Entrammo dunque nel secondo edificio, anch’esso diviso in navate come il primo. Girammo subito a sinistra e passammo in mezzo ad una serie di tende. Alcune erano moderni modelli della Quechua, di quelli facili da montare ma impossibili poi da richiudere. Altre, invece, erano costruite magistralmente con delle coperte, dei teli e qualche bastone per farle stare in piedi. Alcune usavano come sostegno i pilastri di pietra che sostenevano l’edificio.
Assieme alle tende notai i primi residenti di Khandvala. Mangiavano seduti a terra o stavano in piedi col cellulare che illuminava loro il viso, rendendo il loro aspetto più spettrale di quanto non lo fosse in realtà. Abu-Bakar ci fece passare in silenzio, fingendo di accompagnare un gruppo di migranti come loro. Accesi anch’io la torcia del cellulare e la puntai per terra.
All’interno non c’erano solo pezzi di cemento, ma anche rifiuti di ogni tipo. Cartine, fazzoletti, imballaggi di plastica, ma anche vestiti, rasoi, piatti, penne e qualsiasi altro oggetto utile alla vita quotidiana. Rimasi sorpresa quando notai pure dei trucchi.
Con la luce accesa mi accorsi anche dei topi. Ci passavano ai lati a distanza ravvicinata, comparendo e scomparendo rapidi.
Raggiungemmo finalmente il punto dove stavano cucinando il biryani. Accanto al muro, un enorme pentolone stava appoggiato a dei mattoni, sotto i quali bruciava il fuoco, unica fonte di luce a parte i nostri cellulari. Accanto al focolare, un gruppetto di tre ragazzi stava in piedi e chiacchierava. Tra loro notai Assad che salutò Abu-Bakar e poi fece un cenno di saluto anche a noi. Alla destra del fuoco c’erano due tende e una coperta. Davanti a noi qualcun altro dormiva in una capanna costruita da sé, con un telo che pendeva dalla colonna ad un altro sostegno, per poi ricadere a terra. Gli altri lati erano tappezzati da coperte e tessuti di altro tipo.
Percepii l’umidità sulla pelle e l’odore del fumo. Poi sentii lo squittio insistente dei topi.
Io e Alessandro ci guardammo, mentre Abu-Bakar discorreva con i suoi amici.
– Incredibile, no? – gli dissi io.
– Già. –
– È la prima volta anche per te? –
– Sì, non ero mai venuto. E chissà com’era una volta? –
– Se non sbaglio ci stoccavano la merce, qui. –
Guardai le grandi arcate che si stagliavano di fronte a noi pochi metri più in là, lasciando gli ampi corridoi aperti all’esterno.
– Lì, mi immagino delle grandi porte… e qui probabilmente c’erano tutti i sacchi di grano. –
A quel punto Bakar ci si avvicinò: – Il biryani non è ancora pronto, mi dispiace. È che ci hanno rubato la pentola. –
– Cosa? –
– Sono passati dei kashmiri e ci hanno preso la pentola. Per questo siamo in ritardo. Abbiamo dovuto cercarne un’altra. –
Khandvala sembrava trovarsi in un altro mondo. Non solo restava invisibile agli occhi della maggior parte dei cittadini, ma all’interno a volte vigeva solo una legge: quella del più forte.
– Però se volete, nel frattempo vi mostro il piano di sopra. –
Io e Alessandro ci scambiammo un’occhiata e acconsentimmo incuriositi.
Lasciammo l’angolo illuminato dal fuoco e attraversammo due colonne, per intrufolarci in un antro stretto. Un ratto mi passò davanti e scomparve in una fessura. All’interno di quel piccolo stanzino l’intonaco era a pezzi e il suolo pieno di detriti. Avanzammo attraverso una piccola porticina che portava alle scale e salimmo fino al piano di sopra. Lì, il tetto mancava per metà, il resto rimaneva a cielo aperto. In quella parte di Khandvala le piante avevano preso il sopravvento e occupato gran parte dello spazio. Si diramavano davanti ai nostri occhi, impedendo ai meno esperti persino di trovare la via di passaggio per raggiungere l’altra parte del piano.
– Là è dove la gente dorme. – disse Bakar, indicandoci il tetto. – Bisogna fare silenzio. –
In quel momento sentimmo delle voci e dei passi sulle scale. Intimorita guardai Bakar.
– Sono pashtun. Mettetevi dietro di me. Nell’ombra non vi vedranno. –
Io e Alessandro rimanemmo immobili e senza voltarmi, ascoltai il rumore dei passi farsi sempre più vicino.
Quando ormai il gruppo ci aveva raggiunto, sentii Abu-Bakar scambiare qualche parola con loro.
Rimasi immobile insieme ad Alessandro, con lo sguardo pietrificato. Dopo qualche interminabile secondo, sentii il gruppo di pashtun allontanarsi e tornammo ad essere solo noi tre. Quando fui sicura che se ne fossero effettivamente andati, mi voltai. Vidi il gruppetto di ragazzi camminare tra gli arbusti e sparire nella penombra.
– Cosa hanno detto? – domandai a Bakar, seguendolo giù per le scale.
– Hanno chiesto cosa ci faccia io qui e perché voi siate con me. –
– Quindi ci hanno visti? Cos’hai risposto? –
– Ho detto che volevate solo vedere com’è la situazione. –
– E loro? –
Abu-Bakar mi guardò. – Hanno risposto che se volete restare a dormire, c’è del posto libero con loro per te. –
Sentii un brivido lungo la schiena e tornai alle tende senza spiccicare parola.
Uscendo dalle scale, sbattei la testa contro un’arcata bassa e malconcia. Mi portai la mano ai capelli e sentii subito il bernoccolo.
– Tutto bene? – mi domandò Bakar.
Risi imbarazzata e annuii, proseguendo imperterrita, ma con la testa dolorante.
Quando giungemmo, il biryani era pronto.
Abu-Bakar ci fece cenno di sederci nella tenda, per stare più comodi. I suoi amici lavarono i piatti con dell’acqua di bottiglia e ci servirono come se fossero a casa loro e noi fossimo i loro ospiti. Con estrema cordialità lasciarono lo spazio della tenda interamente per noi tre, ci offrirono da bere e ci lasciarono l’unico cucchiaio che avevano a disposizione.
Il biryani era delizioso. Aveva un gusto speziato e piccante, ma la salsa allo yogurt preparata a parte permetteva di bilanciare e rinfrescare il palato. I ragazzi avevano preparato una grande quantità di riso, perciò la condivisero con i vicini. Vidi Assad parlare con il ragazzo della capanna che accettò volentieri il pasto e rientrò nella tenda col biryani tra le mani. Ammiravo il loro spirito di solidarietà e la capacità di condividere anche quando possedevano ben poco.
Mentre gustavo il piatto tradizionale pakistano, osservai l’interno della tenda. A parte un cuscino ed un paio di coperte, non c’era nient’altro.
– Tu dormivi qui, Bakar? –
Lui scosse la testa. – No, le tende non c’erano prima. Le hanno date quando c’è stato il diluvio. Io dormivo qui fuori sulla coperta. –
– E il fuoco con cosa lo fate? – domandò Alessandro.
– Con qualsiasi rifiuto che troviamo… Bruciamo tutto. –
– Tutto? Anche la plastica?? –
– Sì, anche la plastica. Così con il fumo che ne esce fuori, le zanzare vanno via. –
Oltre ai topi, le zanzare erano un tormento al Silos. Mi era capitato più di una volta di ascoltare lamentele da parte degli studenti, che non riuscivano a dormire a causa delle zanzare.
– E quindi in questa tenda chi ci dorme? –
– Nessuno. Assad dorme in quella accanto, mentre questa è per gli ospiti. Per chi viene da fuori e vuole dormire qui. A me, se mi capita di venire, per esempio. –
Per gli ospiti.
In un modo o nell’altro i ragazzi erano riusciti a fare di quel posto casa loro. Si erano adattati alla situazione e avevano cercato di rendere l’ambiente il più accogliente e pragmatico possibile.
Finimmo di mangiare e Bakar ci propose il bis. Io rifiutai, ma Alessandro accettò volentieri. Poi Abu-Bakar mi lasciò in una ciotola ciò che era rimasto e mi propose di portarlo a casa. Non potei rifiutare.
– Bakar, anche tu parti per il transfer domani? – gli chiese Alessandro.
Io abbassai il capo.
Abu-Bakar si volse verso di lui con il piatto in mano e un po’ di sugo rimasto sui baffi. – No! Io resto qui! –
Spalancai gli occhi e risollevai la testa. – Cosa? –
Lui mi sorrise, ma non aggiunse altro e uscì dalla tenda.
Ero rimasta di stucco. Mi ero persa qualcosa? C’era stato qualche cambio di programma o per qualche strano motivo non voleva dire la verità ad Alessandro?
Non ebbi però tempo di chiedere. Sherry ci aspettava per la serata al bar ed era ora di andare via. Ringraziammo Assad e lasciammo le tende.
Non uscimmo da dove eravamo entrati, ma percorremmo quella che Bakar definiva la scorciatoia. Attraversammo di nuovo un cortile interno e giungemmo rapidamente dietro alla stazione dei pullman. L’unico ostacolo che ci divideva dalla piazza era un alto muro in cemento. Appoggiata al muro vi era una vecchia bici malridotta e capovolta, posta sopra ad un mucchio di ferraglia.
Bakar vi si avvicinò. – Fate come me, ok? –
Si appoggiò alla bici e mise un piede sul pedale. Poi si tirò su. Infilò l’altro tra i raggi della ruota e poi con una spinta scavalcò il muro.
– Ce la fate? – chiese, sbucando con la testa dall’altra parte.
Io mi misi a ridere e guardai Alessandro che era rimasto esterrefatto.
– È davvero una scorciatoia! – esclamai divertita.
Passai la mia borsa ad Abu-Bakar e lo imitai. Usai la bici come appiglio e scavalcai la parete. Dall’altra parte del muro trovai un pallet di legno che aiutava nella discesa.
Tornai coi piedi a terra, elettrizzata da quella specie di passaggio segreto fuori dal castello stregato.
Accanto ad Abu-Bakar, però, trovai un altro ragazzo. Aveva un sacchetto in mano e attendeva che Alessandro ci raggiungesse.
Poi, senza dire una parola, si aggrappò al pallet e scomparve dietro al muro.
Non dovevo dimenticare. Lui, quell’attraversamento, non l’avrebbe mai trovato elettrizzante. Per lui quello non era altro che l’ingresso ad una casa che nessuno avrebbe mai dovuto meritarsi.
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