In una tranquilla banca di provincia, dove la routine sembra destinata a soffocare sogni e ambizioni, accade qualcosa di inatteso: una serie di eventi, piccoli ma esplosivi, mettono in moto una spirale fatta di scelte impulsive, equivoci, coraggio improvvisato e alleanze improbabili.
Tra risate, tensione crescente e momenti che ribaltano ogni certezza, un gruppo di persone comuni si ritrova coinvolto in una vicenda più grande di loro, dove nulla va come previsto e ogni passo può trasformarsi in un imprevisto… o in un’occasione.
Mentre i legami si rafforzano e le convinzioni vacillano, prende forma un’ idea audace, forse folle, sicuramente indimenticabile.
Un’avventura vivace e irriverente che mostra come, quando la vita ti mette con le spalle al muro, sei capace di tentare persino… colpi a sorpresa.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto “Colpi a sorpresa” per dare sfogo alla mia creatività e alla passione che ho nell’osservare e raccontare storie. Un divertente sketch di improvvisazione teatrale ha stimolato la mia immaginazione: mi sono chiesto cosa c’è dietro le azioni dei personaggi, chi sono e perché agiscono così. Dalla voglia di dare una risposta a queste domande è nata un’avventura vivace, surreale e dinamica.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 1
Tra sportelli e discussioni
La filiale aveva l’odore tiepido delle cose elettriche: plastica scaldata dai neon, il respiro sordo delle stampanti, un soffio di aria condizionata che fingeva freschezza e invece impastava la polvere negli angoli. Una pianta di ficus, troppo lucida per essere vera, sorvegliava l’entrata come un usciere crepuscolare. Sopra, un monitor scorreva numeri che nessuno reclamava. Le sedie in attesa sembravano trofei di una gara senza pubblico. Il pavimento di linoleum portava graffi sottili, cicatrici di scarpe passate, e la luce dei neon creava riflessi lattiginosi, quasi medici, sulle superfici di vetro. Stefano si fermò un istante sulla soglia, aggiustò la tracolla della borsa da lavoro e si lisciò il ciuffo: un gesto automatico, più scaramantico che estetico. Era venuto in pace, si disse. Nessuna scenata, nessuna supplica: due chiacchiere, un saluto agli amici, un piccolo atto di resistenza al ridicolo che gli si appiccicava addosso ogni volta che varcava quella porta. Il vetro dell’ingresso restituì il suo riflesso: trent’anni portati con l’ostinazione di chi si sente appena al prologo, guance coperte da una barba irregolare, la macchina 6
fotografica nello zaino come un talismano. L’agente di sicurezza, un ragazzo in divisa ancora nuova da sembrare carnevale, gli si parò davanti con una diligenza fuori misura. «Buongiorno, documento e… braccia aperte, per favore.» Le mani gli tremavano nella loro autorità neonata. Stefano sollevò le braccia, paziente. L’agente cominciò a perquisirlo con un protocollo improvvisato: pacca sulla spalla, esitazione sui fianchi, un colpetto sfuggito al borsello. La radio all’altezza del petto gracchiò come un vecchio modem. L’odore del dopobarba dell’agente—troppo agrumato—gli arrivò al naso. «Vado a salutare degli amici,» disse Stefano, con un sorriso disinnescante.
«La sicurezza prima di tutto.» L’agente tentò un tono fermo, ma inciampò nelle parole. Gli sfuggì un «mi scusi» a metà della procedura e poi un «grazie» troppo solenne quando lo lasciò passare. Sulla targhetta si leggeva: FERRETTI. Prima settimana, pensò Stefano; si vedeva da come la pistola gli pesava sul fianco come un’idea più che come un oggetto. Dietro le scrivanie, Nicola e Marco erano già al loro posto. Nicola, spalle larghe e sorriso pronto, stava litigando con una graffetta traditrice che si ostinava a raddrizzarsi. Marco, più raccolto, spingeva gli occhiali sul naso mentre scorreva sullo schermo un elenco di nomi, cifre, note. Alle sue spalle, appesa con nastro adesivo alla parete 7
divisoria, una foto del mare con Maria, sua moglie: capelli mossi dal vento, occhi socchiusi dal sole. Ricordo e monito allo stesso tempo. Dalla porta laterale dell’ufficio uscì la direttrice, tacco deciso, tailleur color sabbia che assorbiva e rilanciava la luce come carta fotografica. L’aria, nella sala aperta, mutò di densità: un fenomeno atmosferico che succedeva ogni volta che lei compariva. Il click dei tacchi non era un suono, era un ordine.
«Ahhh, signor Ricci… ancora che ci prova?»
Lo sguardo della direttrice scivolò su Stefano con il divertimento confidente di chi si aspetta la battuta. «A quanto pare, i tre rifiuti per il prestito che ha richiesto non sono sufficienti…»
Stefano fece un mezzo inchino teatrale. «Oh, buongiorno a lei, direttrice. No, non si preoccupi, oggi vengo in pace. Sono qui solo per salutare i miei amici. E comunque, se proprio vogliamo essere precisi, siamo già arrivati a cinque rifiuti.»
Un sopracciglio della direttrice — Silvia per alcuni, ma praticamente per nessuno—salì di un millimetro. «Wow, sono impressionata. Se questo non è un record della filiale, poco ci manca.»
«Ma così mi fa arrossire, direttrice.» Il tono di Stefano era una stoffa leggera usata per coprire la puntura. «E poi mi corregga se sbaglio, ma ho come l’impressione che questo record continuerà a migliorare.» 8
«È normale, finché si ostina a chiedere un prestito senza né un lavoro né tantomeno garanzie.» Lei parlò come si spolvera un ripiano: con efficienza disattenta. Stefano sorrise di lato. «Questa cosa mi ha sempre affascinato. Una persona si reca in banca per chiedere dei soldi e la banca li rilascia solo se li hai già. Ma io dico, Se li avessi, non verrei in banca a chiederli… o sbaglio, direttrice?»
Continua a leggere
Ci fu un lampo di fastidio, breve come una notifica silenziata. «Non so che dirle, signor Ricci. Però, se fossi in lei, cercherei un lavoro anziché andare in giro a fare i filmini alle persone.»
«I filmini, come li chiama lei, li faccio per lavoro. E pensi un po’: mi pagano anche per farli.»
Il sorriso si irrigidì, poi si sciolse. «Gliel’ho già detto: sono un videomaker e ho bisogno di soldi per attrezzature, pubblicità, marketing…»
«Certo, certo, come dice lei.» La direttrice si voltò già altrove, la conversazione archiviata. «Però adesso mi perdoni, ma c’è gente che deve lavorare per davvero.»
Passando dietro la scrivania di Marco, gli sfiorò la spalla con una carezza che voleva essere innocente e non lo era per niente. «Su, dai, che le pratiche non si sistemeranno mica da sole.»
«Certo, direttrice,» rispose Marco, un secondo troppo tardi. 9
«Quante volte te lo devo ripetere? Per te solo Silvia va bene.» Lo disse piano, come un segreto che però voleva essere sentito.
Marco deglutì. «Certo, come vuole lei… direttrice.»
La parola gli scivolò via comunque, maldestra. Avvertì gli occhi di Nicola su di lui: un misto di compatimento e divertimento. Gli parve di sentire, più che vedere, Stefano che assisteva alla scenetta con quell’aria a metà tra il cronista e il pubblico. L’anello al dito gli parve improvvisamente più stretto.
La direttrice alzò gli occhi al cielo, poi si piegò verso di lui con un sorriso che aveva la brillantezza di una vetrina. «Mmm… va beh. Se hai bisogno di qualcosa ricordati che le porte del mio ufficio sono sempre aperte per te.» Le parole rimasero un attimo nell’aria, come un profumo troppo dolce.
«Allora… buon lavoro, Silvia.» La voce di Nicola arrivò con una pacata sfacciataggine che lo tradiva ogni volta.
«Silvia? Direttrice Marchese!!» ribadì lei, fulminandolo con lo sguardo. Poi sparì dietro la porta del suo ufficio, richiudendosi alle spalle quel misto di potere e profumo al mughetto.
Rimasero in tre: Stefano in piedi, Nicola e Marco dietro la piccola trincea delle scrivanie. Stefano si mise un dito sul labbro, imitò il tono di lei: «Quante 10
volte te lo devo ripetere… per te solo Silvia.» Le mani mimarono baci lanciati a distanza.
Nicola sogghignò e, con la stessa voce melliflua della direttrice, aggiunse: «Le porte del mio ufficio sono sempre aperte…» Poi lo guardò di traverso. «E non solo quelle.» I due si diedero una gomitata complice e risero.
[…]
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.