All’inizio fu solo stanchezza.
Di quella che ti segue addosso come una nuvola grigia anche nei giorni di sole. Dicevo a me stessa che era lo stress, il sonno mancato, il troppo lavoro. Ma dentro, qualcosa sapeva già.
Una voce fievole, nascosta tra le costole, sussurrava che c’era dell’altro.
Ma io non la volevo ascoltare.
Poi vennero le analisi. Quelle che si fanno “per sicurezza”. Quelle che nessuno si aspetta davvero di vedere cambiare tutto.
La parola “linfoma” arrivò come un vetro in frantumi nella mia vita.
A “grandi cellule b”. Il nome sembrava uscito da un libro di medicina troppo distante dalla mia vita. Eppure era lì, scritto nero su bianco. Ricordo il silenzio nella stanza quando il medico me lo disse. Un silenzio strano, sospeso, in cui tutto si fermava: i battiti, il tempo, persino la realtà. La diagnosi non fu solo un nome, fu un crollo. Crollò quella convinzione fragile che “certe cose capitano solo agli altri”.
Io ero gli altri ora.
Perché ho scritto questo libro?
Durante la malattia ho sentito sempre più spesso il bisogno di parlare di ciò che mi accadeva, mi sentivo libera come se ciò che avevo dentro parlandone sparisse per sempre. Spesso si prova a risolvere ogni problematica da soli, credendo di essere invincibili o per una forma di vergogna.
Ho scritto questo libro proprio per questo nella speranza che chi si trova in una situazione difficile impari a condividere il proprio dolore perché accanto a qualcuno il peso si divide e l’amore moltiplica.
ANTEPRIMA NON EDITATA
4.Benvenuto al mese delle luci.
Dicembre 2021
Ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con il mese di Dicembre. Lo amo principalmente perché sono nate 2 delle persone più importanti della mia vita, la mia mamma e mia sorella. Ma ciò che più amo di questo mese sono le luminarie per le strade e il profumo di cannella e arancia che si sente nell’aria. Questa volta però Dicembre ha un sapore un po’ diverso. Il primo giorno del mese è iniziato con una operazione alla mia gamba. Io sto molto bene, ma il medico ha detto che dobbiamo togliere questa cisti che si sente a livello dell’inguine, ”così giusto per stare tranquilli” queste sono state le sue parole rassicuranti. Ricordo che mi disse che dovevo aspettare dei giorni per l’esito dell’esame istologico, ma io con la positività che mi ha sempre contraddistinto ero molto tranquilla. I giorni non sono passati molto velocemente questa volta, sembrava quasi che il tempo si fosse fermato. Il 10 di dicembre avevo concordato con il medico che sarei andato da lui per la medicazione. Così fu. Non dimenticherò mai quel giorno. Quel giorno è successo qualcosa che mi ha segnata nel cuore e nell’anima. Lo stress dei giorni passati mi aveva fatto dimenticare un particolare da non sottovalutare, io desideravo diventare mamma, e un “ritardo“ forse faceva presagire il meglio. Uscii velocemente da quella sala d’ospedale e andai nella farmacia più vicina per acquistare un test di gravidanza, ricordo la farmacista che mi disse “buona fortuna Signora”, ed io a quelle parole ci credetti con tutta me stessa. Arrivai a casa, mio marito era sdraiato sul divano dopo un’intensa giornata lavorativa e mi chiese come era andata la visita. Io però non stavo nella pelle, gli risposi frettolosamente e mi recai in bagno. Tremavo, avevo paura di illudermi, il cuore mi uscì fuori dal petto però quando lessi INCINTA. Scoppiai a piangere andai da mio marito, che capì subito e mi abbracciò dalla felicità. Non avevo mai visto mio marito così felice, non avevo mai visto gli occhi così brillanti di felicità. Beh quegli occhi io non li dimenticherò mai (anche perché qualche settimana dopo quegli stessi occhi che brillavano più delle stelle si trasformarono negli occhi più tristi del mondo.) In quel preciso istante sentii di essere veramente fortunata. Ogni cosa stava andando come doveva. Chiamai la mia famiglia per dare la lieta notizia. Per un attimo pensai, ma cosa ho fatto di così tanto speciale nella mia vita per meritarmi tanta felicità. Ma si sa, la felicità dura un secondo e la mia stava per essere travolta dal vortice del dolore.
5.Il dolore
18 Dicembre 2021,Catania
Era tutto pronto per una nuova vita. Nel mio corpo cresceva una/un bimba /o e nel cuore prendeva forma una madre. Sentivo ogni giorno il cambiamento, quel piccolo battito dentro di me che sembrava dare un senso a tutto il resto. Avevo paura, si, ma era una paura bella, quella che accompagna ogni inizio. Poi, improvvisamente tutto si è fermato. All’inizio fu solo stanchezza. Di quella che ti segue addosso come una nuvola grigia anche nei giorni di sole. Dicevo a me stessa che era lo stress, il sonno mancato, il troppo lavoro. Ma dentro, qualcosa sapeva già. Una voce fievole, nascosta tra le costole, sussurrava che c’era dell’altro. Ma io non la volevo ascoltare. Poi vennero le analisi. Quelle che si fanno “per sicurezza”. Quelle che nessuno si aspetta davvero di vedere cambiare tutto. La parola “linfoma” arrivò come un vetro in frantumi nella mia vita. A “grandi cellule b”. Il nome sembrava uscito da un libro di medicina troppo distante dalla mia vita. Eppure era lì, scritto nero su bianco. Un marchio sulla pelle invisibile, ma presente in ogni respiro, in ogni pensiero. Dieci giorni prima avevo ricevuto la notizia più bella della mia vita, ero in gravidanza ed ora ogni certezza andava persa. Ricordo il silenzio nella stanza quando il medico me lo disse. Un silenzio strano, sospeso, in cui tutto si fermava: i battiti, il tempo, persino la realtà. Poi, lentamente la paura iniziò a salire, come un’onda nera che mi travolgeva fino a togliermi il fiato. La notte dormivo poco, o non dormivo affatto. Guardavo il soffitto come se li potesse comparire una risposta. Ma arrivarono solo domande. E nel buio della stanza ,nel buio del mio cuore, cominciò a nascere un altro tipo di silenzio. Non quello del vuoto. Ma quello che precede il cambiamento. Quello che prepara il terreno a una rinascita. La diagnosi non fu solo un nome, fu un crollo. Crollarono le certezze, i ritmi abituali, i progetti a breve termine. Crollò quella convinzione fragile che “certe cose capitano solo agli altri”. Io ero gli altri ora. Le visite, gli esami, le parole che sembravano appartenere ad un’altra lingua “chemio”, ”stadi”, ”immunoterapia”. Era come se fossi finita in un mondo parallelo, dove tutto ruotava intorno alla malattia, come se la mia identità si fosse improvvisamente ridotta a un corpo da curare. Ma io non ero solo quello. Dentro me c’era ancora qualcuno che respirava, che tremava, che non voleva arrendersi. Eppure non lo nego ho avuto paura. Non una paura qualsiasi, ma primitiva, viscerale. Quella paura che scava, che ti mette in ginocchio e ti costringe a guardare tutto da un altro angolo. E dentro di me , nel silenzio più cupo, qualcosa cominciò a cambiare. Non era forza. Non ancora. Era più simile a una scintilla. Come quando sei nel mezzo di una notte senza stelle, e all’improvviso ti accorgi che anche il buio ha un suo respiro, e che forse, se resti fermo ad ascoltare, riesci a sentire la voce della vita che non ha mai smesso di parlarti.
Mi ricordo ancora quando timidamente durante i controlli chiedevo:
“Posso tenerla/o vero?”
Insieme non siamo più forti? Ho letto da qualche parte che le cellule del mio/a bambino/a mi salveranno. Ma quello sguardo basso del medico, è uno sguardo che non puoi dimenticare e le sue parole mi hanno trafitto:
“Signora lei non può farcela, la chemioterapia non va in accordo con la gravidanza. Questa gravidanza deve interrompersi!
E li ho sentito il dolore vero. Non quello fisico, per quanto forte. Ma quello che ti spezza dentro, quello che non sai dove mettere. Il dolore di dover scegliere la vita, quando per me la vita era quel piccolo frutto che cresceva dentro di me. Non c’era scelta ,anche se si, mi avevano detto che potevo decidere . Ma non potevo, la malattia aveva scelto per me. E in quel momento, tutto l’amore che avevo dentro si è trasformato in una ferita. Una ferita che portavo nel petto mentre dovevo affrontare le cure, mentre cercavo di sopravvivere.
Il 10 gennaio 2022 la mia gravidanza si interruppe e con lei il mio respiro.
Provare dolore era diventato ormai il mio stile di vita. Pensavo di non avere più la possibilità di sentirmi una persona normale. Nessuno mi faceva sentire così. Gli sguardi indiscreti di chi sapeva erano tutti puntati su di me. Questa cosa mi faceva stare male più della malattia. Odiavo sentirmi debole, ma odiavo ancor di più che gli altri lo pensassero di me. Mi facevo forza, ma mi rendevo conto che avevo bisogno di una forza sopranaturale per poter uscire dal vortice dell’amarezza. Tutti pensavano che io fossi debole, mio marito per primo. Ne ero certa. E forse questo era il momento per dimostrare che io ero tutt’altro che debole.
Che non avevo paura.
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