ANTEPRIMA NON EDITATA
Madonna di Campiglio – 8 novembre 2041 – Collegiale Nazionale Italiana di Sci
Era l’inizio degli inizi, pensavo entrando nella struttura avveniristica che la F.I.S.I.1 aveva creato per valorizzare i talenti sportivi.
Dopo alcuni anni in cui avevo gareggiato a livello giovanile, all’età di sedici anni venni selezionata per entrare nel gruppo collegiale della Nazionale di Sci, il che significava trascorrere praticamente tutta la stagione invernale all’interno del Collegio creato appositamente per i giovani talenti, dove saremmo stati seguiti dai migliori allenatori e preparatori a livello nazionale, se non a livello europeo.
[…]
La prima cosa che feci dopo la registrazione in segreteria, fu recarmi agli alloggi, accompagnata da mamma, mentre papà si era fermato a parlare con alcune persone dello staff che conosceva.
Il dormitorio era in una palazzina a due piani, in perfetto stile trentino, e al primo piano c’erano le stanze dei ragazzi e a quello superiore avevamo le stanze noi ragazze.
Mi era stata assegnata la camera numero 10 e, arrivate lì, trovai che dentro vi erano tre letti, due già occupati da due ragazze che avevo spesso incontrato nelle varie competizioni e che, come me, facevano parte del gruppo nazionale Under 15.
Katrin Mair era di Castelrotto, in provincia di Bolzano, mentre Ludovica Zeni era di Folgarida, quindi proveniva da un paese molto vicino a Madonna di Campiglio.
Ci eravamo spesso incontrate durante le gare e gli allenamenti e, soprattutto con Ludovica non potevo dire che ci fosse una grande simpatia.
Era molto brava, fortissima nello slalom speciale, dove invece io difettavo parecchio, essendo più propensa alle gare veloci.
Pian piano lei era diventata la numero uno tra le slalomiste della nostra categoria e non mancava mai occasione per sfoggiare questa sua bravura, altezzosa e piuttosto brava a provocare chiunque di noi lei non ritenesse alla sua altezza, quindi io ad esempio.
Più di una volta, durante i sabati sera in albergo, dove alloggiavamo tutti noi impegnati nelle gare dei vari fine settimana, mi era capitato di sentirla prendere in giro me o altre ragazze, assieme al suo
ristretto gruppo di amiche, che assieme a lei avevano dato vita ad un club esclusivo di odiosissime snob.
Il mio carattere, a volte eccessivamente impulsivo, mi aveva spinto a replicare alle sue battute, nella speranza che la mia provocazione la spingesse a rispondermi male e darmi quindi il pretesto per rifilarle uno di quei sonori schiaffoni che ero convinta l’avrebbero fatta scendere dal piedistallo su cui era salita e tornare tra noi normali.
Ma Ludovica era furba e non accettava mai la mia provocazione, per cui alla fine uscivo sempre un po’ scornata da quei momenti, tanto da sentirmi davvero un’insulsa sciocca come lei mi definiva.
L’unica vera rivincita la coglievo durante gli allenamenti tra i pali larghi, quindi slalom gigante o superG, perché Ludovica non poteva assolutamente competere con la mia folle passione per la velocità, timorosa com’era di cadere e farsi male, e molto spesso cronometricamente la surclassavo, ma la cosa che mi dava più soddisfazione era quando riuscivo ad arrivare alla massima velocità vicino a dove lei era ferma e, frenando con grande forza, alzavo nuvole immense di neve che ricadeva su di lei quasi ricoprendola interamente.
«Povera cocca!», esclamavo allora, tra le risate della mia compagne di allenamento, alle quali Ludovica risultava simpatica esattamente come a me.
Potete quindi immaginare la mia espressione quando vidi proprio lei occupare uno dei tre letti della camera in cui avrei dovuto trascorrere i successivi sei mesi.
Mamma, che si era subito accorta degli sguardi per nulla lieti che io e Ludovica ci stavamo scambiando, cercò di rompere il ghiaccio nel miglior modo possibile.
«Sono Sara, la madre di Stella. Piacere di fare la vostra conoscenza. Quindi anche voi qui per questa esperienza, immagino siate bravissime atlete e credo che Stella avrà molto da imparare da voi».
«Su questo non ci sono dubbi», sentii mormorare Ludovica, con un tono di voce sufficientemente basso perché mamma non la sentisse, ma abbastanza chiaro perché lo cogliessi io.
«Il piacere è tutto mio. Mi chiamo Katrin», si presentò l’altra mia oramai coinquilina.
Katrin Mair, una ragazza decisamente all’opposto per carattere rispetto a Ludovica: molto riservata, non timida, ma diciamo una che cercava di farsi gli affari propri e evitare contrasti con chiunque.
Dal punto di vista atletico Katrin è sempre stata una forza della natura: muscolarmente potente, molto agile nonostante un fisico poco longilineo, l’avversaria italiana per me sicuramente più forte nelle gare veloci, ovvero nelle mie specialità. Ma rispetto a me Katrin non è mai stata né spregiudicata né avventata, e quindi non ha mai corso rischi che non fossero calcolati.
Sembrerebbe una grande virtù, e per molti aspetti lo è sicuramente, ma credetemi che in certe gare bisogna avere coraggio e un pizzico di follia, e di quest’ultima io ne ho sempre avuto da vendere.
Ebbene, dopo quel primo incontro, la convivenza con le mie compagne di camera ebbe inizio. E fu un inizio decisamente burrascoso, perché con Ludovica proprio non ce la intendevamo, e bastava sempre poco perché una scintilla accendesse un possibile litigio.
A ripensarci non invidio proprio Katrin, che in qualche maniera dovette sopportare entrambe, prima che qualcosa tra noi cambiasse.
La stagione delle gare era già cominciata e quindi la competizione tra noi ragazze era ancora più accesa, anche se i nostri allenatori continuavano a predicare il senso di squadra, cosa che proprio né io né Ludovica sembravamo contemplare tra le nostre opzioni.
Fatto sta che a metà gennaio il capo dello staff degli allenatori, Giancarlo Ghidoni, ci convocò a fine sessione di allenamento nel suo ufficio.
«Ragazze, ho da darvi una comunicazione importante», esordì squadrandoci tutte da capo a piedi, come era solito fare, con uno sguardo che definivamo di ghiaccio e che ci metteva sempre in forte soggezione.
«Abbiamo deciso di farvi partecipare alle prossime gare di Coppa del Mondo, che si svolgeranno in Austria, a Saalbach, in maniera che prendiate confidenza con quel mondo nel quale, ci auguriamo tutti, entrerete il prima possibile.
Non ci aspettiamo risultati particolari da nessuna di voi tre, ma vogliamo che diate il massimo di voi e facciate tesoro dell’esperienza».
Noi, che fino a quel giorno avevamo visto la Coppa del Mondo solo in televisione, o qualche volta avevamo assistito ad una gara dal vivo, ci saremmo trovate per la prima volta affiancate a quelle che per noi erano il vero mito del nostro sport.
Da bambina sognavo di essere come Federica Brignone o come Sofia Goggia, che per la Nazionale Italiana erano state davvero due immense campionesse, capaci di trionfare un po’ ovunque e di vincere Coppa del Mondo, Mondiali e Giochi Olimpici.
Nel momento in cui venimmo aggregate alla Nazionale maggiore i nostri miti oramai si erano ritirate da un po’, e avevamo avuto la fortuna di avere tra lo staff del nostro collegiale persino Sofia Goggia, che per alcune settimane si era unita al gruppo dei nostri allenatori, portando la sua esperienza e fornendoci consigli utilissimi, anche se io avevo ammirato di lei solamente la caparbietà nel non mollare mai e quel pizzico di follia che le avevano permesso di raggiungere traguardi incredibili.
«Non dite nulla?», ci domandò Ghidoni guardandoci negli occhi.
«Sarà pazzesco!», mi scappò di strillare al settimo cielo per l’emozione.
«Era anche l’ora che lo faceste», disse invece Ludovica, col suo solito atteggiamento di superiorità, atteggiamento che tanto mi faceva prudere le mani.
«Ѐ veramente un grande onore per noi», disse Katrin, che aveva quell’equilibrio mentale da saper sempre tenere sotto controllo la propria emotività, e riuscire sempre a dire la cosa giusta al momento giusto. Beata lei!
«Ma pensa che sia il momento giusto? Non è che ci bruceremo il futuro se faremo una brutta figura?», chiesi, ancora una volta lasciandomi spingere dalla mia smania di guardare in avanti e poco concentrarmi sul presente.
«Non correrai grandi rischi», s’intromise Ludovica con un ghigno fastidiosissimo, «perché cara devi cominciare a capire che in questo sport non ti aspetta affatto un futuro roseo. Quello spetta a me!».
Stavo già per dare una delle mie risposte pungenti, ma il capo allenatore ci interruppe:
«Bene, come sempre vi sento belle toniche e cariche a pallettoni. Ma invece di azzuffarvi tra di voi, fareste bene a convogliare tutta la vostra energia e grinta nelle gare che affronterete e soprattutto nel cominciare davvero a fare squadra tra voi. Solo quando si cresce come squadra si arriva a ottenere risultati importanti. Ma vedo che finora nella vostra testolina proprio questo concetto non riesce ad entrare eh?».
Fare squadra, fare squadra… era diventato il mantra del nostro collegiale. Anche la Goggia, ce lo aveva ripetuto, portando come esempio due squadre storiche della nazionale italiana di sci: quella che era stata chiamata la “valanga azzurra”, e che per noi ragazze sembrava risalire all’età della pietra, e la squadra italiana femminile di cui la Goggia stessa aveva fatto parte, assieme alla Brignone, la Bassino, la Curtoni, le sorelle Delago e la Pirovano.
Nella Nazionale Italiana al momento non vi erano nomi che spiccassero a livello internazionale, tanto che da un po’ di tempo i successi in campo femminile risultavano sporadici, ed erano le atlete svizzere, americane e austriache a dominare la scena in lungo e in largo.
In quei tre giorni, a Saalbach, in Austria, avremmo gareggiato anche noi con questi veri “mostri” dello sci ed eravamo al settimo cielo per l’onore di essere state selezionate, ma anche estremamente nervose per la consapevolezza che sarebbe già stato tanto se non avessimo rimediato una brutta figura.
La mia felicità era incrementata dal fatto che mamma, papà e nonno Samu sarebbero stati presenti, non il venerdì, giorno in sui si sarebbe disputata la discesa libera, ma il sabato e la domenica, per la gara di SuperG e lo slalom speciale.
Volevo far bella figura, e sapevo che qualche piccola possibilità di non sfigurare l’avevo solo nelle due gare veloci, perché in slalom speciale non potevo competere neppure con le atlete della mia categoria.
Katrin era molto motivata, e sicuramente aveva la possibilità di far bene anche lei nelle gare veloci, mentre Ludovica mostrava grande sicurezza per la gara della domenica; sicuramente tra i pali stretti lei era molto più forte di noi, ma l’atteggiamento di spavalderia che mostrava a tutti mi sembrava eccessivo e fuori luogo, in quanto nella sua specialità c’erano in quel momento alcune atlete incredibilmente capaci e davvero imbattibili.
Ma Ludovica era fatta così, e per evitare di ascoltare il suo autoincensarsi cercavo ogni pretesto per restare fuori stanza, e quando eravamo sulle piste o in palestra tenevo le distanze il più possibile.
E finalmente arrivò il giorno in cui ci trasferimmo in Austria per alloggiare nello stesso albergo delle altre atlete e atleti della nostra nazionale. Un’emozione incredibile!
Per fortuna che Katrin, con la quale avevo costruito un rapporto di amicizia che pian piano si consolidava, riuscì più volte a fermarmi prima che, ingenuamente, tirassi fuori taccuino e penna per farmi firmare un autografo dai vari atleti italiani presenti. Penso che, se lei non mi avesse fermata, avrei fatto una di quelle figuracce memorabili divenendo lo zimbello di tutta la nazionale.
La gara del venerdì arrivò ancora più velocemente di quanto mi sarei immaginata.
Nelle prove cronometrate tenutesi nelle due giornate antecedenti la gara, Katrin se la cavò discretamente, anche se i suoi tempi erano risultati nettamente superiori a quello di una buona parte delle atlete che avrebbero partecipato. Io invece durante la prima prova cronometrata, ancora una volta lasciandomi guidare più dall’istinto che dalla ragione, commisi una grave errore che mi costò
una brutta caduta, con conseguente seduta doppia di fisioterapia per cercare di aggiustare una muscolatura che sicuramente era stata sottoposta ad un forte stress, e non partecipai alla seconda sessione di prove.
Ottimo inizio! mi dissi il giovedì sera cercando di prendere sonno, e scoprendo che il mio organismo, quando sottoposto a forte stress, accumulava così tanta adrenalina che dormire diventava un’impresa titanica.
La gara andò… come doveva andare.
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