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Lo stile che non mi posso permettere

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Consegna prevista Ottobre 2026

Parigi è un sogno collettivo, ma non tutte le donne che la abitano vivono dentro una cartolina.
Marguerite e Diane si incontrano in una città che promette tutto e non regala niente. Una è affamata di riconoscimento, convinta che Parigi le spetti di diritto; l’altra osserva il mondo da una distanza ironica e vulnerabile, cercando uno stile di vita che non coincida né con l’élite né con il sacrificio di sé.

Tra appartamenti troppo piccoli, lavori precari, amori violenti, desideri sproporzionati e abiti che diventano armature, le loro esistenze si intrecciano in un’amicizia intensa e imperfetta, fatta di salvezze reciproche e di allontanamenti inevitabili.

Lo stile che non mi posso permettere è un romanzo sulla bellezza come forma di resistenza, sul costo invisibile dell’ambizione femminile e sulla moda intesa non come lusso, ma come linguaggio intimo e politico.
Un racconto urbano e contemporaneo che scardina l’immaginario patinato di Parigi per restituirla a chi la vive davvero:

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo di esordio è un punto di partenza ma anche di arrivo. Dopo un percorso tortuoso, non concluso, ho capito che la mia vocazione è la scrittura, non l’appartenenza all’industria della moda. In questo libro ho messo ciò che per molto tempo non sono riuscita ad ammettere. Ho messo il cuore e ho lasciato l’orgoglio da parte. Ho scritto una storia per Diane, la mia unica vera amica parigina. Per me e per tutte le ragazze come lei.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Introduzione

Virginia Woolf diceva che una donna, per scrivere, deve avere una stanza tutta per sé. Non mi sognerei mai di contraddirla, ma credo che, anche se quella stanza dovesse essere condivisa, l’importante sia che abbia una finestra con un orizzonte ampio. La cosa che mi manca di più da quando vivo a Parigi è una finestra che non offra come vista un palazzo, per quanto haussmanniano. Quando ero piccola, fino agli otto anni, avevo una cameretta che aveva una finestra che non dimenticherò mai. Non era grande, ma aveva un affaccio che ha influenzato tutta la mia vita.
Una piccola vigna ai piedi, colline e radure verdi fino a dove poteva arrivare lo sguardo della bambina sognatrice che ero. Il ramo di un albero bussava al vetro quando tirava vento e l’ombra che disegnava di notte prendeva le forme più incredibili nelle mie fantasie.
Ecco, questo ricordo è ben presente nella mia mente quando scrivo, da qui la mia aggiunta alla massima intoccabile della Woolf.
Parigi è il sogno del mondo ed è stato anche il mio. Una volta realizzato, però, ho capito che alcune, come me, possono rinascere parigine e scoprire sé stesse, mentre per altre può essere l’esatto opposto. Non tutte le parigine sono felici. Non tutte le parigine svolazzano in abiti a corolla e tacchi a spillo per il primo arrondissement, come nella pubblicità di un profumo. Non tutte le parigine hanno origini aristocratiche ed ereditano appartamenti nel sedicesimo arrondissement. Ogni anno emerge qualche socialite che pubblica un libro su come essere una perfetta parigina: dove andare a fare la spesa e dove bere il caffè, cosa mangiare e come vestirsi, dove andare a cena e dove comprare i fiori. Suggerimenti che pubblicizzano locali e attività di amici super ricchi come loro, con lo scopo non dichiarato di perpetuare l’esclusività del circolo dei parigini perfetti.
Questo libro ha come scopo quello di raccontare la storia di due donne che non rappresenta in alcun modo tutto questo. Questo libro vuole raccontare di chi davvero cammina per le strade di Parigi, di chi ci lavora e fa fatica a realizzarsi.

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Non c’è alcun astio verso Emily in Paris.

Qui s’intende solo rendere a una persona di stile la giusta importanza. Diane non fa certo parte dell’élite di Parigi e neanche avrebbe voluto farne parte. Marguerite si danna per avere l’accesso agli appartamenti che contano e forse non avremo un epilogo definitivo per lei. Come anticipato prima, all’autrice, me medesima, non va giù che le false muse prendano tutti i posti disponibili sull’Olimpo del buon gusto solo perché sono nate bene. Quella che segue è un’osservazione del tutto soggettiva e divertita della realtà. Esperienze e incontri mi hanno condotta a considerazioni che verranno spiattellate senza mezzi termini. Realtistica fantasia e fantastica realtà, immerse in vestiti e scarpe.

PARIGI

Mi sono fissata sull’idea di comprarmi una giacca rossa di pelle. L’ho vista qualche giorno fa sul cartellone pubblicitario gigante di Gucci che hanno messo davanti al Pont Neuf e poi da Zara. Quella di Zara costa 249 euro, quindi la scelta ricadrà su quella, anche se avrei preferito quella di Gucci. Quella strada la faccio sempre a piedi e, per caso, la playlist di Spotify delle ragazze anni ’90 che ho fatto arriva sempre allo stesso punto quando sono all’angolo di Place Dauphine. Sono passati quasi due anni dal mio trasferimento qui. Venti mesi, per l’esattezza. Ho tenuto il conto grazie al diario iniziato in ostello, ma ho smesso di scrivere quando Diane è uscita dalla mia vita. Ho fatto una cretinata. Potrei ricominciare. Ho ancora quella giacca rossa in testa e adesso cominciano a venirmi in mente tutte le combinazioni possibili che potrei farci. La cosa strana è che la associo a Gwyneth Paltrow degli anni ’90. Non che abbia un’immagine chiarissima della Paltrow con una giacca uguale, ma nella mia mente sovraccarica di pensieri inutili e ingarbugliati ora ci sono immagini di documentari sulle star di Hollywood che da piccola invidiavo a morte. Il taglio è netto e corto e con dei jeans a vita alta e delle slingback di vernice dello stesso rosso intenso mi vedo già percorrere la mia strada preferita con la stessa canzone: Dreams di Gabrielle. Di solito, il sabato cammino a piedi fino ad essere esausta, come mi ha sempre consigliato Diane, perché per lei è l’unico modo per essere ben connessi con Parigi. Sai che scoperta, lo sanno tutti che è così, ma io quando sono arrivata lo immaginavo solamente. Adesso che ci penso, credo che Diane avesse una giacca rossa di pelle come quella che mi sta ossessionando. Mi sembra di ricordare un giorno in cui l’ho vista arrivare in bicicletta con le Converse e una casquette da baseball viola. A primo impatto, il look non mi era piaciuto. La guardavo dalla panchina del cortile perché il portone era rimasto aperto ed era un’occasione più unica che rara, perché lei arrivava a lavoro sempre prima di me. Ogni tanto, quando come oggi ripenso a certe giornate, credo che la piatta routine di quel periodo fosse una buona cosa. Non è male abbandonare la smania di fare e raggiungere chissà che cosa per poi accorgersi che non serve molto altro che un bel golfino di cachemire rosa pallido e una tazza di caffè caldo in mano. A proposito del rosa pallido, non mi sono pentita di averne messo in giro per casa quel tanto che basta a far sembrare l’appartamento quello di una ragazza single. Nella casa nuova rimetto tutto come qui, ma meglio. Dico casa nuova, ma mica lo so se trovo un nuovo posto.

Un cardigan rosa chiaro di mohair con la giacca rossa di pelle… gli stivaletti di vernice rossa di Carven.
Quasi quasi riordino l’armadio, così se trovo qualcosa da vendere su Vestiaire, investo i soldi nella giacca. Prima però do un’occhiatina al vecchio diario e decido se andare a comprarne un altro per ricominciare a scrivere o lasciar perdere per sempre. Spero di non vergognarmi troppo di me stessa. Avrò di sicuro scritto delle sciocchezze da novellina.
Non mi aspetto di trovare i diari di Virginia Woolf.

14 Ottobre 2017

Questa è la prima pagina del mio primo diario. Non sono mai riuscita a tenerne uno per più di qualche settimana, forse perché non avevo voglia di mettere nero su bianco cose non troppo memorabili, ma questa volta sarà diverso. Sono a Parigi, ho aspettato questo momento per anni e adesso finalmente avrò delle cose incredibili da scrivere su queste pagine. Sono arrivata stamattina con il treno, ho portato due valigie, una grande rigida e una da bagaglio a mano di tessuto. Mi sono sembrate troppe: le ho trascinate da sola da Gare de Lyon. Ho preso la linea della metropolitana numero uno ed è stato stressante fare su e giù per le scale. Qualche ragazzo mi ha dato una mano, per fortuna. L’ostello non è male, certo non è il Ritz, ma è pulito. Neanche Chanel ci ha alloggiato appena arrivata qui, al Ritz intendo. Mi servono un paio di settimane e sono certa che troverò un posticino carinissimo e in centro. Visto che oggi è giovedì, ho deciso di far iniziare il weekend oggi e di passarlo a girare per la città; da lunedì mi darò seriamente da fare per la casa, il lavoro e tutte le cose serie. Ora che sto scrivendo, mi trovo al Café de Flore di Saint-Germain e sono emozionatissima. Non ci posso ancora credere che io sia qui, dove Sartre e Simone de Beauvoir trascorrevano tutti i pomeriggi e dove una quantità di scrittori che nemmeno ancora conosco hanno prodotto grandi opere. Se mi guardo intorno, non ne vedo di scrittori a dire la verità, adesso, sedute al tavolo davanti al mio sulla terrazza, ci sono un paio di ragazze giapponesi molto stylish con due pellicce vistose niente affatto ecologiche, una ha una baguette di Fendi e l’altra una mini malle di Louis Vuitton. Io ho una Satchel nera che ho comprato con dei soldi che mi aveva dato nonna due anni fa quando sono stata a Londra. In confronto a loro mi sento una pezzente. Ha qualche graffio, ma fino ad ora mi è sembrata la borsa che meglio mi rappresenta: giovane, ambiziosa e con stile. Ho come la sensazione che molto presto me ne servirà una nuova. Ho ordinato un uovo alla coque, un croissant e un caffè. Sta per piovere, ma non fa molto freddo, ho gli stivaletti neri bassi che avrei dovuto portare a risuolare; spero di non scivolare per strada. Non è la mia prima volta a Parigi, ci sono venuta con tutta la famiglia almeno tre volte, ma ero piccola e non badavo mai alle strade, i miei ricordi da ragazzina non includono la conoscenza di un qualsiasi percorso. Mi ricordo soltanto che sognavo di tornarci da sola per viverci e diventare una parigina chic e che l’ultima volta che ci siamo stati c’erano anche i miei nonni e abbiamo pranzato alla Coupole. Festeggiavamo il pensionamento del nonno ed ero felice perchè vedevo intorno famiglie parigine e pensavo che nell’aspetto eravamo come loro.

Oggi è il giorno in cui il mio sogno comincia. Andrò a fare un giro a Le Bon Marché Rive Gauche, anche se non posso ancora permettermi di comprare un bel niente lì. In realtà, non posso permettermi di comprare un bel niente da nessuna parte.
Devo stare attentissima alle spese o rischio di dover chiedere soldi ai miei, cosa che non voglio assolutamente che capiti.

20 Ottobre 2017

È passata quasi una settimana da quando sono arrivata qui da Montpellier e non ho ancora concluso un bel niente. Ho telefonato a casa e ho parlato con tutti senza raccontare troppi dettagli. Non aspettano altro che dica che non trovo lavoro per dirmi di tornare a casa. Non mi aspetto che mio padre venga a trovarmi e mi porti un assegno, come succede a Andy ne il diavolo veste Prada. Al massimo potrei ricevere mille euro sulla prepagata come estremo rimedio alla mia impresa molto poco incoraggiata.
Non me ne frega niente, ce la faccio da sola.
Sono ancora nell’ostello e non ho fatto altro che andare in giro per negozi mediocri, e ho anche comprato delle sciocchezze che non mi servivano. Mi sento un po’ smarrita, se devo essere onesta. Mi piace andare in giro a scoprire la città, ma mi sento come un fantasma, in disparte, che finge una vita non sua. Non conosco nessuno, tranne qualche viandante dell’ostello, ma nessuno di loro si fermerà in città, quindi possiamo dire che non sto facendo amicizia anche se un paio di ragazzi mi hanno chiesto di uscire.

Uno è svedese e non capisco neanche tutto quello che dice, perché ha un accento strano, o sono io che non ho parlato con abbastanza svedesi. L’altro forse mi piace un pochino, è americano e molto magro, ma non ho molta voglia di perdere tempo con i ragazzi adesso. Mi ha detto che si trasferirà a Chartres e mi ha dato il suo numero, è già qualcosa. Se resto senza tetto posso chiedere ospitalità a lui.

Ho mandato un po’ di curricula e aspetto delle risposte, ma non sono molto ottimista. Questo mi fa sentire malissimo perché solo una settimana fa mi sentivo al massimo delle mie possibilità e adesso sembra che io non sappia dove mettere i piedi in questa città. Fa troppo freddo per camminare a lungo e poi sento di non avere ancora il diritto di impiegare tutto quel tempo a passeggiare quando ancora non ho un lavoro.

Mi tornano in mente gli episodi dell’ultima stagione di Sex and the City. Carrie si trasferisce a Parigi con quell’insopportabile di Alexander Petrovsky e passa le giornate a camminare per strada e a farsi incartare pacchetti da Dior. Alloggia in un hotel che credo sia Le Meurice (non l’ho mai verificato: non mi piace smontare la magia dei film con le mappe di Google) e non sembra preoccuparsi né di quanto spende né, tantomeno, di come potrebbe inserirsi davvero nella città. Un comportamento che, a guardarlo bene, è l’emblema dell’ingenuità: affascinante sullo schermo, idiota e controproducente nella vita reale.

A proposito si comportamenti stupidi, i soldi stanno diminuendo e sto mangiando troppi carboidrati. C’è una boulangerie a Ledru Rollin che costa poco e vende una focaccia zeppa di formaggio e salmone che è diventato il mio pranzo preferito. L’idea che camminare tanto mi farà smaltire tutte quelle focacce e croissants è stupida, quindi è proprio il caso di comprare qualche zuppa di verdure da riscaldare al microonde.

Nella sala comune dell’ostello c’è un fornetto a disposizione e tutti gli ospiti lasciano le proprie cose nel frigorifero. Sembra che non ci siano dei salutisti in questo periodo.

27 Ottobre 2017

Non posso crederci, ho un colloquio di lavoro per il wholesale di un nuovo brand pariginissimo. Non sto nella pelle, ma me la sto facendo sotto. Magari non sono in grado di convincerli che sarei un ottimo acquisto. Il colloquio è tra due giorni e devo prepararmi. Decidere cosa mettere mi mette un’ansia terribile, perché non credo di avere dei capi decenti. Lo pensavo prima di arrivare, ma adesso i miei vestiti non mi piacciono più, sanno di provincia, di pochi rischi presi e pochi soldi spesi. Troppo nero, niente di particolare. Se avrò il lavoro, probabilmente mi daranno dei vestiti del marchio, per non parlare dello stipendio. Finalmente forse potrò permettermi di affittare una camera.

Vorrei un intero appartamento tutto per me, ma devo essere realista, forse non riuscirò a permettermelo in un bel quartiere. Va bene, concentriamoci su una cosa alla volta. La cosa che mi frega sempre è mischiare tutti i piani, gli obiettivi e tutte le cose della mia vita. Per questo sto tenendo questo diario, sto cercando di tenere le cose in ordine. Stavamo parlando del lavoro; ho preso l’indirizzo e adesso preparerò un discorso. Sono gli unici che mi hanno risposto, quindi ci conto tantissimo, non può che andare bene. Tra l’altro, il colloquio è sulla rive gauche, a Saint Germain, che è il mio quartiere preferito, quindi l’ho interpretato come un segno. Mi sto già immaginando a lavorare lì e a vivere in un micro appartamento a cinque minuti dal lavoro, così non dovrò mai prendere la metro. Lo so, lo so, sto di nuovo correndo troppo. Prepariamo il discorso, va.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mariapia Papa
Mariapia Papa vive a Parigi da nove anni ma ha origini lucane.
Dopo un primo approccio al mondo moda sceglie di allontanarsene, trasformando quella passione in scrittura e ricerca culturale. Oggi lavora come freelance tra moda, letteratura e narrazione urbana ed è guida di moda a Parigi, dove conduce passeggiate tematiche pensate per chi desidera comprendere la città al di là del turismo convenzionale.
Scrive di stile come forma di identità, di ambizione femminile, di città e di desiderio.
Lo stile che non mi posso permettere è il suo romanzo d’esordio: una storia autobiografica nella materia emotiva, ma profondamente narrativa nello sguardo, nata dall’esigenza di raccontare la bellezza senza retorica e la verità senza compiacimento.
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