nera di certo non contrastavano con il suo atteggiamento cauto e sospettoso.

Nel piazzale davanti al bar aveva appena parcheggiato una Mercedes Classe S Coupé che stonava un po’ col personaggio che stava ordinando un caffè d’orzo in tazza grande e un bicchiere di acqua naturale temperatura ambiente.

«Buongiorno, avrei bisogno di un’informazione… Mi sapete dire dove si trova la palestra del signor Cantoni?»

La giovane barista era rimasta un attimo spiazzata perché, da quando era tornato dai suoi tre anni a Pavia, Simone Cantoni era diventato per tutti Batman, anche se in pochi sapevano di preciso chi e perché aveva deciso di associare la sua figura al fantomatico uomo pipistrello della DC Comics.

«Certo, la palestra di Simone è proprio qui in fondo alla via; invece di seguire la strada che effettua una curva a sinistra può parcheggiare e andare a piedi, troverà l’ingresso sulla destra. Non può sbagliare perché fuori troverà un’insegna azzurra con dei pesi neri incrociati. Inoltre, se deve parlare con lui, è fortunato perché lo trova tutte le mattine.»

Il gentile signore aveva pagato il conto ed era uscito frettolosamente in direzione del centro sportivo.

Mentre si avvicinava alla porta, Simone non poté fare a meno di notare che quell’uomo non aveva l’aspetto di un cliente abituale.

«Benvenuto nella miglior crossfit room della Valtellina» disse, con un sorriso forzato. «Qui si entra umani e si esce spartani.»

Questo motivetto, che inizialmente doveva essere un vero e proprio jingle, non era mai piaciuto al proprietario della palestra ma era un cliché scelto dal suo socio e accettato dagli altri componenti del consiglio, quindi si vedeva costretto a utilizzarlo ogni volta che entrava dalla porta uno sconosciuto.

«Buongiorno a lei e complimenti per l’accoglienza, ma non sono qui per iscrivermi in palestra, cerco il signor Cantoni.»

Anche se dalla bocca del biondo e scanzonato muscoloso sarebbe uscita volentieri una frase del tipo: “Immaginavo solo guardandoti”, egli pronunciò parole più consone alla situazione: «Sono io. Se desidera prendere un appuntamento naturopatico possiamo fissarlo, ricevo al pomeriggio».

Il signore sconosciuto dalla solita aria gentile ed enigmatica proseguì deciso con le presentazioni, senza convenevoli: «Sono l’ispettore Galvani, dell’AISE» dichiarò l’uomo senza esitazioni, mostrando un tesserino con un grifone nero su sfondo giallo. «Abbiamo bisogno di parlare. Dovrà venire con me a Milano».

Il cuore di Simone perse un battito. Non era uno scherzo… La voce del suo interlocutore fece tornare alla realtà il ragazzo.

L’uomo proseguì: «Dobbiamo interrogarla in merito ai suoi rapporti con il dottor Ruggero D’Amato. Comprendo il suo stupore».

Simone era appena stato catapultato in quello che a lui sembrava un film americano o semplicemente l’apoteosi del paradosso: «Mi scusi, ma fatico a capire. Lei mi sta chiedendo di seguirla per un interrogatorio, ciò significa che sono in arresto? E con quale accusa? Penso proprio che l’iter giusto sia la notifica di un avviso di garanzia e la conseguente possibilità di interpellare un avvocato, almeno per capire quale sia l’imputazione a mio carico. Se invece si tratta solo di una testimonianza, mi spiace si sia scomodato a venire fin qui ma oggi pomeriggio ho l’agenda piena di appuntamenti, verrò da voi domani in mattinata, quando avrò la possibilità di farmi sostituire qui in palestra».

La forza di questa risposta, così articolata e quasi irrispettosa verso un pubblico ufficiale, era dettata dal fatto che il suo cervello non aveva ancora metabolizzato la situazione ma la stava trattando come uno scherzo. La calma e la decisione dell’ispettore nello spiegare meglio la dinamica dei fatti non gli lasciò più dubbi.

L’ispettore, con calma glaciale, lo informò che non era tecnicamente sotto arresto, ma che la situazione richiedeva la sua “collaborazione obbligata”. Aveva dieci minuti per chiudere la palestra e prepararsi.

Sarebbero partiti immediatamente.

«Mentre le telefonate per avvisare della sua assenza pomeridiana le farà strada facendo quando le dirò come giustificarsi con chi l’attendeva» aveva così concluso l’ispettore.

«Se mi permette quindici minuti avrò il cambio turno col mio socio e lascerò a lui l’incombenza di avvisare i clienti per oggi pomeriggio, così io dovrò solo avvisare i miei genitori che non sarò da loro per pranzo. Quando potrò poi tornare a casa?»

«Penso che per stasera o al massimo domattina sarà di nuovo a Bormio.»

Mentre si preparava non riusciva a smettere di pensare alla situazione e l’ultima frase era quella che più gli faceva cedere le gambe come se il suo allenamento mattutino fosse stato troppo pesante. “Penso che stasera o al massimo domattina…”; quel verbo interrogativo di inizio frase preoccupava e non poco il ragazzo, lasciandogli incertezza oltre che sulla durata anche sulla gravità dell’accaduto.

Pochi minuti dopo la potente coupé ruggì, spingendo Simone contro il sedile.

«Paura della velocità?» chiese l’autista.

«Tutt’altro,» rispose Simone con una calma che non sentiva «sono abituato agli sport estremi, mi piace il rischio.»

Il ragazzo decise di apparire il più tranquillo possibile anche se non era la sua realtà emotiva.

«Mi fa piacere, perché dovremo andare un po’ forte; solitamente ci vogliono circa tre ore, ma noi in poco più di due dovremo essere in sede… con una buona macchina e il benestare della legge…»

Pronunciate quelle parole l’autista applicò un lampeggiante blu alla macchina che la fece sembrare uno di quei mezzi di trasporto per politici o pezzi grossi sotto scorta; e via a pigiare sull’acceleratore e a superare vetture con una facilità disarmante.

Sulle note beffarde di Vita spericolata di Vasco Rossi, Simone continuava a pensare in che guaio si fosse cacciato, e probabilmente di conseguenza avesse cacciato anche lui, il suo amico Ruggero.

Ricordava ancora il periodo in cui i due si erano conosciuti e la bella amicizia che era nata da subito. Amicizia che aveva convinto Simone a riprendere gli studi con la triennale di Biologia, dopo aver terminato Scienze motorie.

Era il febbraio del 2009, quando Ruggero entrò nello chalet sulle piste da sci che Simone era solito frequentare, e col suo accento napoletano disse: «Ue! O tenete o bombardino?».

Il ragazzo del posto provò subito simpatia per quella spontaneità del turista e si avvicinò: «Lo tengono… ma è forte, se non sei abituato poi ti dobbiamo portare a valle col gatto delle nevi».

«Io in costiera amalfitana sono stato allattato a limoncello e svezzato a babà al rum, vuoi che mi spaventi un bombardino?»

Fragorose risate scaldarono la baita in legno, più della grande stufa in ceramica posta al centro della sala, ed ecco che subito il feeling divenne palpabile. Cominciarono così a dialogare come vecchi amici. Simone ricordava benissimo che quella sera accompagnò a cena tutta la combriccola di ragazzi salernitani, e rimase stupito dalla storia di Ruggero D’Amato, ragazzo di Maiori con la madre medico condotto e il padre primario di medicina in ospedale a Salerno. Il bisnonno di suo padre fu proprio “quel” Luigi D’Amato: grande medico nei primi anni del Novecento, allievo diretto di Antonio Cardarelli. Proprio perché veniva da una famiglia di grandi medici, il padre era assolutamente contrario ad assecondare la smisurata passione del figlio per i microrganismi, ma Ruggero era irremovibile: in autunno si sarebbe trasferito a Pavia per frequentarne la storica università di cui era stato rettore anche il suo idolo Camillo Golgi. Questa enfasi nel raccontare la biologia, e questa determinazione nel rinunciare a una comoda strada per seguire la propria passione, affascinò talmente tanto Simone che decise definitivamente di intraprendere la stessa via. Ed ecco come i due erano diventati compagni di corso e coinquilini a partire dall’anno accademico 2009/2010.

Un improvviso colpo di clacson e una sterzata brusca fecero ritornare in auto l’attenzione di Simone, che pensò quanto l’ispettore fosse bravo nella guida. Arrivarono finalmente a una caserma in centro a Milano e, dopo un caffè per riprendersi dallo spericolato viaggio che aveva anche l’intento dell’agente di mettere a suo agio il ragazzo, entrarono in una stanza dove li attendeva il direttore dell’AISE. Alle tre e venti del pomeriggio, Simone si trovava nella sala interrogatori e il capo dell’operazione cominciò con le domande: «Buongiorno signor Cantoni, innanzitutto mi spiace di averla catapultata velocemente fuori dalla sua routine, ma sono certo che il collega, oltre a essere stato discreto, sarà stato anche cordiale. Ha ottime capacità umane oltre che professionali. Ma veniamo a noi… ora comincerò a farle delle domande; le chiedo di raccontare tutto con dovizia di particolari e di non omettere nulla. Se non ha niente da nascondere, a breve ci saluteremo con la soddisfazione comune di aver aiutato la nostra Patria. Mi dica, Simone, come ha conosciuto il signor D’Amato e che rapporto ha con lui?».

Simone ripeté la storia della baita fino alla condivisione della casa in via Folperti a Pavia, vicino alla piscina coperta. Aveva poi aggiunto che il loro rapporto era stretto e quotidiano durante gli anni degli studi nella vecchia capitale longobarda e che era rimasta una buona amicizia, coltivata soprattutto tramite social network o e-mail e con sporadiche rimpatriate per una pizza e tanti ricordi di gioventù.

«L’ultima volta che vi siete sentiti?»

«Ora non ricordo perché so che lui è spesso in trasferta per lavoro, era stato anche a Hong Kong per il dottorato e mi pare che negli ultimi mesi fosse spesso in Cina, ma non ricordo bene dove.»

La sensazione di Simone mentre elencava anni di vita vissuta e incrociata con Ruggero era quella di spiegare un film già conosciuto dagli interlocutori, forse per suggestione sul nome “servizi segreti” o forse per quel mistero che l’eleganza dei militari nascondeva, ma il ragazzo era convinto che loro conoscessero tutta la storia e attendessero solo un suo passo falso. Per questo aveva scelto di dire tutto, ma proprio tutto, perché non aveva possibilità di mentire se non sapeva cosa gli inquirenti stessero cercando.

La rigidità nello sguardo del direttore, che, se possibile, era ancora maggiore rispetto a quella riscontrata negli occhi dell’ispettore Galvani, accresceva il senso di impotenza e dubbio nel giovane valtellinese.

«Bene, signor Cantoni, il collega ora l’accompagnerà in hotel, dove potrà cenare e riposarsi. Per ora abbiamo terminato ma domani dovremo riprendere la nostra conversazione.»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Sembra un buon libro, intrigante.. è un giallo triller? Nel dubbio io lo compro

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Mattia Giacobone
(Voghera, 1979) È osteopata, chinesiologo, fisioterapista, docente universitario e allenatore UEFA A. Da sempre diviso tra scienza e narrazione, affianca alla professione la scrittura. Dopo testi dedicati al movimento e allo sport, con “L’ombra del virus” porta il lettore in una storia dove realtà e finzione si intrecciano, esplorando le fragilità e la forza dell’animo umano.
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