Nella Roma degli anni Novanta, le estati sembrano non finire mai, tra corse in bicicletta, cartoni animati, amicizie che paiono indistruttibili e la sensazione che il mondo intero inizi e finisca dentro un parco di quartiere.
Ma basta un attimo perché tutto cambi.
Un evento inatteso irrompe nella vita di due ragazzi e trasforma per sempre il loro modo di guardare il mondo. Ciò che all’inizio appare come un’avventura da vivere insieme diventa il punto di confine tra l’infanzia e l’età adulta, tra la leggerezza dei giorni spensierati e il peso delle scelte che ci accompagnano per tutta la vita.
1
Venerdì, primo pomeriggio
Settembre è uno di quei mesi strani. L’estate tiene ancora salda la sua presa sulla capitale e sui suoi pini a ombrello, ma ottobre inizia comunque a fare il prepotente, a farsi sentire. Non sai come vestirti e se giocarti ancora la carta dei pantaloncini corti e maglietta, o se il loro tempo è passato.
Oggi faceva caldo. E come sempre quando faceva tanto caldo, sudavo sulla schiena e la maglietta cominciava ad appiccicarsi.
Avevo appena finito di mangiare, mamma aveva preparato prosciutto melone e fichi, diceva che per la pasta faceva troppo caldo, e mi ero prontamente coricato di fronte alla televisione per il mio appuntamento quotidiano delle quattordici e trenta su Italia1.
A un certo punto squillò il telefono di casa. Non il cordless, ma il fisso che mamma si ostinava a tenere in cucina sopra al gigantesco forno a microonde di prima generazione.
«Franci, è per te, è Lore.»
Lore è il mio migliore amico.
«Digli che lo richiamo.»
«Dice che è urgente.»
Sbuffando mi alzo dalla poltrona. C’è un limite all’amicizia, cavolo.
«Oh, che c’è? Posso richiamarti, Goku si sta quasi trasformando in Super Saiyan, è tipo un mese di puntate che aspetto questo momento. Già ho dovuto aspettare settimane quando stava nella camera iperbarica.»
Silenzio dall’altra parte.
«Lore?»
«Dobbiamo vederci.»
Il suo tono di voce era strano. Da quando ci conoscevamo non l’avevo mai sentito così. La cosa che mi colpiva era che proprio lui avrebbe dovuto capire l’importanza di un momento del genere a livello televisivo. E invece no. Era a dir poco curioso che avesse deciso di chiamarmi proprio in quel momento.
«Non può aspettare dopo la puntata di Dragon Ball?»
«No.»
«Dai, cavolo, sei sicuro?»
«Fidati.»
«Okay, passo io o vieni tu?»
«Devi venire tu.»
«Okay, prendo la bici e arrivo.»
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Lore e io non vivevamo lontani. In bici ci mettevo dieci minuti. Mamma non era troppo contenta quando scorrazzavo in bici a destra e a manca, ma sapere che avevo una destinazione la rasserenava. Chiaramente i patti erano che la dovevo avvisare dal fisso di casa dei miei amici appena arrivavo.
Le vacanze estive, di quelle che quando siamo bambini ci sembrano infinitamente lunghe, erano quasi giunte al termine. La scuola non era ancora ricominciata, ma mancava poco. Il rientro lo si sentiva nell’aria, del resto Roma è una città che scandisce perfettamente i periodi di cosiddetta villeggiatura. Il grado di “romanità” delle persone si può facilmente capire da quanto amino o odino la capitale ad agosto. Calda, deserta, quasi torrida. Se ami Roma, l’ami soprattutto ad agosto. Il traffico scompare. I ritmi si rallentano. Lo si potrebbe definire una sorta di letargo estivo. Proprio a settembre invece la città riprende la sua calma frenesia di sempre, si risveglia piano piano. Tra un tramonto settembrino e il cielo azzurro che sembra finto, la capitale sbadiglia e torna a essere se stessa, odiata e amata allo stesso tempo, tra una suonata di clacson e un “mortacci tua” che rimbalza come un’eco tra le macchine ferme.
Conoscevo Lore dalle elementari. Era un tipo buffo, buono d’animo e faceva morire dal ridere quando voleva. Mi ricordo benissimo quando il primo giorno di scuola della seconda elementare me l’ero trovato improvvisamente di fronte, con una polo azzurra, sull’uscio della classe. E lui dava la mano a tutti e si presentava.
«Ciao, sono Lorenzo. Sono nuovo qui, piacere conoscerti.»
C’era una leggera discrepanza tra quello che diceva e il suo sguardo. Sembrava un po’ sperduto, ma con delle chiare istruzioni in testa. Qualcosa del tipo: “Quando oggi arrivi a scuola, mettiti all’ingresso della classe, presentati, stretta di mano forte, e guarda gli altri bambini negli occhi”. Recitava molto bene la parte, ma potevi vedere che questo comportamento non era nella sua natura.
Quel giorno fu l’inizio della nostra amicizia. Diventammo inseparabili. Dovunque andava, io c’ero. Dovunque andavo, lui c’era. Se mai avessi dovuto ipotizzare di condividere un segreto importante con qualcuno, quella persona sarebbe stata senz’altro lui.
2
A Roma ogni parco aveva la sua particolare identità. Villa Ada era la controparte selvatica, forse leggermente scorbutica, di Villa Borghese. In certe zone sembrava più curato di tanti altri parchi, mentre in altre poteva sembrare di essersi persi in una giungla del Vietnam.
Lore viveva di fronte a uno degli ingressi del parco. Era proprio lì che noi ci perdevamo nelle nostre esplorazioni avventurose, facendo finta di trovarci dentro a un film come Rambo o come Il ponte sul fiume Kwai.
Citofonai.
Nessuno mi rispose.
Citofonai di nuovo.
«Scendo.» Era Lore.
Ero in dubbio se mettere la catena alla bici o no. Non sapevo se mi sarebbe servita.
Il portone si aprì e ne uscì il mio amico.
Non che io fossi grande e grosso per la mia età, però Lore era molto mingherlino.
Era un pochino più basso di me, ma compensava intanto in agilità. Se dovessi pensare a un animale, avrei pensato a un furetto, esile, snello, ma agile e imprendibile. Sulla corsa non conoscevo nessuno più rapido di lui. Aveva anche vinto delle medaglie a scuola. Ero stato anche un po’ invidioso, ma poi mi era passata. “Non si può avere tutto” dice sempre mamma. E papà ci teneva a sottolineare un concetto simile dicendomi sempre che “vincere non è sempre la priorità”.
Lo guardai in faccia ed ebbi conferma di quello che avevo pensato quando ci avevo parlato poco prima. Aveva un’aria strana, distratta, come se ci fosse qualcosa di enorme che lo faceva essere altrove con i pensieri.
«Cos’era tutta questa urgenza, dai?»
«Aspetta, prima camminiamo, ti devo far vedere una cosa.» E si grattò il naso come solo lui faceva, mettendoselo tra l’indice e il medio della mano destra.
«Non me la puoi dire ora o far vedere adesso?»
«No. E dai, Fra, molla la bici.»
Lo guardai, annuì e legai la bici a un palo di fronte casa sua.
«Senti ma mi puoi almeno accennare cosa è successo?»
«Non riesco, devi vederlo di persona.»
Sentì qualcuno in balcone al secondo piano aprire una finestra.
«Lore!»
Era Maria, la sorella maggiore di Lorenzo. Maria era bella come il sole. Durante l’estate era come se fosse sbocciata. L’anno scorso mi stava antipatica, ci rompeva sempre le scatole e faceva la spia di continuo. Ma quest’estate qualcosa era cambiato e aveva messo piede in quella terra di nessuno tra l’essere bambina e il diventare donna. Quelle volte che mi guardava con i suoi occhi azzurri mi faceva sentire lo stomaco in maniera strana. Sembrava quasi dovessi vomitare, ma poi non veniva su niente ed era anzi una sensazione quasi piacevole, di vuoto, come quando vai sulle montagne russe e ti senti la pancia in gola. In quei momenti in cui mi guardava e mi sorrideva dovevo guardare da un’altra parte e sentivo tutta una sensazione di calore sulle guance e sul collo.
Lore si girò stranito e innervosito. Qualcuno stava interrompendo la nostra ennesima misteriosa avventura, se così poteva chiamarsi, dato che non avevo idea di cosa mi attendesse.
«Che c’è?!»
«Oh, non usare quei toni con tua sorella! Dove andate a fare danni tu e Franci?»
Quando sentì pronunciare il mio nome dalla sua bocca mi sentì improvvisamente pronto ad affrontare qualsiasi cosa.
Lore la guardò un attimo e sbuffò: «Torniamo dopo, andiamo al parco».
«Okay, non fare tardi, mamma e papà ti aspettano per la merenda.» Poi mi guardò, mi fece l’occhiolino e mi disse di stare attento al suo fratellino.
Ero pronto a tutto.
Iniziammo a camminare. Lore era silenzioso, si grattava il volto e guardava per terra. Non capivo.
Margherita Granati
❤️ bravissimo e orgogliosa.
Sabatino Carriaggio (proprietario verificato)
Bravissimo Frank