Per trent’anni, il silenzio è stato tracciato con precisione. Evelyn è una psicologa forense abituata a muoversi tra le pieghe più oscure della mente umana. Analizza i criminali, ne ricostruisce i pensieri, ne anticipa le mosse. Ma quando un’indagine la conduce ad una serie di simboli enigmatici e messaggi inquietanti, Evelyn capisce che questa volta il caso non è come gli altri.
Mentre il confine tra il passato e presente si assottiglia, la psicologa è costretta a confrontarsi con un’infanzia che credeva di aver dimenticato e con un nemico che non è mai stato davvero lontano.
“La mappa del silenzio” è un thriller psicologico cupo e realistico, dove la tensione non nasce dalla violenza, ma dal controllo, dalla manipolazione e dai segreti che la mente scegli di nascondere.
Perché ho scritto questo libro?
“La mappa del silenzio” nasce in un momento particolarmente delicato, quando la vita ha rallentato e mi ha chiesto di fermarmi e resistere.
L’impegno nella scrittura e la concentrazione richiesta per questo progetto sono diventati un appiglio, un luogo sicuro in cui rifugiarmi quando tutto si faceva difficile.
Considero questo racconto una medicina: qualcosa che mi ha curata dall’interno, che mi ha tenuta in piedi nei momenti più bui e che, in modo silenzioso ma potente, mi ha salvata.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Capitolo 1 – La casa violata
Evelyn Monroe parcheggiò davanti al suo appartamento quando erano passate da poco le 22:00. La giornata era stata fin troppo lunga persino per i suoi standard: due colloqui con sospetti agitati, un briefing con il dipartimento, un referto da controfirmare. La pioggia aveva smesso da poco, lasciando dietro di sé l’odore metallico e l’asfalto completamente ricoperto dall’acqua. La palazzina era silenziosa, la luce gialla del lampione accanto alla porta d’ingresso tremolava a intermittenza, proiettando ombre brevi e nervose sulla facciata.
Evelyn salì i quattro gradini che portavano al portone, sfiorando con la punta del tacco una foglia bagnata rischiando di scivolare. Non notò nulla di strano, per lo meno… non ancora. Inserì il codice alla tastiera dell’androne, udì il solito clic della serratura magnetica e salì le scale fino al terzo piano. Non c’era l’ascensore e a quell’ora, dopo una giornata pesante, avrebbe fatto comodo. Il corridoio profumava di buono, si poteva sentire ancora il detergente utilizzato da Giorgina la mattina.
Quando infilò la chiave nella toppa, qualcosa la bloccò. Il cuore iniziò a battere forte e la paura si fece sentire. Un riflesso, un dettaglio minimo. La porta era perfettamente chiusa, ma il gancio interno – quello che era solita lasciare in posizione verticale – era orizzontale. Abbassato insomma.
Evelyn arrestò il gesto e un brivido sottile le risalì le scapole. Si impose di inspirare profondamente, almeno due volte. Poi ruotò lentamente la chiave. Entrò e percepì immediatamente l’aria interna gelida, come se la finestra fosse stata spalancata per ore intere. In realtà, non era così. Chiuse la porta dietro di sé e posò la borsa a terra senza accendere la luce. Il silenzio, quel silenzio, aveva una densità strana, come se trattenesse qualcosa.
Alla fine, fece scorrere l’interruttore. La luce del soggiorno si accese, piatta, bianca e troppo pulita per quell’ora della notte. Nulla era fuori posto. Il tavolino, la libreria e il divano erano come li aveva lasciati la mattina stessa. Poi però, un dettaglio catturò la sua attenzione.
Il tavolo della cucina. Era sicura di aver lasciato tutto in ordine prima di andare al lavoro, quella mattina. Ne era certa, anche perché era maniaca in questo. Ora però, sopra al tavolo c’era qualcosa. Un oggetto che di sicuro non avrebbe dovuto essere proprio lì. Evelyn si avvicinò molto lentamente, anche se ogni suo passo appariva amplificato.
Era un taccuino dalla copertina nera, consumata agli angoli. Per la precisione era un quaderno di appunti che non vedeva da moltissimo tempo. Parliamo di anni. Era sicura di averlo perso durante una delle sue prime indagini, quando era solo un’assistente. Il caso Hoyt. Un suicidio sospetto. Ricordava bene di averlo cercato per settimane intere. Alla fine, rinunciò. Era sparito fino a quella sera.
Si fermò a pochi centimetri dal taccuino, ma non lo toccò. Le mani le tremavano impercettibilmente, tradendo una tensione che non lasciava mai trapelare davanti a nessuno, nemmeno ai colleghi.
Poi decise di aprirlo e vide che la prima pagina era completamente bianca, tranne due righe. La calligrafia non era la sua, era netta e pulita. Quelle parole le fermarono il fiato per qualche istante.
TI MANCA UN PEZZO.
LO HAI DIMENTICATO.
Nessuna firma. Nessuna data. Niente.
Evelyn rimase immobile, il cuore rallentato e la sensazione era quella di galleggiare in acque gelide. Chiunque fosse entrato in casa sua, non aveva spostato o rubato nulla. Aveva solo portato qualcosa. Il suo telefono cominciò a vibrare nella tasca del cappotto. Era un messaggio da un numero sconosciuto.
“SEI PRONTA A RICORDARE?”
Per un lungo secondo Evelyn restò in silenzio. Lo schermo luminoso riflesso nei suoi occhi. Poi fece l’unica cosa che sapeva fare quando la paura prevaleva: si costrinse a respirare lentamente. Un movimento nell’angolo del soggiorno attirò la sua attenzione e il suo sguardo. Una luce rossa, piccolissima. Un led. Sullo scaffale, tra due libri vi era un micro-dispositivo di registrazione.
Nuovo. Pulito. Piazzato di recente, forse la mattina stessa.
Evelyn sentì il mondo girare lentamente, come se il pavimento sotto i suoi piedi si fosse inclinato. Non era una minaccia, ma un invito. Qualcuno era entrato in casa sua, o meglio… nella sua vita. Inoltre, sapeva esattamente dove colpire: nei ricordi che Evelyn aveva sempre cercato di sopprimere. La voce le si spezzò quando mormorò:
“Cassandra…”
Un nome che non pronunciava da molti anni.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.