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Orizzonti condivisi: Un viaggio, Due destini

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Consegna prevista Ottobre 2026
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Ci sono incontri che non cambiano solo la vita, ma anche il modo in cui guardi il mondo. Questa è la storia di Jonathan e Alessia, due anime che si sono riconosciute ancor prima di capirsi, e che da quel momento non hanno più smesso di scegliersi. Un amore nato tra sogni chiusi in un cassetto e promesse sussurrate nelle sere d’inverno, che ha preso il volo tra aeroporti, cieli stranieri e orizzonti da inseguire insieme. Dalle vie affollate di Parma ai tramonti infuocati di Bali, passando per città d’Europa e paesaggi interiori, Orizzonti Condivisi è un racconto autentico di scelte coraggiose, legami profondi e nuovi inizi. Tra risate, cadute e rinascite, i protagonisti imparano a trasformare ogni tappa del cammino in un’occasione per crescere, amare e riscoprirsi. È la poesia di chi decide di vivere davvero, stringendo una mano mentre l’altra traccia la rotta. Una pagina dopo l’altra, questo libro non si legge, si sente come il battito di un cuore quando ama.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Orizzonti Condivisi per dare voce alla mia storia che chiedeva di uscire dal silenzio. Da sempre timido, ho trovato nella scrittura le parole che la mia voce non sa dire. Un giorno, osservando le mie note piene di emozioni lasciate lì ad aspettare, ho capito che meritavano un destino migliore: diventare luce, per me, e magari per gli altri, trasformarle in un cammino condiviso capace, forse, di ispirare chi vi si riconoscerà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 14: Il Peso delle Scelte

Tornare da Fuerteventura fu come aprire una finestra su una vita che sembrava sempre più lontana. Quei giorni trascorsi tra il vento incessante, le onde dell’oceano e i tramonti infuocati avevano risvegliato in noi una voglia sopita, quasi dimenticata: la voglia di scoprire, di vivere senza catene, di sentire che ogni giorno poteva essere un’avventura; eppure, una volta rientrati a Parma, quella sensazione di libertà si era trasformata in un fardello insopportabile.

Iniziavo a domandarmi se avessimo fatto la scelta giusta fermandoci lì. Parma era diventata la nostra casa, ma a che prezzo?

Nei mesi successivi, quelle domande iniziarono ad ossessionarmi.

Erano come un eco che rimbombava nella mia testa, impossibile da ignorare: Davvero mi sono venduto? Davvero la mia felicità avevano un prezzo? Bastavano davvero 2000/2500 euro al mese per convincermi a smettere di sognare?

Quanto valeva il mio sogno? E chi, in cambio di cosa, me l’aveva portato via?

Ogni giorno, quel vortice di pensieri mi avvolgeva, trascinandomi sempre più giù. Sembrava di essere intrappolato in una stanza buia, senza porte né finestre. Non importava quanto mi sforzassi di nasconderlo, il peso di quel dubbio cresceva. A lavoro, riuscivo ancora a indossare una maschera; con i clienti ero il solito ragazzo sorridente e gentile, quello che sapeva ascoltare e regalare un momento di leggerezza.  Quella maschera, però, era pesante e, quando tornavo a casa non riuscivo più a indossarla.

Il bagno divenne il mio unico rifugio. Mi chiudevo lì, a volte per pochi minuti, altre volte per ore, lasciando che le lacrime scorressero in silenzio all’unisono con l’acqua della doccia. Era il solo posto dove mi sentivo libero di mostrarmi debole. Pensavo di proteggere Alessia, di risparmiarle il peso del mio dolore ma, in realtà, non facevo altro che costruire un muro tra noi. Ogni volta che mi chiudevo quella porta alle spalle, era come se stessi allontanandomi un po’ di più da lei.

All’inizio, Alessia cercava di capire. Mi faceva domande, cercava di avvicinarsi, ma io non riuscivo a lasciarla entrare. Non trovavo le parole per spiegarle cosa mi stesse succedendo. E così, lentamente, anche lei iniziò a ritirarsi. I nostri primi anni insieme erano stati un sogno: ridevamo, condividevamo tutto, e sembrava che niente potesse scalfirci. Ma ora, le prime crepe cominciavano a emergere.

Le discussioni iniziavano in modo quasi impercettibile, piccole scintille che all’inizio sembravano insignificanti: una parola detta con un tono sbagliato, un gesto frainteso, una dimenticanza. Ben presto, quelle scintille, diventarono incendi.

Litigavamo per le cose più banali: chi doveva lavare i piatti, chi aveva lasciato le luci accese, perfino per cosa guardare in televisione e sul decidere cosa mangiare a cena. Non erano mai le questioni pratiche il vero problema; era quello che si nascondeva sotto. Era il nostro silenzio, i nostri non detti, la distanza che avevamo lasciato crescere tra di noi.

Ogni volta che litigavamo, mi sentivo sempre più in colpa. Sapevo che il problema ero io, sapevo che il mio stato d’animo stava intossicando il nostro rapporto e non riuscivo a fermarmi, non sapevo come uscirne.

Ogni tentativo di spiegarmi sembrava solo peggiorare le cose. Mi sentivo intrappolato in un circolo vizioso: più cercavo di proteggere Alessia dal mio dolore, più la allontanavo; e più la allontanavo, più mi sentivo solo ed in colpa.

C’erano momenti in cui, guardandola, provavo un’immensa gratitudine. Lei era lì, accanto a me, cercava di tenere insieme i pezzi. Ma c’erano anche momenti in cui mi chiedevo quanto sarebbe durata. Quanto avrebbe resistito? E se un giorno si fosse stancata di me, del peso che rappresentavo? Questi pensieri mi logoravano, aggiungendo un ulteriore strato di dolore a quello che già provavo.

Eppure, in tutto quel caos, c’era una piccola voce dentro di me che non voleva arrendersi. Una voce che mi ricordava chi ero prima, chi eravamo noi prima di quel buio. Una voce che mi spingeva a lottare, a cercare un modo per uscire da quella spirale. Non sapevo ancora come, ma sentivo che dovevo farlo. Per me, per lei, per noi. A volte cercavo rifugio nella lettura, ma anche li c’erano frasi che facevano male, ne ricordo ancora una di Nietzsche che recitava:

«Il tempo spegne tutto, ma lascia che la volontà affermi ciò che vuole durare».

Cosa mi stava dicendo la mia volontà?

Forse era questa la domanda a cui non avevo il coraggio di rispondere, o forse, era semplicemente un non voler deludere gli altri, chi credeva in me, chi mi aveva dato fiducia, o anche per chi non aveva mai avuto un opportunità del genere, ed io non potevo “sputarci sopra”.

La vita continuava a scorrere, ma io mi sentivo immobile, bloccato in una routine che mi soffocava sempre di più. Alessia, nel frattempo, cercava di mantenere il nostro equilibrio, ma il suo sorriso non era più quello di un tempo. Le sue risate erano più rare, i suoi occhi si perdevano più spesso nel vuoto. Anche lei stava iniziando a sentire il peso di quella vita che avevamo scelto, o forse che ci eravamo lasciati scegliere.

Una sera, durante una delle nostre solite cene silenziose, la tensione esplose. Non ricordo neanche cosa scatenò il litigio: forse un commento di troppo, forse solo l’accumularsi di settimane di silenzi e incomprensioni ma, quello che ricordo bene, furono le parole che uscirono dalla mia bocca, quasi senza controllo:

«Se non posso avere la vita che desidero… allora che desiderio posso avere di vivere?»

Alessia rimase in silenzio, il viso rigido come se fosse stata colpita da un pugno diretto allo stomaco. Mi guardò con una profondità che mi fece quasi paura, come se stesse vedendo qualcosa in me che non avevo mai voluto mostrare. Non rispose. Si limitò a stringere le labbra, a distogliere lo sguardo, e poi si alzò dal tavolo e uscì dalla stanza.

Quella notte non ci parlammo più. Io rimasi sveglio a pensare a quelle parole, al peso che portavano e al fatto che, per quanto dolorose, rappresentavano una verità che non potevo più ignorare e che aveva trovato finalmente il coraggio di uscire.

Nei giorni successivi, Alessia sembrava diversa. Più silenziosa, più riflessiva. Non sapevo cosa stesse pensando, ma sentivo che qualcosa stava maturando dentro di lei; poi, una sera appena chiudemmo il salone, mi chiese di accompagnarla da qualche parte.

«Dove andiamo?» le chiesi mentre salivamo in macchina.

«Ora lo vedrai» rispose, mantenendo un’aria enigmatica.

Arrivati a destinazione, dopo un tragitto di nemmeno 10 minuti, vidi che si trattava di uno studio privato. La targa fuori recitava il nome di una psicologa. Mi voltai verso di lei, confuso.

«Cos’è questa storia?» domandai, un po’ stizzito.

Alessia mi guardò con calma, ma nei suoi occhi c’era una determinazione che non avevo mai visto prima. «Se non vuoi parlare con me, allora puoi parlare con qualcuno che è pagato per ascoltarti. Non sei costretto, ma l’ho già pagata, e sarebbe uno spreco non entrare. Sai quanto costano gli psicologi…»

Non sapevo cosa rispondere. Parte di me voleva andarsene ma, un’altra parte, quella che non voleva aggiungere un altro motivo per sentirsi in colpa, mi fece rimanere. Sbuffai, più per orgoglio che per reale fastidio, e accettai di entrare. La prima seduta fu strana. Non sapevo cosa dire, né da dove iniziare. Quella donna aveva una capacità disarmante di farmi sentire al sicuro, come se, per la prima volta, non dovessi nascondermi dietro una maschera. Parlai poco, ma abbastanza per sentire che, forse, c’era qualcosa da esplorare.

Ne seguirono altre di sedute. All’inizio ci andavo quasi controvoglia, come se fosse un obbligo più che un’opportunità. Ma col tempo iniziai a sentire i benefici. La psicologa mi aiutò a scavare dentro di me, a risolvere quei traumi che avevo avuto da bambino e a dare un nome a quel peso che mi portavo dietro. Il non voler deludere gli altri, mentre però, deludevo me stesso. Mi fece capire che quella depressione non era solo frutto del presente, ma anche di anni di compromessi e di sogni lasciati in un angolo. Un giorno, durante una di quelle sedute, divenne tutto chiaro. «Voglio viaggiare,» dissi, quasi come una rivelazione. «Voglio smettere di accontentarmi. Voglio trasferirmi a Tenerife. Voglio poter vedere il mare tutto l’anno, voglio passeggiare mano nella mano con Alessia in spiaggia al tramonto, e perché no, voglio prendere altre lezioni di surf ed imparare ad andare da solo nei giorni liberi dal lavoro.»

Quelle parole erano sempre state dentro di me, ma pronunciarle ad alta voce le rese reali, tangibili. Sembrava che, in quel momento, avessi trovato la chiave per uscire da quella gabbia che mi ero costruito da solo. Quando tornai a casa, raccontai tutto ad Alessia. Le dissi che volevo ricominciare, che volevo inseguire il sogno che avevamo sempre condiviso, ma che avevamo messo da parte. Lei mi ascoltò, e quando finii, mi sorrise con quella luce negli occhi che non vedevo da tempo.

«Sapevo che c’era ancora quel Jonathan,» mi disse. «Andiamoce! ora! Ovunque tu voglia andare. Inseguiamo i nostri sogni! »

Quella sera, seduti sul divano, iniziammo a pianificare il nostro futuro. Non avevamo idea di come avremmo fatto, ma per la prima volta dopo mesi, sentivo che c’era speranza. Sapevo che sarebbe stato difficile, ma finalmente avevo una direzione, un sogno da inseguire, e soprattutto, la persona giusta al mio fianco.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Jonathan Cirillo
Mi chiamo Jonathan Cirillo e scrivo per dare voce ai sogni, ai ricordi e a quelle emozioni che restano sospese tra il cuore ed il silenzio. Sono nato tra il mare e il Vesuvio, cresciuto tra sogni e sacrifici, dove la bellezza brucia e la vita insegna presto che il vero cammino è quello che ti inventi quando smetti di seguire un sentiero tracciato e inizi a crearne uno tutto tuo, passo dopo passo, anche quando fa male.
Orizzonti Condivisi è il mio primo libro: un viaggio d'amore e di smarrimenti, di strade sconosciute e cieli che cambiano come cambia il cuore.
Un diario di viaggio che nasce dalla pelle, attraversa ferite e arriva all'anima. Scrivo per chi ama senza garanzie, per chi sente che l'orizzonte non è un punto lontano, ma una promessa da inseguire con il fiato corto e il cuore aperto.
Jonathan Cirillo on Instagram
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