Iniziata la delicata procedura di lucidatura, un’ombra lo bloccò, un’ombra che lentamente saliva su per gli stivali, oscurandoli e coprendo piano piano anche lui. Quell’interruzione, in un momento così delicato di quel processo, lo innervosì non poco.
Alzò lentamente lo sguardo, senza dire una parola. Incrociò per primi un paio di scarponcini di pelle di chissà quale animale, macchiati, per nulla curati, e questo lo considerò un punto gravemente negativo. Salì ancora, mettendo a fuoco il camice di tela bianca.
«Buon pomeriggio, dottor Zycov» sibilò, piantando i suoi occhi grigio ghiaccio in quelli, intimiditi, dell’uomo di fronte a lui.
Il dottor Avram Zycov, il classico scienziato, lo stereotipo del topo di laboratorio. Non molto alto, capelli bianchi e arruffati da sempre, ormai presenti solo ai lati dell’ampia fronte rugosa. Occhiali anonimi con lenti tipo fondo di bottiglia.
Era difficile dargli un’età precisa. Poteva essere intorno ai cinquanta. Da giovane probabilmente sembrava già vecchio.
Il camice, smunto e sgualcito, nascondeva sicuramente un abbigliamento modesto e non curato. La sciatteria di quella figura anonima aumentava oltremodo l’irritazione del militare per l’interruzione di quel rito sacro. Solo il bisogno che aveva di quell’uomo riuscì a mantenerlo calmo.
«Spero abbia qualcosa di veramente importante da comunicarmi…»
Il tono calmo ma deciso, tagliente, del militare intimidì lo scienziato, incutendogli una sensazione di panico. Capì al volo l’aria che tirava, quindi soppesò con attenzione le parole prima di lasciarle uscire dalla sua bocca.
«Direi che ci siamo, signor Lishin.»
«Colonnello Lishin!» Lo precisò senza staccare lo sguardo da quell’essere quasi inutile di fronte a lui.
«Ehm, certo, colonnello Lishin,» era partito male ma cercò subito di recuperare «direi che ci siamo,» ribatté, mettendo a dura prova la pazienza del colonnello «tutto è andato secondo i piani, nei tempi previsti. Il soggetto è pronto, già in posizione, monitorato costantemente. Ritengo che entro al massimo un’ora dovrebbe essere tutto finito.»
Lo disse tutto in un fiato, con voce tremula per l’emozione e la paura.
«Ma se tutto è pronto e siamo vicini alla conclusione, cosa ci fa lei qui? Non dovrebbe essere in un altro luogo?»
Lo gelò, senza neanche guardarlo in faccia. Il suo interesse era tornato agli stivali, ormai quasi lucidi.
«Chi c’è ora di là?»
«La dottoressa Levkova…»
«Non crede che anche lei dovrebbe essere nell’altra stanza? Non vorrei che succedesse qualche imprevisto proprio all’ultimo istante, e sa quanto mi indispongono gli imprevisti. E se lei non fosse presente… sarebbe molto spiacevole.»
Lo scienziato raccolse la neanche troppo velata minaccia, deglutì e si congedò senza aggiungere una parola, bianco in volto, dirigendosi con il suo passo inelegante verso la stanza vicina, sul lato opposto dell’ampio androne centrale della bassa costruzione.
Il soldato a guardia aprì la porta e si scostò, facendolo entrare. Una volta entrato, il militare richiuse la porta, rimettendosi a protezione dell’entrata, gambe larghe e mitragliatore ben saldo nelle mani.
Passò del tempo.
Il colonnello considerò che quell’omuncolo fosse sicuramente un genio nel suo campo, ma che avesse una scarsissima concezione del tempo. Erano passate almeno altre quindici sigarette da quando aveva lasciato la stanza, bruciate voracemente una dopo l’altra. Quasi due ore. Due ore di lamenti che provenivano flebili dall’altra stanza.
Lamenti periodici.
Ritmici.
Con intervalli scadenzati.
Aveva girovagato nervosamente per l’edificio. Dopo l’ennesima sigaretta aveva deciso di attendere la conclusione nell’angusta stanza che aveva eletto a suo ufficio. Non vedeva l’ora di chiudere tutto e mollare quel posto schifoso. Lì c’era tutto quello che aveva odiato nella sua vita. Povertà, sporcizia, isolamento. La luce fioca, giallognola della lampada a olio, adagiata sulla scrivania di legno scrostato, gli permetteva appena di rileggere con grande fatica i suoi appunti.
Un urlo più profondo, più lacerante, più lungo e più continuo gli fece alzare di scatto lo sguardo. Gli si stavano chiudendo gli occhi sotto il peso della fatica di quei giorni, ma quel lamento animalesco lo risvegliò. Forse ci siamo, pensò. Tese ancora di più le orecchie. Il lamento improvvisamente cessò, lasciando il posto a un gemito, sempre di dolore, ma di un dolore più dolce, positivo. I gemiti erano ora più frequenti nel loro ritmo, più acuti.
Il colonnello scattò in piedi. Anche a un uomo gelido come lui il cuore poteva battere a mille all’ora.
«È fatta! È fatta! È fatta!» urlò il dottor Zykov catapultandosi nella stanza.
Lishin lo fissò gelido, nella penombra, riprendendo il controllo delle proprie emozioni.
«Mmm… tutto come previsto, colonnello Lishin!» Zykov cercò di ricomporsi, a fatica.
Il colonnello fece per chiedere spiegazioni ma un soldato, entrato come una furia dopo un veloce saluto militare, si avvicinò allo scienziato.
«Presto, dottore, venga di là, la dottoressa Levkova ha bisogno di lei. C’è qualcosa che non va… un imprevisto… sta succedendo qualcosa…»
Lishin si irrigidì.
Odiava gli imprevisti.
Zykov fissò Lishin. Per un attimo sembrò che le gambe gli cedessero, facendolo traballare. Il cuore prese a correre. Era terrorizzato all’idea di cosa potesse essere successo.
Senza dire una parola si girò e seguì il militare, ritornando nella stanza sull’altro lato dell’atrio centrale.
Per un’altra quarantina di minuti le urla si susseguirono, incessanti, in un’alternanza di tonalità. Di colpo calò il silenzio, tanto improvviso quanto atteso. Lishin tese le orecchie, cercando di cogliere qualche segnale di quello che stava succedendo.
Passò altro tempo prima che il dottor Zycov varcasse nuovamente l’uscio della stanza, senza bussare e senza salutare. Il passo era ora, oltre che sgraziato, anche affaticato. La fronte imperlata di sudore.
Lishin notò alcune chiazze sul camice dell’omuncolo che prima non c’erano. Era un grande osservatore e non ci mise molto a capire che erano chiazze di sangue. Subito dopo entrò nella stanza anche il solito soldato, mettendosi a guardia della porta.
Non disse nulla, aspettò che fosse lui a iniziare.
«Quasi tutto come nei piani…»
La voce era bassa e stanca, distorta dalla tensione.
«Quasi tutto?» lo incalzò il colonnello con tono rabbioso.
«Sì… sì… quasi tutto…» sussurrò Zykov avvicinandosi e parlandogli nell’orecchio, per non farsi sentire dal soldato dietro di lui.
Il colonnello fece un tremendo sforzo per sopportare il lezzo caldo e umido del fiato del dottore sul suo orecchio.
Mano a mano che parlava, il viso del colonnello si contraeva sempre più in una smorfia, dimostrando il suo stupore per quanto stava sentendo.
Si sedette.
Si fermò a pensare.
Fu un attimo.
Con un cenno congedò il soldato che lasciò la stanza, e ordinò a Zykov di sedersi sulla sedia al di là del tavolo.
«Mi conferma che a parte l’imprevisto tutto il resto è andato come da piano?»
«Lo confermo!»
«È stato tutto documentato?»
«Tutto documentato! È anche per quello che sono arrivato tardi da lei» cercò goffamente di giustificarsi.
Lishin si alzò dalla sedia, visibilmente sollevato.
Zykov era invece sul punto di crollare. La tensione accumulata stava ora lasciando il passo a una sensazione di svuotamento. Il sudore sulla fronte aumentava.
«Può essere soddisfatto, colonnello Lishin! Questo è un giorno importante per la scienza, e noi ne siamo stati gli artefici.»
Zykov non udì alcuna risposta.
Il militare aveva preso a passeggiare per la stanza, dietro di lui. Quel silenzio lo preoccupava. L’omino cercava di stabilire un contatto, per capire cosa pensasse l’ufficiale e quale fosse il suo umore.
«Anche se con un imprevisto, abbiamo però raggiunto il nostro obiettivo» continuò lo scienziato.
La mancanza di un qualsiasi commento aumentò la sua preoccupazione, facendolo agitare nervosamente sulla sedia, asciugandosi il sudore della fronte con la manica del camice.
La porta si aprì e una figura irriconoscibile alla luce fioca della stanza, probabilmente un altro militare, fece un passo all’interno rassicurando il superiore con un cenno del capo. Silenziosa come era entrata, la figura se ne andò, richiudendo la porta.
«Un imprevisto può generare un fallimento, non dovrebbe mai accadere. Ma un piano perfetto lo dovrebbe prevedere e gestire» sentenziò il colonnello, con il solito tono calmo ma deciso, avvicinandosi lentamente alle spalle dell’uomo che di scatto si drizzò sulla sedia.
«Ma noi… lo abbiamo gestito» cercò di giustificarsi lo scienziato, quasi balbettando.
«Sì, ma non previsto… e questo poteva mandare tutto all’aria.»
Lishin estrasse silenziosamente la Tokarev TT-33 dalla fondina appesa al suo cinturone.
«E poi me lo lasci dire, la sciatteria della sua persona è indegna. I dettagli sono fondamentali. Chi non cura i dettagli della propria persona non può curare con successo i dettagli di un progetto così importante.»
Prima che il dottore potesse replicare, gli appoggiò la canna alla nuca, esplodendo un colpo secco. Il proiettile trapassò il cranio sudato dello scienziato, portandosi con sé il suo ultimo respiro. La morte fu immediata. La testa crollò in avanti sul tavolo con un tonfo sordo.
«La sua nullità alla lunga poteva diventare un imprevisto. IO l’ho previsto e gestito!»
Con la pistola in pugno uscì, dirigendosi a passo deciso verso l’altra stanza. Il soldato di guardia si scostò e lui entrò.
Altri due spari, secchi, rimbombarono nello spazio semi vuoto. Tornò nell’atrio.
«Prepararsi tutti per la seconda parte del piano» urlò ai soldati riunitisi intorno a lui. In totale erano cinque.
Ognuno di loro sapeva cosa fare.
«Dottoressa Levkova, è pronta anche lei?»
«Pronta!»
«Allora partiamo» ordinò perentorio.
Percorsero un lungo e buio corridoio che portava alla costruzione adiacente al corpo centrale della vecchia fattoria, presa in prestito per l’operazione. Una volta era stata una stalla, ma ormai era completamente priva di animali e adibita a magazzino di vecchie cianfrusaglie. L’ambiente era stato riscaldato il più possibile, considerando che si trovavano in uno dei luoghi più freddi al mondo, in pieno inverno.
Al centro un camion militare con il motore acceso, grigio scuro e senza insegne, spandeva nell’aria il tanfo dei suoi fumi di scarico. Un giovanissimo soldato sedeva al posto di guida. Altri due caricarono sul camion alcuni cartoni che sembravano piuttosto pesanti. Aiutarono a salire anche la donna, passandole poi un altro grosso contenitore di vimini, coperto con delle pesanti coperte.
Una volta salito il colonnello Lishin, anche i due militari lo seguirono, sistemandosi sulle panche ai lati interni del camion, sul fondo. Il soldato rimasto a terra aprì il portone, consentendo al pesante mezzo di uscire all’aperto.
Aveva ripreso a nevicare con fiocchi grossi e ghiacciati. Il pesante mezzo si fermò a un centinaio di metri dalla fattoria. L’ultimo soldato arrivò di corsa e montò al fianco del guidatore. Il camion ripartì scivolando in accelerazione sul fondo ghiacciato. Il colonnello si alzò a fatica, sbilanciato dai sobbalzi sul terreno sconnesso.
Scostò il telone.
Un bagliore rossastro illuminava l’interno della stalla. All’improvviso il tetto di legno iniziò a bruciare, rischiarando tutta la zona intorno e avvolgendo in pochi minuti l’intera fattoria. Lishin richiuse la copertura e si sistemò sulla panchina appoggiata alla cabina di guida.
Il camion traballò per circa un’ora, procedendo piuttosto spedito e con il rischio di uscire di strada a ogni curva.
Odiava quella scomodità.
All’improvviso il passeggero in cabina bussò tre colpi sulla lamiera che la separava dalla parte posteriore del camion.
Il colonnello guardò attraverso lo spioncino di vetro e vide due luci in lontananza, sul lato sinistro della strada. Picchiò due colpi a sua volta, di risposta, sulla lamiera. Si alzò, estrasse la Tokarev TT-33 e sparò in rapida successione, freddando all’istante i tre soldati sul retro del camion, impreparati e rattrappiti dal freddo. Tre colpi precisi in fronte.
Il rumore assordante del motore e i sobbalzi coprirono gli spari. Il camion rallentò dolcemente la sua corsa, per non slittare. Lentamente accostò verso il bordo destro della strada, bloccandosi in prossimità delle due luci.
Un uomo scese dall’auto nera parcheggiata sull’altro lato della strada. Vestiva anche lui un cappotto pesante. Non una divisa, con un colbacco calato sulla testa. Si avvicinò al conducente del camion e bussò alla porta. L’autista abbassò il finestrino. L’uomo posò il piede sulla predella della cabina, salendo all’altezza del finestrino. Non diede il tempo all’autista di salutare. Piantò due pallottole tra gli occhi suoi e del compagno.
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