«Perché salire fin quassù?» domandò rifiatando e spostandosi verso il centro del balcone.
Bahamira fece un ampio gesto verso il panorama. Il sole era vicino a scomparire e gettava lunghe ombre che si incastravano tra i picchi e fendevano i pianori. Le valli rigogliose di vita erano già addormentate.
«Bello?» azzardò ironico.
Bahamira fece spallucce. «Tu sei voluto salire».
Mhantu fece un cenno a sua figlia che si era fermata per osservare il Paladino col capo inclinato di lato. La ragazzina sollevò un grosso bastone lungo tre piedi e caricò verso suo padre che la scansò abilmente. Quel bastone era decisamente troppo grande e difficile da impugnare, forse emulava le armi che usavano i Combattenti nelle Terre Inquiete.
«Ho conosciuto altri Combattenti», disse Braado sedendosi su una roccia più riparata dal vento che soffiava instancabile. «Nessuno di loro aveva armi grosse come le vostre».
«Perché nessuno di loro combatteva contro le cose che ci sono qui. Uccidere kòpsali e chowa con queste armi non ha senso», gli disse Bahamira.
«Però si allenano tutti qui, i Combattenti».
«Eya. E molti rimangono qui una volta finito l’addestramento».
Mhantu non usava la sua spada, scivolava fluido attorno agli attacchi di sua figlia, lasciando che la sbilanciassero. Quando sgusciava via le toccava la nuca, la schiena, le schiaffava via le mani.
«Perché?»
«Perché è qui che c’è bisogno di loro. Qui le persone muoiono per motivi sensati».
Shalla ringhiò e caricò un colpo dal basso. Mhantu si spostò fluido, abbassò il capo lasciando che il bastone gli passasse sopra la testa e spinse sua figlia con una mano.
«Però vi addestrate anche con armi normali», disse Piccolo Orso con un cenno verso i due pugnali alla cintola di Bahamira i cui manici sbucavano dalla pelliccia.
«Eya. Ma solo perché così vuole la Monarca».
Braado annuì. Quello era assennato, anche se dubitava che, in caso di guerra, la Monarca di Baai si aspettasse davvero che qualche chowa scendesse dalle Terre Inquiete per arruolarsi.
«Quanto sei stato a Ruggito Marino?»
Bahamira scosse le spalle. «Troppo».
Braado scosse il capo. «Troppo».
«Eya».
«Ruggito Marino è a Baai, ma è un enclave kòpsala, ricca e prospera. Dove si vive bene e ci si può fare un nome».
«Decisamente non il posto per un estraniato delle Terre Inquiete. Non a tutti interessano gli agi delle città», sottolineò Bahamira.
Gli agi della civiltà. Shalla si fermò ansante e sbatté un piede a terra. «Insegnale», disse Bahamira facendo un rapido gesto a Mhantu che si fece da parte.
I chowa no toreta avevano uno strano sistema di gerarchie. Bahamira diceva a Mhantu cosa fare con sua figlia. «Perché?»
«Sei un Paladino. Conosci cose diverse dai Combattenti. Insegnale».
Braado annuì e si alzò, anche solo per dimenticarsi che era su un maledetto pinnacolo di roccia e che a un certo punto avrebbe dovuto scendere. Mise i pugni sui fianchi e sorrise alla ragazzina. Lei alzò il grosso bastone e caricò con sorprendente velocità. Piccolo Orso si piegò all’indietro e quasi cadde. Piegò le ginocchia e mise una mano a terra. Poi ruotò mentre la toreta tentava di colpirlo nuovamente e le sgattaiolò lontano. Si rimise in piedi ridacchiando. Mhantu e Bahamira erano impassibili. Il secondo pareva irritato. Shalla caricò ancora, Braado si spostò di lato e accompagnò il colpo del bastone col palmo deviandolo verso terra. Poi bussò con le nocche sulla nuca della ragazzina. Questa si voltò ringhiando, e lui fece un passo indietro evitando il bastone. Qualcosa di buono sembrava che glielo avessero insegnato, era scoordinata, ma molti Paladini lo erano a quell’età. Però non perdeva quasi mai il ritmo, continuando a muoversi e usando lo slancio dei suoi colpi mancati per tentare di colpirlo di nuovo.
All’ennesima schivata Braado si stufò e colpì il polso di Shalla facendole cadere l’arma. La ragazzina si affrettò a raccoglierla. «Basta. Non sono qui per addestrare la figlia del muto con la faccia di ghiaccio. Perché non posso combattere con lui?» disse indicando Mhantu.
Il chowa rimase impassibile con le braccia conserte, ma sembrava avesse capito. «Perché combattere con Mhantu?» domandò Bahamira scandendo le parole.
«Sono curioso».
Bahamira fece a Shalla di fermarsi. La ragazzina si abbandonò su un sasso respirando affannosamente. Il vecchio toreta guardò il compagno. Mhantu studiò Braado dall’alto in basso, poi inclinò la testa di lato. Braado fece per replicare a quell’apparente dissenso, ma il Combattente col volto mezzo ghiacciato estrasse comunque due daghe ricurve. Piccolo Orso sorrise e sfoderò la sua spada da dietro la schiena. Il quarzo incastonato nelle rune riverberò d’arancio alla luce calante del sole. I due pugnali di Mhantu erano a filo unico, con le lame ricurve lunghe due spanne e una bizzarra doppia punta. Che idiota a combatterlo con quelle armi corte. Non sarebbe riuscito ad avvicinarsi per colpirlo.
Braado gli fece cenno di essere pronto, e Mhantu inclinò nuovamente la testa di lato. Il Combattente lo caricò, ma Piccolo Orso lo tenne lontano con la spada. Era in evidente vantaggio. Il chowa no toreta azzardò altri attacchi ma il kòpsalo non si fece distrarre. Poi fu il Paladino ad affondare, scoprendo volutamente il fianco. Mhantu deviò con un pugnale e affondò con l’altro verso il fianco scoperto. Braado liberò una mano dalla spada, si mise di traverso per evitare la lama e gli assestò un pugno sullo sterno. Il chowa arretrò annaspando sorpreso. Braado sorrise allargando le braccia. Mhantu fece una smorfia e attaccò di nuovo. Si scambiarono alcuni colpi che vibrarono nel vento che faceva frusciare i vestiti. Il chowa non riusciva quasi mai a entrare nella guardia del Paladino, e se ci riusciva, Piccolo Orso lo sorprendeva con un colpo inaspettato che lo faceva indietreggiare nuovamente.
Braado attaccò cogliendo impreparato il chowa, che deviò i colpi della spada con frenetica imprecisione. La lama del kòpsalo si aprì un varco e toccò col piatto la coscia del Combattente. Braado indietreggiò sbuffando annoiato. La parte di volto sana del chowa si contorse in un grugnito risentito. Bahamira esclamò un ah, nella sua direzione con cipiglio severo. Mhantu si ricompose sbattendo le palpebre. Piccolo Orso danzò attorno a lui, colpendolo col piatto dell’arma in vari punti, scimmiottando sorpresa quando ci riusciva e simulando noia nelle pause.
Il sole tramontò tingendo di ruggine i riflessi del quarzo nelle rune sulla spada di Braado.
«Basta così», intervenne Bahamira. «Il sole va via. Dobbiamo scendere». Dal tono sembrava molto arrabbiato. Forse era deluso della scarsa prestazione di Mhantu. Ma era normale, anche tra i Paladini Braado era uno dei migliori.
«Giusto. Comincio ad avere sonno», disse rinfoderando la spada e ammiccando a Mhantu che lo ignorò.
Bahamira disse qualcosa a Mhantu che annuì di lato in quel suo modo strano. Il Combattente dal volto ghiacciato raccolse da terra la corda con cui si erano assicurati per salire l’ultimo pezzo e la diede a Braado, porgendogli poi l’altra mano per stringergli l’avambraccio.
Piccolo Orso annuì spavaldo. «Non sei male, è solo che io…» il Combattente lo spinse con forza.
Braado incespicò e fece un passo indietro. Mise il piede sul vuoto e cadde all’indietro. Precipitò. La corda scorse, sfregando nei suoi palmi, e vi si aggrappò disperato. Arrestò la sua caduta con uno strattone e colpì col ginocchio la pietra. Con gli occhi strabuzzati e il ginocchio in fiamme per il dolore sordo, si accorse di aver puntato la gamba sinistra contro la parete, tenendosi con le braccia alla corda.
Mugugnò per lo sforzo e si issò nuovamente sul balcone di pietra, senza badare a dove metteva i piedi. Strisciò lontano dal bordo del precipizio, il cuore batteva in gola. Si alzò di scatto, scostando malamente Bahamira che si era accovacciato per aiutarlo. Shalla si frappose tra lui e Mhantu e Braado la spinse di lato con forza facendola scivolare. Levò il pugno per colpire Mhantu che si era inginocchiato a terra e teneva gli occhi chiusi, in volto una serenità cristallina che non si addiceva a quello che aveva appena fatto.
«Reagisci!» urlò con la saliva che gli schizzava sulla barba. «Alzati e combatti, vigliacco!»
Mhantu aprì gli occhi lentamente. L’occhio vitreo si posò su di lui, poi si spostò alla sua sinistra verso il bordo del precipizio. Alzò lentamente una mano e indicò. Bahamira, accovacciatosi sull’orlo, aiutò Shalla a ritornare su. Era stato Braado a buttarla quasi di sotto?
Piccolo Orso gridò e afferrò Mhantu per il collo. Questi si lasciò scuotere, guardandolo impassibile.
«Smettila, gonfio», lo apostrofò Bahamira facendo sedere Shalla al riparo dal vento. La ragazzina respirava affannosamente e guardava Braado terrorizzata.
«Perché mi ha spinto giù?» gridò Braado avanzando furente verso Bahamira.
Il toreta alzò il mento, fronteggiandolo. «Gliel’ho detto io. Avevi la corda in mano, solo uno scemo cadeva giù».
«Ha tentato di uccidermi», sibilò stringendo l’elsa che gli spuntava da dietro la schiena.
«La tua reazione è chiara: avevi paura», Braado sfoderò l’arma per metà e inclinò il volto. Non osare, vecchio. Bahamira continuò imperturbabile. «Ed è un bene. Devi imparare l’umiltà, tu quassù non vali nulla. Non sei nulla per queste montagne, non sei nulla per il Fratello e per la Sorella. Non sei nulla per il Senza Sonno. Seppellisci il tuo ego sotto queste rocce, buttalo giù. Non ti serve, ti rende pesante, lento e stupido. Uccidi il tuo orgoglio. Quando andremo alle Bianche Zanne dovrà già essere morto, o morirai tu tentando di salire con il suo peso», il Combattente si voltò e fece cenno agli altri due di scendere. «Ti lasciamo qui finché non avrai ucciso il tuo orgoglio. Se pensi di scendere con quello, tanto vale che ti butti giù».
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