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Anni senza nome

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Dodici racconti, quattro anni (2021-2024), tre Paesi. Ma un solo, grande enigma: cosa ci ha lasciato davvero il nostro passato più recente?

Anni senza nome è un viaggio fisico e interiore tra l’Italia del ritorno, la Francia della formazione e la Lituania del cuore. Muovendosi tra intimismo e distopia, fantascienza e umorismo, l’autrice intreccia Storia e memoria personale per rielaborare i traumi individuali e collettivi che tendiamo a dimenticare troppo in fretta.

A guidare il lettore sono personaggi privi di nome, definiti solo da una lettera puntata: una scelta spontanea e potente per abbattere ogni schema, regalare una dimensione universale alle storie e lasciare a chi legge la libertà di riempire quei vuoti.

 

Un’opera sfaccettata ed evocativa che ci sfida a definire, con la nostra personale sensibilità, questi anni sospesi.

Italia

Piove. Piove ancora. Ha piovuto ieri, piove oggi e pioverà domani. È così che nella città a quadrato passa il mese di novembre. Un bonus per la nebbia. Ormai di nebbia vera, di quella che, come dicono gli anziani, si taglia con un coltello, non ce n’è più. C’è solo questa leggera foschia, smog misto a umidità. Da quando la temperatura è aumentata di 2,5 °C, ormai dieci anni fa, gran parte del Nord è diventato una giungla con industrie. C’è poco da fare. Da quando sono cambiati i venti e le spore si sono diffuse, hanno attecchito ovunque: edifici in cemento, in vetro e acciaio, palazzi storici. Il problema è che le spore sono difficili da gestire: in una notte possono arrivare fino alla cima della Mole, oppure possono metterci trent’anni. “Spore totipotenti” dicevano i primi servizi sull’invasione verde. Nessuno ne sapeva ancora nulla, ma neanche adesso, dopo dieci anni, ci si capisce più di tanto. Si convive, ecco tutto. […]

Il Formicaio – Torino

 

Francia

[…] E poi, ancora, casa mia. Già lo so che i guardiani del politicamente corretto non si sono ancora ripresi dal fatto che ho osato dire che i neri e i maghrebbi menano. Certo che menano, soprattutto se pesi di più di quel che dovresti e la tua pelle è bianca. No, non li ho perdonati. O meglio, li ho perdonati per un po’, perché i miei mi hanno detto che era il sistema che li spingeva a fare così. Che io dovevo capire. Che io dovevo comprendere e lottare perché questo non accadesse più. E per un po’ me la sono fatta andar bene questa scusa penosa, ma poi, crescendo, ne ho avuto abbastanza. Perché sempre io devo scusare gli altri e mai gli altri possono scusare me? […]

Haut les cœurs- Strasburgo

 

Lituania

[…] Ho visto sfilare gli edifici del mio quartiere, chiamato A. Una volta era composto solo di un grande ospedale con poche case di legno sparse qua e là, mi raccontava mia nonna, e che l’etimologia del suo nome deriva dal fatto che si trova in cima a una piccola collina. Quando ero ragazza io c’erano già questi palazzi alti e grigi, un po’ tutti uguali. Accanto o al piano terra di quei palazzoni adesso ci sono tanti supermercati o negozi con luci abbaglianti pieni di prodotti che non mi posso permettere. C’è una strana dolcezza in quei brutti palazzi, o forse sono solo io che invecchio. Se hanno un negozio nuovo al pianterreno mi piace pensare che la facciata del palazzo sia come una faccia umana, magari di un vecchio signore dai mille occhi che sfoggia la dentiera nuova sorridendo a tutti. Guardare i palazzi mi diverte e imparo cose sempre nuove che poi annoto sul quaderno. Se devo esprimere una preferenza, mi piacciono molto i vecchi palazzi decorati dai ragazzi. Per esempio, sulla via del parco dove sto andando adesso c’è un condominio che trovavo particolarmente brutto: grigio scuro fuori, con il numero 21 nero su fondo bianco sulla destra dell’entrata. Qualcuno è passato e il 21 è diventato un lupo che guarda la luna in un turbinio di scritte fluorescenti che non significano nulla, ma non importa. Nessun adulto avrebbe fatto niente del genere. Adesso il numero 21 è il mio palazzo preferito del quartiere. Mi piace pensare che significhi che tutto prima o poi sboccerà, anche quando non ci si spera più.[…]

A’ rebours – Vilnius

2026-01-29

Aggiornamento

Non è possibile esprimere tutta questa felicità! In 14 giorni esatti avete fatto l’impossibile: avete fatto pre-ordini per ben 204 copie di Anni senza nome. sono davvero senza parole! Il libro verrà pubblicato solo per merito vostro. Grazie, grazie, grazie dal profondo del cuore per la fiducia a me e alle mie storie, che spero vi parleranno! Questo libro è vero che lo ho scritto io, ma è diventato, in breve, un libro vostro! A prestissimo! Vostra Francesca

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Francesca Gennari
È dottoressa di ricerca in Diritto, Scienza e Tecnologia. Dopo aver studiato e lavorato in giro per l’Europa per molto tempo, da qualche anno vive a Pisa. Attualmente lavora presso la Scuola Superiore Sant’Anna dove svolge compiti di progettazione e ricerca all’intersezione tra diritto, medicina e nuove tecnologie. Dal 2021 ha ricominciato a scrivere per sé e non ha intenzione di smettere.
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