A est, frontiere che si muovono più veloci dei comunicati; a nord, cavi sottomarini “interrotti per incidente”; a sud, rot-te sature dove mare e deserto diventano insieme confine e tribunale; a ovest, calendari elettorali che sballano i merca-ti più di una scossa vera. Le capitali, viste da dentro, sono stanze piene d’eco.
La diplomazia parla per formule: “de‑escalation”, “linee rosse”, “garanzie”. I verbali sono pieni di frecce e condizio-nali: se si blocca il corridoio energetico, allora salta l’accia-io; se salta l’acciaio, si spezzano infrastrutture; e la rabbia trova strade proprie.
Il condizionale scivola verso il passato prossimo. Reset Nel grigio delle zone intermedie succede il resto: sabotaggi negabili, droni senza bandiera, gruppi che parlano in molte lingue e non rispondono a nessuna.
Dottrine scritte per altri secoli vengono rilette su mappe nuove; i grafici di rischio non mostrano picchi, ma la curva verso cui tutto tende.
Le reti — quella delle persone e quella dei dati — si ali-mentano a vicenda. Un’immagine tagliata bene cambia l’umore di un paese; una smentita arriva già vecchia. La paura comincia a funzionare come un algoritmo: impara, si adatta, anticipa.
Il clima aggiunge la sua legge non negoziabile: un’estate troppo lunga riscrive bilanci; un inverno corto sposta i rac-colti. L’energia è un pendolo tra pragmatismo e ideologia: riaccendere o spegnere, trivellare o investire. Ogni decisione risolve un problema e ne apre un altro.
Nelle sale operative gli incidenti probabili sono lista di con-trollo: radar che confondono nuvole e minacce, pings
letti nel verso sbagliato, un comandante che interpreta un’ombra. Le catene di comando hanno maglie nuove — contrattisti, algoritmi, stati‑specchio — così nessuno vede il quadro intero e tutti giurano di vederlo.
L’economia respira corto. Gli economisti dicono “stress si-stemico”, la gente “giornata storta”. Prezzi come stormi, debiti che cambiano pelle, tassi che battono come un me-tronomo impaziente. Un porto bloccato qui sposta la fame altrove; i satelliti contano navi come pecore insonni.
Le istituzioni cercano parole per dire “aspettate”: chiese, sindacati, scuole, giornali. Non bastano. In molte case tor-na l’odore delle scorte; nei ministeri si preparano moduli “in caso di…”. Le redazioni tengono pagine bianche per l’edizione straordinaria. Il mondo resta in equilibrio, ma con il freno a mano tirato.
Il disastro non ha suono finché non comincia. Il suo pre-ludio sì: è il brusio di molte cose giuste che, tutte insieme,
si sommano nel verso sbagliato. In Quelle notti, il brusio era ovunque.
Capitolo 1
Il culmine di una carriera
Il caldo di luglio si era appoggiato sulla città come una coperta sbagliata. Praga brillava con la testardaggine dei metalli vecchi: rame ossidato sui tetti, guglie come aghi, ponti che cucivano la luce al fiume. Dalle scale del Centro Congressi la piazza si vedeva come un modellino—i tram scivolavano sotto, silenziosi, e la gente aveva quell’andatu-
ra tipica delle estati che promettono temporale e non man-tengono. Dentro, invece, l’aria era di un altro tipo: odore di moquette, carta, corpi chiusi nelle giacche, caffè tenuto troppo a lungo sulla piastra. Le parole rimbalzavano nei corridoi come biglie: sessione parallela, keynote, poster, preprint, embargo.
Giacomo Bottai si rese conto di toccarsi l’orlo della giacca come se avesse polvere—non c’era polvere. Era una sca-ramanzia imparata senza averla cercata: prima di ogni pre-sentazione importante doveva trovare un difetto minuscolo e sistemarlo. Gli dava l’illusione che tutto fosse a posto. Dietro il sipario, un tecnico gli agganciò il microfono al col-letto e gli fece cenno di inspirare. Quest’anno la città cuo-ce, pensò, per avere una frase qualsiasi a cui aggrapparsi come a un corrimano.
La sala era piena in quel modo che metteva a disagio: non di corpi, di attese. C’erano i colleghi con cui aveva litigato sui referee anonimi e quelli con cui aveva bevuto male e parlato bene, c’erano facce che vedeva solo ai convegni e facce che non vedeva mai ma che conoscevano ogni
sua riga. In prima fila, due sedie lasciate vuote perché tar-davano, al centro il comitato scientifico con i badge lucidi. Proiettò la prima slide. Non voleva stupire con i colori; pre-feriva parole che sembrassero viti buone: Scudi adattivi: come proteggere ciò che conta.
«Non vi parlo di miracoli,» disse, e si accorse che la sua voce risultava più bassa di quanto pensasse, «vi parlo di misura. Di come si costruisce un bordo che non si spezza ma cede con intelligenza.»
Una volta, agli inizi, aveva tentato frasi più accese—meta-materiali come mantelli di invisibilità, lenti temporali, le so-lite cose che fanno brillare gli occhi. Poi aveva capito che la cosa più seducente, in certi mestieri, è la sobrietà. Così mostrò schemi puliti: trame che piegavano campi, cavità risonanti dove la luce, invece di scappare, si ripensava, ring laser che chiedevano ai numeri di dire la verità anche quando non conveniva. «Due limiti non negoziabili,» conti-nuò, «energia e stabilità. Si lavora in volumi piccoli e tempi brevi. Se cercate scorciatoie, avete sbagliato stanza.»
Alcuni sorrisero. Altri scrissero energia/stabilità su taccuini a quadretti, quello che i vecchi chiamavano “carta che trat-tiene”.
Parlò di come un bordo potesse ascoltare—il verbo gli era caro—ascoltare dentro e fuori, modulare la rigidità come fa un corpo quando inchina il ginocchio per non spezzarlo. Usò l’immagine di una diga fatta di molte assi che non do-vevano resistere tutte insieme, ma in sequenza; di un’or-chestra che tiene il tempo perché ognuno entra quando gli spetta, non quando gli va. «La cosa difficile di un confine,» disse, «è non trasformarlo in una parete. Un confine buono
è una maniglia, non una serratura.»
Qualcuno annotò maniglia con un quadratino attorno. Quella parola veniva da lontano—da casa. La prima volta gliel’aveva detta suo padre al tavolo della cucina, in mezzo a una discussione che non c’entrava con la fisica. Gli era rimasta addosso come restano addosso certi profumi: non ci fai più caso finché non ne hai bisogno.
Quando arrivò alla parte dei risultati, non aggiunse agget-tivi. Mostrò curve che respiravano, picchi che si addolciva-no quando lo scudo imparava a cedere prima di rompersi.
«Lavoriamo su ordini di grandezza che non fanno notizia,» disse, «ma fanno differenza. Abbiamo parole intere all’alfa-beto, poche, ma stanno in piedi.»
Una mano si alzò a metà sala. Era una professoressa con l’accento duro delle pianure, frangia corta, una pen-na come una bacchetta. «Quando il bordo vibra—sfarfalla, come dite voi—cosa sacrificate: efficienza o controllo?»
«Sempre l’efficienza,» rispose Giacomo senza pensarci troppo. «Il bordo deve vivere. Se irrigidito, tradisce la pro-messa e diventa una trappola.» «E numeri?» chiese un dottorando dalla fila degli ultimi. Giacomo diede numeri comprensibili: Q dei risonatori, tempi di risposta ai transito-ri, consumo, dissipazione. «I miracoli energetici li lasciamo ai venditori,» aggiunse, lasciando cadere una frase che gli veniva naturale e che in un altro contesto sarebbe suonata arrogante. Qui no. Qui si chiamava chiarezza.
Un uomo senza affiliazione—niente logo, solo un cogno-me breve—alzò la mano. «Impieghi militari?» disse, come si chiede “quanto costa” al mercato. Il modo, non la do-
manda, fece vibrare la sala. «Non porto algoritmi dove non posso portare anche regole,» rispose Giacomo. «Senza un’etica operativa, i numeri non bastano.»
Sentì distintamente il piccolo scarto di silenzio dopo. Non era disapprovazione, era il piccolo rispetto che si concede a chi si espone. L’applauso arrivò subito dopo, compatto. Non fu un’ovazione, fu quella cosa più affidabile che è il riconoscimento.
Il moderatore ringraziò, pose fine, ma le domande conti-nuarono nel corridoio. Questo accade sempre quando una stanza ha fatto il suo mestiere: le domande non si spengo-no con i microfoni. Una postdoc lo fermò con la fretta sin-cera di chi ha un aereo e un’ossessione. «Il vostro bordo apprende sul canale EM o avete cross‑coupling con vibra-zionale?» Parlava veloce; tra le mani stringeva un badge e un bicchiere di carta. «Se il vostro gain satura prima del drift, non rischiate hysteresis quando rientrate in range?»
«Solo se ci innamoriamo di un target unico,» disse lui.
«Preferiamo soglie mobili, come scale su cui non inciam-
perai finché stai attento a dove metti i piedi.»
Fu allora che vide i due uomini in abito scuro. Non sembra-vano fuori posto—ai convegni tutti sembrano fuori posto—ma avevano un modo di occupare lo spazio che faceva pensare a chi ha varcato molte porte e vuole farlo ancora senza sbattere. «Dottor Bottai?» disse quello con la cra-vatta a righe sottili. «Complimenti.» L’altro restò un passo indietro. La cartellina color sabbia pesava più della carta. Giacomo l’aprì con una lentezza che non era teatralità: era il tempo necessario a ricordarsi chi fosse mentre leggeva righe nere che oscuravano righe intere. Tra gli spazi rima-sti c’erano parole in grado di muovere la saliva in gola: sito
appenninico; finestra di opportunità; confinamento; impatto
civile; testimonianza indipendente.
«Se interessato, tre giorni,» disse l’uomo. «Istruzio-ni via e‑mail cifrata. Niente dispositivi personali.»
«E se dicessi di no?» «Avrebbe ottime ragioni,» disse l’uo-mo senza sorridere. «Ma la realtà non aspetta il momento giusto.»
Con quella frase, la sala sembrò inclinarsi di un grado. Non abbastanza per cadere. Abbastanza per rendere ogni pas-so una decisione.
Uscì all’aria un momento prima che la prossima sessione risucchiasse tutti come un gorgo. Una corrente d’aria ri-saliva dal fiume con odore di rame e pane; i venditori am-bulanti avevano acqua, magneti da frigorifero e cappelli di paglia fuori tempo. A pochi passi, come un porto, c’era suo padre. Leonardo Bottai, ottant’anni portati come chi ha ac-cettato una parte e vuole recitarla per intero, aveva il sor-riso di sale e libri, le mani con quelle vene che raccontano la vita meglio di molti curriculum. «Hai fatto il tuo lavoro,» disse, abbracciandolo.
Camminarono verso Ponte Carlo. È un luogo inevitabile, ma la banalità dei luoghi inevitabili sparisce se li attraversi con calma. Un violinista accostava Vivaldi a una canzone pop come se fosse sempre stato previsto, i pittori facevano ritratti troppo somiglianti, i turisti si fermavano a metà dello scorcio come si fa quando si vede l’ombra di una felicità e non si vuole entrarci dentro. «Hai quell’aria,» disse Le-onardo, «quella dell’uomo a cui è stata offerta una stanza senza finestre.»
«L’hai vista anche tu?» «No,» disse il padre. «Ma le stanze senza finestre hanno un odore. E tu, oggi, lo porti addos-so.»
Si fermarono al parapetto. Il fiume aveva un colore che andava spiegato con parole difficili solo ai bambini. Ai grandi bastava dire: era un verde che prometteva sen-za giurare. «Ti inviteranno a chiudere una porta,» dis-se Leonardo. «Se ci entri, ricordati due cose: chi sei quando la chiudi, e chi vuoi essere quando la riapri.»
Giacomo guardò giù, dove la corrente cambiava aria attor-
no ai piloni. «E se non la riapro?» «Allora sappi perché.»
Era questo il modo in cui Leonardo correggeva i verbi: sen-za spiegare i tempi, sistemava i perché. Da bambino Gia-como l’aveva odiato. Da adulto sapeva che quell’abitudine gli aveva salvato la faccia più di una volta.
Si sedettero a un tavolino storto, birre che sudavano sui sottobicchieri. Parlarono di cose che permettono di parlare delle altre senza farsi male: il falegname sotto casa a Albis-sola che faceva mensole diritte come promesse, la focac-cia che con la mareggiata era più buona, Emily che apriva sempre le finestre «per cambiare aria», anche d’inverno. A un certo punto, senza annunciarlo, il discorso tornò nella stanza senza finestre. «È un progetto serio?» chiese Leo-nardo.
«Sì,» disse Giacomo. «È una cosa che—se funziona—to-glie inciampi, non cambia il mondo con una manopola.»
«Allora ricordati che il compito delle cose serie è non farsi interessanti per quelli sbagliati.» «Ci penserò.» «Pensarlo non basta,» disse Leonardo. «Scrivilo, se serve.»
Le frasi del padre erano a volte torti di cui ringraziare più tar-di. Giacomo si limitò a un cenno. L’ombra del pomeriggio si allungava senza fretta sulle pietre. Tornarono verso il Cen-tro Congressi con l’andatura di chi non ha paura di arrivare.
La sera, l’albergo aveva la tristezza dignitosa degli alber-ghi che hanno visto troppe conferenze e troppi addii. Dal corridoio arrivavano risate di gruppo miste a quelle pause lunghe che dicono «non sappiamo cosa dire». Accese la televisione con il volume basso. Le notizie correvano come se dovessero mettersi in salvo: un convoglio deviato «per sicurezza», una trattativa saltata a mezz’ora dalla firma, mappe del caldo e dell’acqua sulle regioni con colori sem-pre più accesi, un ministro che parlava di «linee rosse» senza tracciarne manco una. Un analista disse: «La fine-stra per evitare l’irreparabile si sta chiudendo.»
La parola finestra lo fece pensare alle maniglie. Ci sono parole che si cercano l’un l’altra. Sul blocco note scrisse: Se posso migliorare qualcosa—anche poco—devo provar-ci. Lo guardò finché quella frase non gli appartenne.
Aveva promesso a se stesso di chiamare Melissa. Aprì il contatto, esitò. Registrò un vocale, lo cancellò. Le cose importanti si dicono dal vivo o non si dicono; le altre si scri-vono male e si capiscono peggio. Le parlerò quando avrò qualcosa di vero, si disse.
Sedette sul letto. C’era il rumore del condizionatore che fin-geva di essere un’aria qualsiasi, e c’era quella stanchezza che non viene dal corpo ma dalla promessa che ti sei fatto. Si sdraiò. Il sonno venne come una trattativa che non va in porto al primo giro. Vide un corridoio in cemento, umido,
una goccia cadere a tempo—tic, tic, tic. In fondo, una por-ta con una luce rossa che pulsava. Non era minacciosa. Era pressante. Qualcuno—un bambino? suo padre?—dis-se piano: «Montagna.» Si svegliò con la certezza di aver riconosciuto una parola che aveva già in tasca da tempo, come un portachiavi che non trovi mai e poi è lì, accanto alle chiavi.
Alle quattro e quarantacinque del terzo giorno l’e‑mail ar-rivò sul notebook di servizio, quello che usava quando le cose dovevano essere senza fronzoli. Attendere in albergo. Nessun bagaglio. Documenti. Il resto lo mettiamo noi. Era firmata da nessuno. Chi perde tempo con le firme, quando le cose sono fatte per non essere ricordate con i nomi. Ri-spose con due parole: «Vengo. Solo.»
Non era entusiasmo; non era paura. Era decisione. L’a-veva sentita addosso poche volte nella vita: alla fine del dottorato, quando aveva rinunciato a un’offerta lucente perché lucenti erano le promesse, non i numeri; al fune-rale di un collega, quando aveva deciso di smettere con gli straordinari senza sonno; quella volta al mare con suo padre, quando avevano litigato su qualcosa che nessuno dei due ricordava più ma si erano trovati d’accordo sulla regola: «Regole prima delle ambizioni».
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