ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo I
Diario di uno stupro
Quindici anni, ecco l’età che avevo quando tutto il mio mondo è andato a rotoli.
Come una normale teenager, avevo litigato con mamma e papà perché non mi lasciavano stare a dormire dalla mia amica, di cui oggi, mi sfugge il nome. Una litigata astronomica, a quell’età ogni cosa sembra la fine del mondo! Ero riuscita a farmi spostare il coprifuoco, potevo tornare a casa più tardi, era già una grande vittoria per me. Avevo un bellissimo vestitino nero con corpetto e gonnellina in tulle, scarpe con un piccolo tacco che mi facevano sentire attraente come non mai. I miei lunghi capelli biondi, piastrati ad hoc, scendevano sulla mia schiena come una splendida cascata cade dal monte. La serata era andata benissimo, tutti i ragazzi avevano occhi solo per me e la mia amica, non esisteva nessun’altra. Avevo bevuto qualche birra, fumato qualche canna, mi sentivo una regina. Qualche bacio rubato e sfregatina, nulla di più, non ero pronta a perdere la mia verginità. Il mio sogno da ragazzina era quello di consegnarmi ad un ragazzo che avesse predisposto l’ambiente nel modo più romantico possibile, candele, petali di rosa, insomma, classico da film romantico e a dire il vero, poca importanza aveva l’identità del ragazzo, era il ricordo che avrei voluto portarmi dietro che contava, amore, romanticismo e tutte quelle cazzate li.
Era arrivata l’ora di tornare a casa, salutai tutti e mi sentii come se la festa non sarebbe andata avanti senza di me, piena di orgoglio e di vanità, mi incamminai verso casa. Il quartiere dove vivevo era un luogo per bene, solo gente benestante, bambini che giocano sulle strade dopo scuola, vicini che ti salutano, insomma, una piccola cittadina che sembra uscita da quegli orribili film americani.
Quando ero abbastanza lontana dalla casa mi ero tolta i tacchi, non volevo che nessuno mi vedesse cedere al dolore che comportano quegli aggeggi di tortura, quale sollievo! Camminavo e canticchiavo, finché non mi sono sentita osservata, hai presente quel sesto senso che ti svibra quando c’è qualcosa che non va? Ecco, io lo avevo. Mi sono guardata attorno, non c’era nessuno. Il gioco della mente, tutto ciò che è bello, conosciuto e spettacolare, diventa spaventoso quando si ha paura; mi sono spaventata perché camminando all’indietro ho sbattuto contro una cassetta della posta. Quanto mi sono sentita stupida. Mi sono ripetuta che non era nulla, che era nella mia testa, che avevo bevuto e avevo fumato. Ho riso per la mia stupidità e ho proseguito.
Ma non era il THC delle canne, non era l’alcool, era LUI.
Mi sono trovata atterra sul marciapiede, con un ginocchio che mi spingeva sulla spina dorsale e due enormi mani irsute che mi tenevano stretta a terra. Avevo battuto la faccia sull’asfalto, ma in quel momento non riuscivo a capire nulla. Ha lasciato un mio braccio, ponendo il suo ginocchio in modo tale che non potessi girarmi, tentai di urlare, ma ero bloccata. La sua fredda mano mi ha accarezzato la coscia, un brivido ha attraversato tutto il mio corpo, ero convinta di morire e, a dirla tutta, per molti anni avrei preferito fosse andata cosi.
Mi aveva sfilato le mutandine, mi ha girata come se fossi un sacco, tenendomi ferma come crocifissa mi ha penetrata, un dolore lancinante. Un uomo adulto, sulla quarantina, non aveva avuto nemmeno lo scrupolo di coprirsi il volto. Mi guardava con i suoi occhi privi di ogni emozione diretta nei miei che erano pieni di lacrime. La voce non mi usciva nonostante il dolore. Lui continuava, sempre più forte, sempre più a fondo. Ho girato il capo, mi sono vomitata addosso, i miei bellissimi capelli biondi ora erano solo un ammasso di vomito. Stetti in quella poccia di vomito un’eternità, almeno, a me sembrò un’eternità, il tempo di ferma quando ti accadono queste cose. Il pene dell’uomo non era di mastodontiche dimensioni, ma era la mia prima volta e fece un male che non auguro a nessuno. Mi resi a breve conto, che non era tanto il male fisico, ma tutto quello che ha comportato quell’azione, tutto il seguito della mia vita.
Aveva finito, aveva preso le mie mutandine per pulirsi quel coso penzolante ormai moscio e se le mise in tasca. Non ebbe fretta di andarsene, non andò via di corsa, ricordo che mi guardò e con mi sorrise, avevo soddisfatto la sua caccia.
Barcollando tornai a casa, filai diretta in bagno, volevo togliermi quell’odore di colonia scadente dal mio corpo, mi sentivo sporca, colpevole, stupida per non aver fatto nulla. Mi vantavo della mia capacità di reagire alle situazione ma li ero stata immobile, congelata.
Entrai in doccia, il volto con qualche tumefazione e il sangue che mi colava dalle gambe, quello sarebbe stato il bastardo che avrei ricordato per tutta la mia vita.
Nei giorni successivi non riuscivo a mangiare, il dolore pelvico era indicibile, mia madre era convinta dovesse venirmi il ciclo. Dopo una settimana passata a letto a piangere presi le forbici, mi tagliai i capelli dorati, caddero al suolo e ogni ciocca era un tonfo silenzioso che dilaniava il mio cuore. Non mi meritavo quei capelli, per anni ho pensato che la colpa fosse mia, dei miei capelli, del mio vestito, della mia vanità, per anni mi sono distrutta, fino alla consapevolezza.
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Scesi a cena e i miei genitori si arrabbiarono tantissimo per i capelli, pensarono fosse una fase di ribellione adolescenziale, mi dissero che ero brutta, che sembravo un maschio che ero stupida, nella mia testa quelle parole risuonavano come famigliari, perché era la stessa cosa che pensavo io, ero una stupida, inutile ragazzina e mi meritavo quello che mi era successo. Dopo che mio padre ha sbattuto il bicchiere sul tavolo dicendomi che era il momento di farla finita con questa fase di pseudo depressione, altrimenti mi mandava in collegio, vuotai il sacco.
Pensavo di liberarmi di un peso, lo gridai mentre piangevo, era la prima volta che lo dicevo a voce alta: SONO STATA STUPRATA.
Ora mi aspettavo che mi madre in lacrime venisse ad abbracciarmi, che mio padre prendesse la sua 38 e andasse a uccidere quell’uomo. Nulla di ciò accadde, i miei genitori si guardarono.
Nel mentre che io piangevo e cercavo sollievo nelle persone che mi avano dato la vita, loro mi fecero un lunghissimo discorso cui morale era: siamo persone inserite socialmente, non possiamo permetterci questi scandali, sicuramente avrai fatto qualcosa per attirare l’uomo, sarai stata ubriaca, non è vero ecc. Frasi disconnesse che a malapena ricordo. Ricordo solo che durante il loro lunghissimo discorso io pensai che se non potevo trovare riparo dalle persone che mi avevano donato la vita, avrei dovuto eliminare colui che me l’aveva rovinata.
Mi tinsi i capelli di nero, iniziai a isolarmi e a non frequentare più nessuno. L’anoressia era la mia unica compagna di vita e fu l’unica che mi stette vicino per molti anni. Il senso di colpa ti porta a farti del male, il non poter controllare fatti della tua vita ti porta necessariamente a trovare qualcosa su cui hai il pieno controllo. Per me è stato il cibo, evitavo i pasti come un gatto evita l’acqua. A pranzo mi ero falsificata un permesso di uscita per non mangiare in mensa, ma i miei genitori non lo sapevano, andavo o al parco, o in una Comune vicino a fumare e sballarmi. La sera dicevo ai miei genitori che mangiavo da qualche amica, o che andavo a qualche festa. Uscivo dalla porta e mi arrampicavo sull’albero che dava sulla mia stanza per rientrare. L’anoressia è un mostro che hai dentro, che non ti lascia mai. Ti tiene ossessivamente compagnia all’interno della testa, degli occhi. Passi più della metà della giornata a pensare a Lei, alle sue distorsioni ottiche, così le chiamano quando pesi 38 kg e ti vedi grassa. Una compagna di vita che ti prosciuga di tutto, della felicità, della forza, della voglia di vivere. L’unica cosa che ti tranquillizza è toccarti e sentire le ossa che sporgono dal tuo corpo, quando riesci a contarti le costole partendo dallo sterno allora stai bene. Quando riesci con le dita a farti il cerchio attorno all’avambraccio, allora li stai bene. Quel che io ora chiamo mostro è stata per me una salvezza, mi avrebbe portata esattamente dove volevo, alla morte.
Ed ecco che i miei genitori, per la prima volta mi diedero un motivo per voler vivere, Celtica. Una cucciola meticcia salvata dalla strada, così che i vicini li credessero delle persone dotate di cuore, quanto mi madre si vantava di aver salvato una vita. Ma Celtica aveva scelto me all’interno della famiglia e lei era diventato il mio unico motivo per vivere. L’unica cosa che manca ai cani è il tempo, cosa che invece non manca alle persone le quali ne hanno fin troppo. Quando si ammalò la mia vita cambiò bruscamente, le mie opinioni in merito alla vita e alla morte cambiarono radicalmente.
Faccio un passo indietro.
Mi sono sempre chiesta come possa una persona decidere sulla vita di un altro essere vivente. Sono sempre stata fermamente convinta che nessuno, per nessun motivo, può essere artefice dell’esalazione dell’ultimo respiro di un altro essere senziente, purché non sia esso stesso a richiederlo. Ma come fa un animale a chiedertelo, beh, te lo fa capire; almeno, a me è successo questo.
A distanza di sei mesi, ho iniziato ad avere ricordi vividi di quel momento, che fino ad oggi, 8 dicembre, ho voluto e dovuto metterli in una zona ombrosa, nella speranza che con il tempo, facessero meno male. Ma come si può affrontare la perdita del proprio membro della famiglia a quattro zampe? Io non ho la risposta a questo, ma spero che in qualche modo, questo ricordo aiuti qualcuno, o quantomeno aiuti me a lasciar andare la mia amata Celtica.
Eh sì, un nome una certezza, lei era una guerriera celta a tutti gli effetti, con tanto di bandana scozzese e corredo. Una cagnolina viziatissima, errore che ho pagato a mie spese, ma d’altronde, era il mio primo cane e io sarei stata la sua unica mamma. Si, dico mamma, pur dando fastidio a molte persone, perché per me, Celtica è stata una figlia, ho messo la mia vita dietro ai suoi bisogni, ho rinunciato a grandi sogni, ma tutto questo non conta, perché lei era felice. La sua coda scodinzolante è stato il motore degli ultimi anni della mia vita. All’età di sei anni, alla mia amata cucciola è stato diagnosticato un problema al cuore, purtroppo, non si poteva far nulla. La diagnosi di un superbo ecografista: «Se ti va bene ti durerà un anno, sei stata sfortunata a prenderti questo!». Questo, questo cane intendeva, privo di qualsiasi emozione verso la cagnolina sdraiata sul tavolo, né tanto meno per me, che in lacrime iniziavo a fare il conto alla rovescia. 365 giorni sono tanti, ma pochi. Ma come si fa, a dire una cosa del genere. Convinta che quello fosse l’ultimo anno della sua vita, ho fatto in modo che vivesse più esperienze possibili.
Sono riuscita a portarla in vacanza ben 3 anni dopo la diagnosi che la dava per spacciata. Ergo, io ogni notte per tutto il tempo che Celtica è stata su questa terra, ero convinta che lei non si svegliasse.
Ho avuto il supporto di un veterinario meraviglioso, che ha aiutato me tanto quanto ha aiutato Celtica, e per questo non ne sarò mai abbastanza grata.
Il viaggio è stato pazzesco, ho prenotato una suite per noi due, con la vista su un lago montano stupendo. Vedevo che piano piano il manto di Celtica da nero stava diventando bianco, la pancia si riempiva sempre più di liquido e si affaticava sempre prima; nonostante tutto, non c’è stato un momento in cui lei mi abbia detto di non farcela, anzi, mi spronava a muovermi! Lei con i suoi sei litri di liquido in pancia correva e poi si fermava scodinzolante ad aspettarmi, ecco, è così che la voglio ricordare: lei che mi aspetta scodinzolante su uno dei nostri amati sentieri montani.
Sono passati 4 natali da quando lei si è ammalata, quattro natali dove tutti la hanno ricoperta di doni pensando che fosse l’ultima volta. E lei, alla faccia di tutti, è andata avanti, con la sua barbetta bianca e la sua panciona.
Quante lacrime ogni volta che le persone per strada mi chiedevano se fosse incinta, quanto avrei preferito, invece no, lei era malata, e io dovevo fare i conti con la realtà. Dovevo capire che lei ad un certo punto avrebbe avuto bisogno di me in quella decisione.
Per quattro anni, dormendo abbracciate, sentivo il suo cuoricino aritmico che ogni tanto si bloccava, subito mi svegliavo e la vedevo dormire serena, delle volte perfino con gli occhi aperti quella matta. Sotto le coperte anche d’estate, con me, sempre abbracciate, la mia vita per quattro anni è girata attorno ai battiti del suo cuore. Il suo cuore, inestricabilmente legato al mio. Ho avuto quattro anni per prepararmi a quel momento ma non si è mai pronti, non ci sono testi, psicologici, famigliari o amici, non c’è nessuno che in quel momento possa capire, possa prepararti. Siete solo voi due, almeno questo è stato il mio caso. Gli dei sanno quanto ho sperato che si spegnesse nel sonno, egoisticamente per togliermi il peso di quella fatidica decisione, che avrebbe cambiato me, per sempre.
Da qualche settimana Celtica faceva fatica a fare tutto, la mia casa era un fortino di cuscini e bancali per agevolarla a salire sul lettone e sul divano. Iniziavo a capire, il nostro noi non era più formato da camminate in montagna, da viaggi spettacolari e da salti sulla neve, ormai noi eravamo li agli ultimi atti del nostro spettacolo. Così, disperatamente, in accordo con il veterinario, abbiamo cercato una clinica dove potessero alleviarle il gonfiore alla pancia, almeno da farla camminare un pochino di più, perché lei sarebbe andata in cima al mondo, la sua voglia di vivere è d’ispirazione al mondo e non lo dico da mamma, lei ha combattuto, ha combattuto come nessun altro, e come una guerriera fino all’ultimo ha scodinzolato.
Quel giorno, mi ricordo che ero in riunione, quando la sento iniziare a stare male, tossire e vomitare. Non potevo lasciare la riunione, ho chiamato mia mamma e le ho chiesto di portarla dal veterinario. Ebbene, quando dicono che le mamme sentono tutto, in venti minuti neanche da quando è partita sapevo che lei aveva bisogno di me. Ho chiuso la riunione, ho mollato tutto e sono andata li. Mi ricordo che sono entrata senza bussare, con la maglia del pigiama e senza mascherina, con una sciarpa che mi copriva il volto. Il veterinario mi ha guardata e mi ha detto: «è di là». Vado nell’altra stanza, vedo mia mamma, non mi ricordo se era accucciata o in piedi, vedo celtica che mi viene incontro felice, ma i suoi occhi erano vitrei, la sua gioia la stava lasciando, eppure, ad asciugare le mie lacrime è stata lei, con la sua lingua assurdamente fina, lei se ne stava andando, ma nonostante questo era lei a confortare me. Arriva il veterinario, capisco dal suo sguardo, gli chiedo diretta: «è arrivato il momento?» lui mi risponde: «l’acqua è salita ai polmoni, bisogna decidere cosa fare». Conosco il mio veterinario, un uomo splendidamente umano, sensibile e amante del suo lavoro, non uno legato al denaro, ma collegato all’amore per gli animali. Ho letto nei suoi occhi che dovevo scegliere. Ho chiesto quando, lui mi ha risposto il prima possibile. Così, sdraiata sul pavimento della saletta interna, mentre la mia Celtica continuava a rimettere saliva su di me, pur di starmi accanto e non lasciarmi sola, ho dovuto scegliere.
Il dottore mi ha lasciato il tempo, in modo che potessi dirle addio senza interruzioni, siamo state le ultime ad entrare. Vicini, amici, famiglia, tutti sono venuti a salutarla, perché nonostante fosse una viziata rompiscatole, lei si faceva amare da chiunque avesse la fortuna di conoscerla.
Mi ricorderò sempre, il corridoio di persone che ci hanno accompagnate alla porta, a quella porta dalla quale lei non sarebbe uscita. Ormai dentro, ci siamo guardate negli occhi ed ho capito, lei non ce la faceva più, lei mi stava chiedendo di lasciarla andare, perché io so, che ha tirato avanti così tanto solo perché io non riuscivo a lasciarla andare. Ma quello era il suo momento e non potuto far altro che sorriderle e accettarlo. Le ha fatto la prima puntura, oh, lei non cedeva, è stata una guerriera fino all’ultimo, ma l’idea che soffocasse nel suo liquido, non mi ha fatto aver dubbi sul da farsi. Quando dolcemente si è addormentata le ho sussurrato di ricordarsi il nostro posto, dove andavamo sempre e ci fermavamo a meditare (io meditavo, lei correva come una pazza nelle foglie e nel ruscelletto montano, amava l’acqua!), le ho detto di aspettarmi li, che sarei arrivata in un battito di ciglia, lei ha scodinzolato. Ha scodinzolato, lei ha capito, prima di addormentarsi ha ricordato e ha capito. Si è addormentata tra le mie braccia felice. Dopo la parte più difficile, quella della puntura fatale. Ero a pezzi, ma dovevo stare li con lei. Ormai dormiva, il veterinario arriva, ascolto il suo cuore un’ultima volta e le metto la mia collana con il cristallo di quarzo rosa. Con la mano appoggiata al cuore sento il battito che rallenta, poi nulla. Celtica non c’era più. La mia guerriera, ha lasciato questa terra il 3 giugno, dopo 4 anni e mezzo di lotta. Lei mi ha insegnato che la vita va vissuta a mille in ogni istante, ma ad oggi, quell’amaro ricorda mi blocca ancora. Quella decisione mi ha cambiato la vita, ha cambiato il mio modo di vivere la vita e solo oggi, riesco a parlarne. Io sono stata li fino all’ultimo momento, non volevo che esalasse il suo ultimo respiro senza me vicino e almeno su questo sono serena, la ho accompagnata. Ora indosso il suo cristallo, quello donatole, poiché non poteva essere cremato insieme a lei. Questo mi dona un po’ di forza, della sua forza. Ho iniziato questo breve testo chiedendo come può una persona decidere sulla vita di un altro essere senziente, beh, semplicemente per amore. Io ho letto negli occhi di Celtica che non riusciva a proseguire questa vita, e lo ho accettato, non voluto accanimenti terapeutici, ho rispettato il suo volere, nonostante abbia fatto tutto quello che si poteva fare. Non so se ho preso o meno la decisione giusta, me lo domando ogni giorno, ma ho accettato quello che lei mi ha chiesto.
Ad oggi, questa domanda mi assilla ancora, avrei potuto fare altro? Ho davvero ucciso la mia cagnolina? Ed ecco qui, il mio punto di svolta nella vita.
Questo sarà il primo natale, senza di lei, e mancherai, mancherai a tutti. Mi mancherà farti il piattino e fartelo trovare la mattina sotto l’albero. Mi mancherà tutto di te Celtica, le tue gambette a quaglia, come diceva tuo nonno, le tue orecchie assurde, che quando eri piccola erano insensatamente grandi. Il tuo abbaiare stupido quando volevi qualcosa e era stridulo da impazzire, ma tu eri così eri un insieme di assurdità che hanno creato la creatura più perfetta del mondo.
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