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Io mi chiamavano Bolide

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Consegna prevista Novembre 2026
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Ero diventa Bolide quando la guerra e la dittatura lo costringono a scegliere: fuggire, resistere, combattere.
Tra le strade del basso ferrarese e i sentieri impervi delle montagne liguri, la vita di Ero Braghin attraversa uno dei passaggi più oscuri del Novecento.
“Io mi chiamavano Bolide” racconta la trasformazione di un’esistenza comune in una vicenda storica. Dalla fuga dal richiamo fascista all’esperienza partigiana nella V Brigata Garibaldi, dal rastrellamento sul monte Grammondo all’esilio forzato in Francia, fino alla Liberazione e al difficile ritorno alla vita civile, il romanzo segue un percorso fatto di decisioni irrevocabili e delle loro conseguenze.
Alternando rigore documentario e narrazione, fonti storiche e le pagine del diario di Bolide, il libro restituisce una memoria intima e collettiva della Resistenza, interrogando il confine tra storia e racconto, e dando voce a chi ha dato forma alla Storia senza sapere di farne parte.

Perché ho scritto questo libro?

Per buona parte della mia vita ho creduto di conoscere tutto ciò che contava su mio nonno, soprattutto sulla sua esperienza da partigiano. Il ritrovamento casuale di un articolo, in cui raccontava di aver vendicato alcuni contadini uccisi dalle camicie nere, però, ha aperto una voragine in quella certezza.
Mai mi ero posta la domanda più scontata: ma quindi, mio nonno ha sparato?
Quella è stata solo la prima di una lunga serie e volevo che le risposte fossero a disposizione di chiunque.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prefazione

Ho perso mio nonno quando avevo appena 8 anni: frequentavo da poco la terza elementare, portavo già gli occhiali da vista, ovali e azzurri, e vestivo esattamente come i maschi della mia età. Mio nonno invece di anni ne aveva 76, era un po’ sordo e parlava a voce alta, ogni tanto era smemorato e distratto, ed era la persona con il cuore più buono che io abbia mai conosciuto.

Fino a non molto tempo fa sono stata convinta di conoscere di lui tutto ciò che fosse importante conoscere.

Del nonno sapevo che la domenica mattina veniva a casa nostra e quando mi svegliavo lo trovavo in salotto a leggere il giornale; sapevo che spesso andava a comprare le caramelle Mou, tantissime caramelle Mou, che le metteva in un contenitore e veniva da noi, sedeva me e mia sorella sul divano e ci faceva la doccia di caramelle. Sapevo che il suo naso stava in tutta una mia mano.

Del nonno sapevo che quando arrivavano in paese le carovane dei giostrai della fiera, all’inizio di settembre, correva a prenderci e ci portava al piazzale dove lui, sicuramente più di noi, si divertiva come un bambino e comprava (spesso si faceva regalare) un sacco di gettoni che avrebbe distribuito equamente.

Del nonno sapevo che era stato lui ad insegnare a tutti noi quattro nipoti, me, mia sorella e i nostri cugini, ad andare in bicicletta senza le ruotine.

Del nonno sapevo che amava raccontare barzellette, una in particolare faceva così: un giorno un signore è in piazza e deve assolutamente fare la pipì. Non sapendo come fare si mette in un punto un po’ appartato per trovare sollievo e mentre tira giù la patta una vigilessa lo vede e gli urla “Fermo lì! Mille lire di multa!”. A questo punto il signore le risponde “Ma non ho fatto niente!” e la vigilessa “Basta la mossa!”. Così lui tira fuori dalla tasca una banconota da mille lire, la porge alla vigilessa e prima che lei riesca a prendere i soldi, lui ritira la mano e rimette la banconota in tasca. A quel punto la vigilessa sempre più arrabbiata gli fa “Beh! Ma cosa fa?!” e lui risponde “Basta la mossa!”.

Del nonno sapevo che adorava portarci sul ponte girevole, nella campagna appena fuori il paese, a lanciare i sassi nel canale proprio accanto al cartello “Vietato lanciare sassi nel canale” e quando passava qualcuno ci diceva di nasconderli in tasca. Si divertiva da morire, io meno, molto meno: avevo paura persino della mia ombra, figurarsi di infrangere le regole!

Del nonno sapevo che era stato un camionista, ma anche un meccanico, ma anche un intermediario, ma anche un venditore di automobili, ma le cose che sapeva fare erano molte più di tutte queste.

Del nonno sapevo che era impaziente e non ci riusciva proprio a stare fermo: fin da quando mia mamma e mia zia erano bambine, la domenica prima di pranzo mia nonna lo faceva vestire da festa e lui, mentre aspettava che il pranzo fosse pronto, andava a lavorare nell’orto. Il risultato era sempre che tornava in casa completamente sporco di terra suscitando le ire di mia nonna. Scena che si è ripetuta esattamente così, sempre uguale, per decine di anni. Del nonno sapevo che era sempre stato comunista, ma che di politica a tavola non se ne parlava.

   

Del nonno sapevo anche che era partito partigiano: ogni tanto per far ridere noi bambini faceva finta di mettersi sull’attenti, come probabilmente aveva fatto centinaia di volte molti anni prima e non per far ridere qualcuno, e teneva stretta una scopa come fosse un fucile. Sapevo che era partito giovanissimo, praticamente ancora bambino, e che era tornato a piedi dalla Francia fino a Codigoro. Sapevo che poco dopo il suo rientro era stato in carcere e che proprio lì aveva incontrato quella che sarebbe diventata la mia nonna.

Uno dei dispiaceri più grandi per me è non aver potuto vivere mio nonno da adulta, non avergli potuto chiedere consiglio e aiuto nel momento del bisogno, non avergli potuto chiedere di più di se stesso come uomo e come partigiano.

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Per anni ho accettato passivamente questa consapevolezza, ripetendo a me stessa che non avrei potuto farci niente, che mica era colpa mia se se n’era andato così presto e che allo stesso tempo avrei comunque potuto gelosamente custodire tutti i miei pochi ricordi e le nostre fotografie insieme.

Quasi per caso, poi, ho iniziato a trovare vecchi articoli di giornale, il suo diario, dei libri con annotazioni scritte da lui e segnalibri sparsi tra le pagine quasi a voler dire “è qui, proprio qui, quello che ti voglio dire, quello che stai cercando!”, e ho capito che tutte quelle domande che non avrei potuto fare a lui aspettavano ancora le risposte. Avrei, però, potuto farle a documenti, sentenze, fascicoli, e anche a libri, quotidiani e persone.

E’ stato così che ho deciso che avrei potuto sapere di più.

Nota introduttiva

Il fil rouge della narrazione risiede nell’importanza degli incontri tra le persone e il passaparola per la formazione e il sostegno della Resistenza in Italia. Per rafforzare questa idea mi sono presa la libertà, sperando mio nonno mi perdoni, di intervallare i capitoli storici, scritti grazie alle fonti che ho interrogato, con episodi narrativi che raccontano gli incontri che vorrei che mio nonno avesse vissuto.

Nota sulle fonti

La fonte originale al centro, per importanza e consistenza, di questo scritto è il diario da partigiano di mio nonno. Sono due, però, le copie originali esistenti del suo diario (o almeno sono due quelle che io conosco): la prima in termini cronologici, datata e firmata da lui il 7 novembre 1945; la seconda, successiva ma non datata e probabilmente trascritta e integrata con l’aiuto di sua sorella maggiore. Le due versioni differiscono solo per alcuni dettagli e per la fine del diario: la seconda versione prosegue per alcuni giorni in più rispetto la prima.

E’ importante che lettori e lettrici sappiano che, per ordine e coerenza, le citazioni testuali riportate nelle prossime pagine vengono dal secondo diario.

Nella speranza che questa scelta fornisca una lettura completa e significativa per chiunque leggerà.

“Aschenbach aveva affermato una volta in una sua pagina,

alla sfuggita ma senza ambagi, che quasi tutto ciò che esiste

al mondo di grande è una manifestazione di resistenza,

è sorto cioè nonostante il dolore e la sofferenza,

nonostante la povertà, l’abbandono, la debolezza fisica,

il vizio, la passione e mille ostacoli.”

La morte a Venezia, Thomas Mann

“L’uomo che crede nei valori è sempre in allarme,

la libertà è quella che si conquista di giorno in giorno,

l’uguaglianza è quella per cui si lotta e non si è mai raggiunta,

la pace è quella che si difende dagli assalti dei violenti.

L’unico modo di difenderci dallo sconforto

è quello di essere sempre pronti.”

Eravamo ridiventati uomini, Norberto Bobbio

PARTE PRIMA

Capitolo 1. Codigoro, terra d’acqua

Codigoro, fino a settembre 1943

Il 5 giugno 1926 nasce a Codigoro Ero Braghin, di Galliano e Teresa Mussini.

Mio nonno.

Codigoro è un Comune del territorio ferrarese e fa parte di quel panorama che Donzelli ha scelto di descrivere come “Terre senz’ombra”.

Questo paese si trova nella zona del Delta del fiume Po ed è immerso in un’alta percentuale di acqua, in ogni sua forma, nonostante la Grande Bonifica Ferrarese che ha coinvolto numerosi braccianti e scariolanti nella seconda metà dell’’800.

In questi anni, nonostante la nebbia ricopra di tepore e diffidenza qualsiasi cosa sfiori, tutto il territorio è mosso da numerose agitazioni, scioperi e manifestazioni della classe agricola e operaia che, proprio al termine della Bonifica, si sente stanca, sconfitta e messa da parte.

In questo scenario concitato vive la famiglia di Ero: benestante, prima socialista e poi comunista.

Il nonno di Ero, Pietro, a cavallo tra i due secoli (verosimilmente nel novembre 1897) decide di espatriare in Brasile contribuendo alla “grande emigrazione” (1876-1915), portando con sé tutta la famiglia quando Galliano, il padre di Ero, non ha ancora compiuto un anno.

Quasi sempre l’emigrazione viene gestita come un fatto temporaneo che coinvolge di solito solo un uomo adulto della famiglia, tranne nel caso eccezionale dell’emigrazione delle famiglie contadine dalle zone del Veneto e del Meridione verso il Brasile, soprattutto dopo l’abolizione, nel 1888, della schiavitù. La famiglia Braghin, infatti, partita presumibilmente da Genova e sopravvissuta a settimane di viaggio su una barca in condizioni disumane, fa parte dei milioni di immigrati che entrano in Brasile tra il 1880 e il 1924.

Dopo 10 anni in America Latina e dopo aver fatto la fortuna Pietro, insieme a tutta la famiglia, torna a casa con 10.000 Lire che lo rendono uno degli uomini più ricchi del paese.

Ritornato a Codigoro decide, quindi, di investire il suo patrimonio in numerosi immobili e una serie di imbarcazioni destinate ad attività di trasporto: il mezzo senza ombra di dubbio più utilizzato visti gli anni e la geografia.

Ad aiutarlo nella sua impresa ci sono i suoi famigliari, tra cui il figlio Galliano che poco più tardi, il 16 marzo 1921, sposa Teresa con rito civile. Non ci sono evidenze sulla reale consapevolezza di questo gesto da parte dei novelli sposi, ma è realistico pensare che la loro decisione, coerente con l’ideologia socialista, viene sostenuta ed accolta da tutta la famiglia.

Le condizioni della popolazione sono pessime: il lavoro scarseggia (anche a causa dell’elevato numero di immigrati giunti per la Grande Bonifica Ferrarese) nonostante la costruzione di numerose fabbriche; le malattie non si contano; gli squadristi crescono e le manifestazioni socialiste si diradano. Proprio qui dove, dal 1897, la propaganda capillare e gli scioperi ben organizzati permettono al proletariato socialista di essere sempre più forte e alla classe dirigente sempre più preoccupata.

  

Libretto di “Casse mutue di malattia dell’Industria di Ferrara” del signor Succi Guido, fronte e retro,

dall’archivio di famiglia

   Libretto di “Casse mutue di malattia dell’Industria di Ferrara” del signor Succi Guido, da sinistra:

prima pagina; tabella esempio del 1936 rendicontazione lavoro a giornata per il “Consorzio Grande Bonificazione Ferrarese”; tabella esempio del 1937 rendicontazione lavoro a giornata per il “Consorzio Grande Bonificazione Ferrarese”, dall’archivio di famiglia

Negli anni Venti il Regime esplode e la sua capillarità travolge anche Codigoro. Nella prima metà del 1921, infatti, ancora prima della Marcia su Roma, vengono gettate le basi per l’istituzione dei “Fasci di combattimento di Codigoro” e i fascisti distruggono a manganellate la socialista “Lega di Codigoro” che contava migliaia di iscritti.

E visto che le sfighe non vengono mai sole, anche le condizioni economiche della famiglia Braghin iniziano a peggiorare.

Pietro si trova a fronteggiare tre enormi difficoltà: l’inflazione e la “quota 90”; la costruzione di strade e ferrovie; suo figlio Secondo.

L’inflazione e la “quota 90”. La moneta perde il 20% del suo valore tra il 1915 e il 1919, e ne perde un ulteriore 62% entro il 1922, con il conseguente aumento del costo della vita di sei volte rispetto a prima della Grande Guerra (Viganò, 61). A questo si aggiunge, dopo il 1926, l’applicazione della “quota 90” da parte del Regime. Pietro vuole mettersi al riparo il prima possibile e vende i suoi immobili ad un prezzo nettamente inferiore al valore corrente.

Strade e ferrovie. Per via dell’incremento nella costruzione di strade e ferrovie, nell’arco di pochi anni il trasporto via mare viene superato in termini di portata, e sostituito dal trasporto via terra. Questa novità, unita alla scarsa manutenzione effettuata negli anni alle imbarcazioni di proprietà, contribuisce a far affondare la principale fonte di guadagno della famiglia Braghin, insieme alle sue barche.

Il figlio Secondo. Appassionato al gioco e ben poco lungimirante scommettitore, mette il carico da cento dilapidando la porzione di ricchezza condivisa con lui da Pietro.

Ed è nelle migliori condizioni possibili che Ero, mio nonno, emette i suoi primi vagiti.

Gli anni successivi, costellati di repressioni e violenze guidate dal Regime, vedono Ero crescere e andare a scuola in classi strapiene di bambini confusi, obbligati ad indossare una divisa senza nemmeno sapere il perché.

Ero frequenta i cinque anni di scuole elementari e, tra il 1936 e il 1937, interrompe la sua carriera di studente contro il volere dei genitori: questa mossa gli varrà il soprannome di “simpatica canaglia”. Inizia la sua carriera professionale dando una mano al padre nelle imbarcazioni ancora sopra il pelo dell’acqua e qualche anno dopo va a lavorare come aiutante di un meccanico del paese.

Mentre Ero lavora e cresce, l’Italia entra in guerra accanto alla Germania e nel 1940 la morte di Italo Balbo – fascista fedelissimo e potente tra i potenti nell’economia e nella politica ferrarese – stende un velo di calma, temporanea e apparente, su Codigoro e su tutta la provincia.

Questa calma, se così la possiamo chiamare, dura poco. Nel 1943 le sconfitte militari dell’esercito italiano costano a Mussolini la fiducia dei gerarchi del Gran Consiglio del Fascismo, che il 24 luglio si riuniscono e chiedono a re Vittorio Emanuele III di prendere i pieni poteri sull’esercito e sulla vita civile.

Deluso e incazzato come un gatto graffiato, il giorno dopo il Duce si reca dal re, convinto di trovare il suo pieno appoggio. Questa volta, invece, il re gli conferma l’intenzione di sostituirlo a capo del governo con il maresciallo Pietro Badoglio. Al termine del colloquio Mussolini viene arrestato e incarcerato e Badoglio prende il potere.

Nessuno sa ciò che ora li aspetta. Alcuni militari iniziano a tornare a casa, la popolazione festeggia, manifesta, gli operai e i lavoratori scioperano, mentre le bombe americane e inglesi continuano a piovere, come a ricordare a tutti che comunque la guerra non è finita.

Don Pietro

“Ecco la simpatica canaglia!”

Co’ ghé?!

“Braghin!! Ma dove vai tutto di fretta?”

“Ciò, ma se è Don Pietro!” pensa Ero.

Oggi il sole scalda la pelle più dei giorni scorsi e nell’aria si sente vagamente un odore di erba appena tagliata e grano.

“Buongiorno Don!” gli fa, e lui “Dove corri? Non ti ho visto neanche questa mattina alla Messa, e non vuoi nemmeno venire in oratorio quando facciamo i tornei di calcio, come dobbiamo fare con te?”

“Ma va là che lo sapete, sto meglio fuori che dentro la chiesa io Don. E poi lavoro tutti i giorni ormai, in officina c’è un gran trambusto. Quando non vado là preferisco andare in giro che stare seduto. E poi in sincerità Don, non ho voglia di finire con i piedi rotti, avete palloni che sembrano fatti di piombo!”

Il Don lo guarda un po’ incredulo, sono arrivati da pochissimo i Salesiani a Codigoro e forse ancora non sa perché Ero è soprannominato “simpatica canaglia”.

Quindi gli risponde “Mi sembri un ragazzo sveglio, è un peccato che non ti fai degli amici in oratorio.” e Ero ridendo “Beh ma me li faccio in osteria Don, credetemi che sono gli stessi che prima del calice di bianchino vengono da voi a dire ‘so quanti Padre Nostro!”. Questa volta ride: meno male!

“Va bene va bene, fai come vuoi. Pensavo di vederti in questi giorni che non c’è nemmeno la Fiera di Santa Croce quest’anno mi hanno detto, mi sembra di aver capito che è una cosa molto importante qui da voi.” In paese non si parla d’altro da giorni. “Aaaaaah Don non me lo dite! Ac bugà con ‘sta fiera! I miei mi raccontano ancora di quella volta che hanno cambiato i giorni, nel ‘24 mi sembra: io non ero ancora nato, quell’anno chissà cosa gli è venuto in mente e l’hanno spostata al venerdì, sabato, domenica, mentre prima era di domenica, lunedì e martedì: le rivolte! Al circolo non parlavano d’altro, tutti esperti di politica e amministrazione, e hanno fatto male perché, e hanno fatto bene perché. Alla fine avete visto? Sono arrivati i fascisti e zac, ‘ia cavà tut!” e il Don gli fa “Ma come mai è così importante per voi la commemorazione di Santa Croce?”. “Ma la commemorazione proprio della Santa Croce non lo so. Per me e i miei amici, le mie sorelle, la Fiera è bella perché c’è un po’ di movimento, ci sono le bancarelle dei contadini. Poi portano anche le macchine, quelle piccole ma anche quelle più grosse, e lì mi diverto io perché vedo dei pezzi che non ho mai visto! E poi c’è un po’ d’aria di festa, c’è il profumo dei dolci, suonano in piazza, sono gli ultimi giorni prima dell’inverno alla fine, pensate che la gente sta lì tutto l’anno a pensare a quando arrivano i giorni della Fiera! ahahahah! Io no Don, però bisogna dirlo: alla Fiera ci sono un sacco di signorine!” Il Don lo ammonisce con lo sguardo ma Ero va avanti “Perché se ne vedono poche durante l’anno, anche le mie sorelle non escono molto, la Pierina è sempre lì che cuce e la Primina ha sempre le mani nel bucato. Penso che facciano così anche le sorelle degli altri. E invece per la Fiera si esce tutti, anche i genitori sono più tranquilli, come a dire: tre giorni di libertà! …per quello i fascisti ce l’hanno tolta.”

Il Don rimane zitto, chissà cosa pensa. Forse questa volta è d’accordo con quello che dice Ero, e come fa a non esserlo, basta vedere le botte e i bastoni che volano da anni ormai.

“Siete d’accordo con me Don?” si fa avanti, e lui, ricomponendosi e ritornando da quello che sembrava un mondo molto lontano gli dice “Ma d’accordo cosa Braghin, voi ragazzi prendete tutto così sul personale. Pensate di essere capaci più voi, mica è facile far quadrare tutto sai?” Non sarà facile fare bene ma sicuramente neanche fare così male. “Don ma cosa c’entrano i ragazzi!! Qui c’è mezzo paese che le botte le dà e mezzo che le prende, da sempre, chi le prende adesso è stufo! Avete letto i giornali? Da anni requisiscono le scuole per farci gli affaracci loro!” e Don Pietro lo interrompe “Braghin adesso te ne frega della scuola? Non ci crederò mai!”. Il parroco fa finta di non capire, quindi Ero ci riprova “Don ma mi state ascoltando? Hanno razionato il latte e se la prendono con tutti quelli che ci allungano un goccio d’acqua per campare. Hanno deciso loro i prezzi di tutto ciò che cresce dalla terra, come se ogni terra fosse uguale alle altre, come se loro dalle loro poltrone sapessero cosa significa quando spendi per 100 ma ti cresce 50. Per non parlare degli studenti che devono andare avanti e indietro da Ferrara tutti i giorni e gli hanno sospeso gli abbonamenti dei treni, perché prima ci mettono la ferrovia anche se nessuno la vuole, e poi decidono anche chi può usarla.” Ero si sta agitando e il Don lo ferma “Braghin! Allora! Fai piano e portami rispetto! Ognuno ha le sue priorità, e questo è vero, però non mi sembra ti lamenti delle operazioni di bonifica, o no? Così come del dopolavoro, chi pensi che l’abbia istituito? Il Regime ha anche aiutato le famiglie numerose…” “Sì, mandando i figli in guerra così che ne tornassero la metà.” pensa di dire tra sé e sé, invece Don Pietro lo sente e tuona “No!! Dando loro premi e sostegni!”

Per qualche istante si fissano in silenzio. Forse Don Pietro pensa di averlo spaventato, ma in questi anni Ero sembra non aver paura neanche dei bastoni dei Fasci.

“Non so Don, secondo me dite così perché non volete fare la fine del prete di Comacchio.” Lui tace, la faccia si fa più rigida, e gli fa “Quale prete di Comacchio?”. “Don lo sanno tutti eh! Poveretto, cosa faceva di male? Parlare ad alta voce delle proprie idee vi sembra un male? Hanno provato a farlo tacere in tutti i modi. So anche che aiutava tanti ragazzi a imparare a scrivere e a far di conto perché non potevano permettersi la scuola. Poi c’erano anche i boy scout o come si chiamano, che a me sembrava una cosa strana per carità, ma lasciate che facciano! A vantaggio di chi Don? Di nessuno, glielo dico io, è solo che i fascisti…” e lui lo interrompe di nuovo “Eeeeee con ‘sti fascisti Braghin. Il Fascismo è caduto il 25 luglio, adesso ci vuole un po’ di tempo per riorganizzarsi e basta!” “Don ma cosa dite!! Lo sanno tutti che in questi giorni il Duce si sta riorganizzando sì, ma a modo suo. Non la vedete la confusione che c’è in giro? O forse preferite non vederla?”

Adesso Don Pietro diventa tutto rosso in faccia, gli occhi sembrano addirittura più grandi, muove la bocca come se stesse parlando ma senza emettere suoni. Finché sussurra “Braghin, che il Signore sia con te.” gli volta le spalle e se ne va.

Ero (l’ultimo a destra) e due amici,

estate 1943, Codigoro,

dall’archivio di famiglia

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Francesca Menghi
Sono nata tra le linee dritte delle campagne e delle acque ferraresi e ho trascorso la maggior parte della mia vita immersa nella nebbia. Ho conseguito la laurea magistrale in Design del prodotto e della comunicazione a Venezia.
Credo che la stretta di mano sia un modo per iniziare a capire qualcosa di una persona e mi diverte parlare con chi non conosco. Nel tempo libero sono una lettrice seriale e adoro fotografare sconosciuti. Provo simpatia per chi scrive correttamente e per chi ha una mente pragmatica. Il mio spiccato senso dell’organizzazione mi ha spesso portata a programmare anche la mia stessa ansia, il più delle volte vanificandola. Studio e applico i principi del teatro dell’improvvisazione nella vita, nel lavoro e sul palco. Dal 2019 vivo a Bologna dove il Lambrusco, la gente e la cultura non mi fanno sentire la mancanza del mare.
Francesca Menghi on InstagramFrancesca Menghi on Wordpress
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