Nel marzo del 1944 il paese di San Donato Val di Comino si trovava immerso nel cuore della tragedia della Seconda guerra mondiale, divenuto improvvisamente retrovia nevralgica del fronte tedesco nella lunga e sanguinosa Battaglia di Cassino.
Il fronte vero e proprio si era ormai cristallizzato lungo la Linea Gustav, poco più a sud, dove le forze angloamericane e quelle tedesche si affrontavano in uno dei più cruenti e lunghi scontri di tutta la guerra in Italia. Ma le ricadute di questa gigantesca battaglia si avvertivano con forza anche nei piccoli centri della valle, la cui quotidianità era stravolta dalla presenza invasiva delle truppe tedesche.
San Donato Val di Comino, come molti paesi della zona, era di fatto occupato militarmente. Ovunque nel paese si vedevano soldati in divisa, colonne di autocarri, pattuglie della Feldgendarmerie che controllavano le strade, requisivano case e magazzini, perquisivano e sorvegliavano la popolazione locale.
Le abitazioni erano spesso visitate, i generi alimentari rastrellati o confiscati per esigenze militari, e ogni movimento di persone era sottoposto a sospetto e sorveglianza. Le notti erano segnate da coprifuoco, le giornate dalla tensione e dalla paura di rastrellamenti e denunce.
Nelle montagne circostanti, tra i boschi e i sentieri di San Donato, si erano rifugiati numerosi prigionieri di guerra inglesi e alleati, fuggiti dai campi di internamento come il Campo P.G. 78 di Sulmona dopo l’8 settembre 1943.
Questi uomini, spesso giovani e senza mezzi, affrontavano la fame, il freddo e la minaccia costante di essere catturati di nuovo dai tedeschi o denunciati da collaborazionisti.
Molti di loro trovavano una fragile salvezza solo grazie alla solidarietà della popolazione locale, che – pur in condizioni di estrema povertà e rischio personale – offriva loro cibo, riparo, informazioni, oppure li aiutava a tentare il difficile attraversamento del fronte verso la zona alleata di Cassino.
Il clima in paese era dunque quello di una comunità sotto assedio, sospesa tra paura e coraggio: da una parte il peso dell’occupazione tedesca e il pericolo di rappresaglie, dall’altra la presenza di uomini braccati per le montagne che rappresentavano, per molti, la prova concreta della brutalità e al tempo stesso della possibilità di riscatto dell’umanità anche nei giorni più bui della guerra.
Era in questo contesto che si svolsero i fatti qui narrati: una stagione in cui la scelta tra indifferenza e solidarietà non fu mai astratta, ma quotidiana, rischiosa e decisiva per la vita di tanti, italiani e stranieri, giovani e adulti, vincitori e vinti.
Francesco Perrelli
LA FELDGENDARMERIE
La polizia militare del Terzo reich
Durante l’occupazione tedesca in Italia (1943-1945), la Feldgendarmerie costituì il bracciooperativo della polizia militare della Wehrmacht.
I soldati di questo corpo, riconoscibili dal caratteristico collare metallico (il “Ringkragen”, detto“collare del cane”) con inciso l’aquila e la scritta Feldgendarmerie, avevano funzioni di controllo, sorveglianza e repressione nei territori occupati.
ORIGINI E COMPITI
La Feldgendarmerie era nata come servizio di polizia interna dell’esercito tedesco, incaricata di mantenere la disciplina tra le truppe.
Con l’avanzare della guerra, però, le sue funzioni si estesero ai territori conquistati, dove assunse un ruolo sempre più temuto:
– sorveglianza delle vie di comunicazione, ponti e snodi ferroviari;
– ricerca di disertori e prigionieri fuggiti;
– controllo dei civili, dei documenti e delle abitazioni;
– repressione di attività partigiane e raccolta di informazioni per la Gestapo e l’Abwehr.
IN ITALIA (1943-1945)
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, reparti della Feldgendarmerie furono dislocati in tutta l’Italia centrale e settentrionale.
Nelle province di Frosinone, L’Aquila, Latina, Chieti e Teramo operarono a stretto contatto con la Wehrmacht e con le SS, esercitando un controllo capillare sulla popolazione.
Nel Lazio meridionale, e in particolare nella Val di Comino, la Feldgendarmerie aveva presidi mobili con base logistica a Tecchiena di Alatri, lungo la direttrice della Linea Gustav. Da lì partivano le pattuglie di controllo, incaricate di individuare prigionieri alleati evasi, rastrellare sospetti collaboratori e vigilare sui paesi di montagna.
METODI E REPRESSIONE
La Feldgendarmerie operava con criteri di estrema severità. Le perquisizioni erano improvvise, gli interrogatori spesso violenti. I soldati tedeschi applicavano la regola della responsabilità collettiva: se un civile era sospettato di aiutare i nemici, poteva essere arrestato insieme alla sua famiglia. Le minacce di fucilazione immediata erano una prassi di terrore, usata per ottenere confessioni o delazioni. Molti rastrellamenti e deportazioni del 1944 – soprattutto nell’area di Cassino, Atina, Alvito, San Donato e Opi – furono diretti da ufficiali della Feldgendarmerie, spesso con il supporto di repartidella RSI.
SIMBOLI E UNIFORMI
I feldgendarmi indossavano la normale divisa grigio-verde dell’esercito tedesco, con al braccio la fascia arancione con la scritta Feldgendarmerie e al collo il collare metallico. Erano armati di pistole, mitra MP-40 e granate, e si muovevano in moto o in camionette leggere. La popolazione civile imparò presto a temere quel collare d’acciaio lucente: era il segno che il potere tedesco stava entrando in casa.
MEMORIA E RESPONSABILITÀ
Dopo la guerra, la Feldgendarmerie fu sciolta e i suoi archivi dispersi o incorporati nei fascicoli della giustizia militare alleata.
Oggi rappresenta uno dei simboli più riconoscibili della repressione nei territori occupati, accanto alle SS e alla Gestapo.
La sua presenza nei paesi italiani — come nel caso di San Donato Val di Comino — segnò profondamente la memoria collettiva: il collare d’acciaio resta il simbolo della paura, ma anche del coraggio di chi, come Donato Perrelli, seppe resistere all’intimidazione e scegliere la dignità.
LA LINEA GUSTAV
Il fronte di ferro d’Italia (1943-1944)
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’avanzata alleata dal Sud, l’esercito tedesco decise di trasformare la penisola italiana in una serie di linee difensive, volte a rallentare la risalita degli anglo-americani.
La più imponente e temuta di queste fu la Linea Gustav, costruita fra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944: un muro di acciaio, cemento e sangue che attraversava l’Italia da Tirreno all’Adriatico, da Gaeta a Ortona, passando per Cassino e le montagne dell’Appennino centrale.
STRUTTURA E FUNZIONE
La Linea Gustav non era una singola trincea, ma un sistema complesso di bunker, postazioni d’artiglieria, reticolati e campi minati, sostenuto da truppe tedesche esperte in combattimenti di montagna.
Il suo scopo era chiaro: impedire alle forze alleate di raggiungere Roma. Il cuore difensivo era il massiccio di Monte Cassino, dominato dall’antica Abbazia benedettina, divenuto simbolo della resistenza tedesca e della distruzione bellica.
LE QUATTRO BATTAGLIE DI CASSINO
Per superare la Linea Gustav, gli Alleati lanciarono quattro offensive principali tra gennaio e maggio 1944:
1. Prima battaglia – (12 gennaio–11 febbraio 1944): fallimento dell’attacco americano.
2. Seconda battaglia – (15–18 febbraio 1944): bombardamento e distruzione dell’Abbazia di Montecassino.
3. Terza battaglia – (15–23 marzo 1944): nuovo assalto, respinto con gravissime perdite.
4. Quarta battaglia – (11–18 maggio 1944): vittoria finale alleata, con il sacrificio del II Corpo polacco del generale Władysław Anders, che issò la bandiera bianca e rossa sulle rovine dell’Abbazia. Il prezzo di quel successo fu altissimo: decine di migliaia di morti, interi paesi rasi al suolo, popolazioni costrette alla fuga o nascoste nei rifugi.
IL FRONTE DELLA CIOCIARIA
Nell’area compresa tra Cassino, Atina, Alvito, San Donato Val di Comino, Opi e Pescasseroli, il fronte tagliò in due la vita civile. Villaggi interi furono abbandonati, i campi minati, le case requisiti dai tedeschi o distrutte dai bombardamenti.
La popolazione viveva nel terrore costante: da un lato la Wehrmacht e la Feldgendarmerie, dall’altro i rastrellamenti, la fame, la paura di essere accusati di collaborare con i nemici. Fu in questo scenario che nacque la vicenda dei “ragazzi del 1944” – Donato Perrelli, Vincenzo Coletti e Adelino Mazzola – tre giovani che, nel silenzio delle montagne, scelsero l’umanità sopra ogni paura.
FINE DELLA LINEA GUSTAV
Il 25 maggio 1944, con la liberazione di Cassino e l’ingresso a Roma degli Alleati, la Linea Gustav cessò di esistere.
Ma il suo passaggio lasciò un segno indelebile nei paesi attraversati: rovine, croci bianche e una memoria di dolore che ancora oggi segna la terra e la coscienza. La sua caduta aprì la via verso la libertà, ma anche la lunga strada della ricostruzione morale
dell’Italia.
I MESTIERI DI UNA VOLTA
Lavorare tra le due guerre
A San Donato Val di Comino, negli anni tra le due guerre, il lavoro era più che fatica: era necessità, sopravvivenza, ma anche dignità. Mio padre Donato, come tanti ragazzi della sua generazione, imparò presto che il pane non si regalava mai e che ogni mestiere era un’eredità di gesti tramandati, di conoscenze antiche, di rispetto per il poco che si aveva.
La mattina, le strade del paese si animavano di figure note: uomini e donne che portavano sulle spalle il peso del giorno e nel volto una serietà fatta di orgoglio e rassegnazione. Il fabbro era il primo ad accendere il fuoco: nel suo antro, annerito di fumo e ferro, batteva l’incudine con una pazienza quasi paterna. Era lì che tanti bambini facevano il primo apprendistato: raccogliendo trucioli, portando acqua, ascoltando le storie degli adulti che, tra una scintilla e l’altra, insegnavano più di mille libri.
C’era poi il negozio di mio nonno Antonio, ampio, luminoso, punto di riferimento del paese, pieno di stoffe piegate con ordine, bottoni custoditi come gioielli, metri da sarto e rotoli di lino appesi alle pareti. Non era solo un emporio: era un luogo dove le donne si davano appuntamento, dove i contadini si fermavano a chiedere consiglio su una stoffa robusta, dove la gente del paese portava le proprie storie e i propri bisogni. Si vendeva spesso a credito, con la stretta di mano a siglare promesse che nessun contratto avrebbe potuto garantire. La sera, mio nonno annotava su un quaderno i debiti di ciascuno, consapevole che il vero tesoro era la fiducia reciproca: “Quando puoi, paghi. E se non puoi, pazienza: qui nessuno muore di vergogna.”
C’erano i contadini, che dalla primavera all’autunno piegavano la schiena nei campi. Si partiva all’alba, col pane duro nella bisaccia e la speranza di tornare a casa con il raccolto intatto. Il lavoro della terra era il più duro, ma anche il più libero: il canto degli uccelli al mattino, il profumo delle zolle umide, la compagnia silenziosa degli animali da tiro. Mio padre mi raccontava di mani screpolate, di schiene indolenzite, ma anche di pranzi condivisi all’ombra di una quercia, quando il tempo sembrava fermarsi e persino la fatica diventava occasione di allegria.
Tra i mestieri più preziosi c’erano gli scalpellini, veri maestri della pietra. Li vedevi all’opera nelle cave fuori paese o sotto il sole di piazze e cantieri, a trasformare massi ruvidi in colonne, architravi, fontane, cornici, lapidi. Il loro martello e lo scalpello producevano una musica inconfondibile: colpi regolari, pazienti, che scavavano la roccia come si scava la memoria. Molti dei portali antichi, delle balaustre, delle croci del cimitero portano ancora la loro firma silenziosa. Il lavoro era duro, la polvere entrava nei polmoni, ma la pietra prendeva forma sotto le mani esperte, diventando parte viva del paese. Mio padre ricordava il rispetto che si portava a questi artigiani: nessuno sapeva come loro ascoltare il cuore nascosto della montagna e dargli voce.
C’erano poi i falegnami, i muratori, i calzolai, ognuno con il suo regno: la bottega piena di odori e attrezzi, il banco sempre in ordine, il garzone che imparava guardando e imitando. Il ciabattino aggiustava le scarpe per pochi soldi, eppure ogni scarpa riparata era un piccolo miracolo, una possibilità in più per chi non poteva permettersi il nuovo. Le donne, infine, reggevano il mondo con le loro mani: intrecciavano ceste, filavano la lana, cucivano vestiti per tutta la famiglia, si alzavano prima degli uomini e spegnevano la luce per ultime.
In quegli anni, il lavoro non era solo sforzo o fatica, ma una trama che teneva insieme la comunità: nessuno si sentiva escluso, perché tutti avevano qualcosa da offrire. Anche i bambini, come mio padre, portavano il loro peso: aiutavano nelle faccende, portavano la spesa, facevano la fila al forno o alla fontana, imparando presto che crescere significava farsi utile, senza mai lamentarsi.
Quando oggi ripenso a quei mestieri antichi, sento di aver ereditato non solo i racconti, ma anche la lezione più importante: che il valore di una persona non si misura mai dal denaro che guadagna, ma dalla passione e dall’onestà con cui affronta il suo cammino. Così era per mio padre, così fu per tanti uomini e donne della sua generazione. E in quella memoria di mani laboriose, di occhi stanchi ma fieri, si nasconde forse la parte più nobile della nostra storia.
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